Raccontare luoghi vuoti e inanimati del nostro tempo. Con le immagini

In “Tempo intermedio” il fotografo Manuel Cicchetti immortala fabbriche, ponti, ferrovie, autostrade, cavalcavia, centrali idroelettriche, capannoni industriali e industrie, immense “cattedrali nel deserto” urbano, paesaggistico e produttivo.
ALBERTO FERRIGOLO
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Rigorosamente in bianco e nero, immagini sospese nello spazio e nel tempo, in assenza d’umanità. Vuote, prive di esseri, ma piene d’ambienti, luoghi, paesaggi, anime. Di un significato rilevante.
Manuel Cicchetti, fotografo professionista poco più che cinquantenne, torna dopo tre anni con Tempo Intermedio (Postcart Edizioni, € 45,00) a raccontare i luoghi vuoti e inanimati del nostro contemporaneo. Questa volta, del lavoro e dell’impresa nella loro irreversibile trasformazione nel pieno dell’era dove “il lavoro non vale più nulla” – per dirla con Marco Panara che la indica come la vera malattia dell’Occidente – così come tre anni fa ha fatto con Vaia, viaggio consapevole dentro un disastro, in cui ha raccontato la fine d’un mondo fatto d’alberi secolari delle Dolomiti, abbattuto con violenza devastatrice da un uragano, conseguenza logica e prevedibile d’una “irreversibile trasformazione” climatica, tra il 26 ottobre e il 5 novembre 2018. Dove anche l’ambiente – così come il lavoro – non ha più alcun valore, bistrattato com’è dall’industrialismo selvaggio, con tutto ciò che ne consegue. Mondi che alla fine parlano, di lavoro e ambiente. Come un monito. Un alert!

Marghera. Ex fabbrica con ciminiera

Le immagini perfette e asettiche di Cicchetti immortalano, nella loro semplice staticità priva di movimenti e di “movimento” in opposizione, fabbriche, ponti, ferrovie, autostrade, cavalcavia, centrali idroelettriche, capannoni industriali e industrie, che potrebbero anche essere tutti luoghi già inattivi, come immense “cattedrali nel deserto” urbano, paesaggistico e produttivo. Ma anche no. Ma che si presentano come spazi e strutture abbandonati a se stessi e al proprio ineluttabile destino d’una archeologia in progressiva costituzione, rappresentati e rappresentanti di un’industria ormai superata dal tempo. Luoghi scomparsi, assenti, dal destino incerto se non improbabile, destinati all’ineluttabile lasciarsi andare alla stessa propria autodistruzione. Testimoni di un tempo che fu e mai più tornerà. 

E che nessuno mai si prefigge di recuperare per riportarli a nuova vita e splendore. Il che la dice lunga su un Paese, l’Italia, che preferisce abbandonare e mandare in rovina un ingente e inestimabile patrimonio edilizio, abitativo, produttivo e culturale, anziché riconvertirlo, preferendo – al contrario – continuare a costruire ex novo e a consumare ettari su ettari di terreno, cementificandoli, e sottraendoli a possibile godimento della collettività. Spesso con il risultato che anche gli stessi nuovi manufatti eretti dal nulla, sul nulla, nel nulla e per il nulla, finiscono in breve per diventare essi stessi nuova linfa per l’archeologia dell’abbondanza dell’abbandono precoce. Totem senza alcun tabù e a cielo aperto. Un circolo vizioso.

Marghera. Nave Lavieen Rose

 

Sono immagini mute quelle ritratte da Cecchetti, che parlano, anzi gridano vendetta, con un ampio e rumoroso sotto testo: “Fate di noi qualcosa”. “Utilizzateci”. “Fateci vivere” o anche solo “rivivere”. Per qualsiasi destinazione d’uso. Sociale. Umanitaria. Culturale. Residenziale. Artistica. Qualcosa purché sia. “Siamo spazi vitali”, sembrano urlare nella loro fissità in b/n, nella stagione della penuria di spazi, in cui le città si presentano sature di uomini, di mezzi e di desideri mentre le periferie languono nel degrado e nell’abbandono. 

Sono immagini che indicano e accusano anche, della mancanza di un progetto, di una visione di “rammendo”, come la chiama con linguaggio illuminista, illuminato e illuminante l’architetto Renzo Piano, fautore di un progetto – il G124 – che in sei punti. Che sono, appunto, quelli che “possono trasformare un quartiere, anche il più degradato, in un lembo vivibile di città”. Perché in primo luogo, nelle periferie, “è importante che ci sia un mix generazionale, economico, etnico e di conseguenza anche funzionale”. Secondo, “bisogna fecondarle” le periferie, “disseminandole di edifici pubblici, servizi, scuole, università, biblioteche, centri civici, attività culturali”, ovvero “luoghi per la gente”, dove si celebrino “l’incontro e la condivisione”. 

Marghera. Dettagli di vecchie fabbriche

Nell’operazione di “rammendo”, che è poi semplicemente fare un raccordo, una ri-legatura, una ri-connessione, i quartieri “devono poi essere collegati”, appunto, “al centro senza l’obbligo di utilizzare l’auto, potenziando i trasporti pubblici”. Quarto punto: “Il verde come tessuto connettivo, un filtro tra città e campagna che ponga limite al consumo del suolo”. Per quanto riguarda le opere di rammendo sugli edifici è inoltre fondamentale la “diagnostica scientifica”, che permette d’intervenire chirurgicamente, con cantieri leggeri che non allontanino gli abitanti mentre con questi ultimi, l’architetto-medico condotto del territorio “deve dialogare e ascoltarne le esigenze, attraverso processi partecipativi”, ecco i punti cinque e sei di quello che si presenta come uno tra i più moderni Manifesti programmatici delle buone pratiche indirizzate al recupero di ciò che viene indicato come l’archeologia industriale dismessa o in via di dismissione.

Il lavoro di Manul Cicchetti, oltre a ricollegarsi al lavoro di “indagine sul territorio” e del “viaggio in Italia” – come ricordato anche in una delle introduzioni al volume – di grandi Maestri della fotografia come “Ghirri, Cresci, Jodice, Castella, Guidi, Leone, Ventura, Barbieri” e altri ancora, si connette con questa più ampia visione cultural-sociale di chi si sforza in continuazione a pensare alla riqualificazione degli spazi urbani e del vivere della comunità.

In tutto ciò, alle porte di Venezia, c’è una prateria di possibilità – come documenta anche una parte delle fotografie di Manuel Cicchetti –, una città intera che necessità di questo riqualificato ri-uso, dal passato nobile e dal nome evocativo: Marghera. La ex città industriale da riconvertire in qualcosa di vivo e nuovamente pulsante per la vita di tutti i giorni, ben oltre il lavoro, per il dopolavoro, il tempo libero e le attività artigianali e creative di giovani e meno tali vogliosi di un nuovo futuro, affrancatosi finalmente dalla fabbrica tradizionale d’impronta più o meno fordista.

Raccontare luoghi vuoti e inanimati del nostro tempo. Con le immagini ultima modifica: 2023-06-27T19:20:03+02:00 da ALBERTO FERRIGOLO
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