C’è poco da ridere

Da “Un altro ferragosto” di Paolo Vrizì ti aspetteresti risate amare, un ritratto impietoso e cinico dell’Italia d’oggi. Esci invece dalla sala cinematografica con un pugno sullo stomaco. 
ANTONELLA BARETTON
Condividi
PDF

Nel trailer passato in TV, Sabrina Ferilli scende dal traghetto e sbarca a Ventotene: la telecamera inquadra Christian de Sica e una folla caciarona sul molo dell’isola, a seguire Paola Tiziana Cruciani, nel ruolo tipizzato di vecchia borgatara svagata e surreale, sorella maggiore della Ferilli, ancora belloccia, ma oramai anche lei attempata. Seguono gli altri protagonisti, l’amara brigata già facente parte del cast di “Ferie d’Agosto” di cui “Un altro ferragosto” si preannuncia come il sequel: Silvio Orlando, intellettuale di sinistra, ex giornalista dell’Unità, anziano e malato, Laura Morante compagna fedele, impacciata e nevrotica ma sempre bellissima, i figli, gli amici. Fanno da contrappunto i membri della famiglia Mazzalupi: coatti, ora come allora, scelgono di tornare nell’isola per festeggiare il matrimonio social di Sabrina, (figlia di Cruciani e nipote di Ferilli), influencer da migliaia di followers col manager rampante, fascistoide, razzista e ignorante, Cesare, interpretato da Vinicio Marchioni.              

Ti aspetti risate amare, un ritratto impietoso e cinico di un’Italia che quasi trent’anni dopo l’uscita del primo film – il 1996 – ha visto la sconfitta di quella sinistra autoreferenziale già descritta nella pellicola e che allora si contrapponeva al Berlusconismo imperante, oggi sostituito dalla destra Meloniana. 

Esci invece dalla sala cinematografica con un pugno sullo stomaco. 

Si ride davvero poco, la contrapposizione politica e di valori è soltanto apparente. Il film prospetta, piuttosto, una serie di ritratti di individualità sconfitte dove l’orientamento politico diviene irrilevante. Una tragedia contemporanea travestita da commedia all’Italiana e, a tratti, da cinepanettone. 

A rifletterci su, forse più patetico è il ritratto di Silvio Orlando, nel ruolo di Sandro Molina. La macchina lo inquadra mentre spiega al nipote la storia di Ventotene, meta di confino per gli oppositori al fascismo. Sfilano, nel ricordo di Molina, le figure di Pertini, Colorni, Spinelli, Hirschmann, riunite in quello che all’epoca era un pollaio e di cui ora rimangono poche misere tracce, su una radura a strapiombo sul mare.   

Il bambino ascolta, appunta, si abbevera avidamente a quelle fonti di testimonianza diretta del nonno. Ma non comprendi se l’attenzione del bimbo ad accogliere quelle pillole di storia, sia motivata dall’amore e dall’interesse personale, o piuttosto dall’impegno che gli è stato commissionato dalla mamma perché il nonno è malato, ha poco tempo, occorre raccogliere quelle memorie, catalogarle con il power point per inserirne in un supporto multimediale… 

C’è poi la storia del muretto del pollaio, oggetto della missiva che Orlando/Molina, sempre insieme al nipotino, sta scrivendo a Ursula von der Leyen affinché riconosca quel sito come identitario per la nascita del federalismo europeo. Non è un caso che il figlio di Molina si chiami Altiero, nome di battesimo di Spinelli co-redattore insieme ad Ernesto Rossi del famoso “manifesto di Ventotene”, uno dei testi fondanti per l’Unione Europea. Nel documento si prospetta la creazione di una federazione europea ispirata a principi di pace e libertà, con base democratica dotata di parlamento e governo al quale affidare ampi poteri, dal campo economico alla politica estera. 

Peccato che quel muretto da tempo non esista più, ma sia stato ricostruito su ordine di Altiero per assecondare le convinzioni politiche e storiche del padre. Quel figlio a lui distante per incomprensioni e diversità forse ideologiche (inventore di una app multimilionaria e che non ha proseguito gli studi universitari), si adopera per ricreargli l’atmosfera di quell’indimenticabile vacanza del ‘96, quasi come un set cinematografico, in un estremo atto di amore che lo rende, insieme al compagno Noah, forse l’unico personaggio positivo del film.        

Il tradimento anche di ciò che sembrava verità storica, rende semplicemente patetico il personaggio di Sandro Molina, confinandolo definitivamente tra i visionari, gli illusi incapaci di interpretare il presente alla luce di un passato e una verità storica che forse (sembra suggerire il regista) si presta a interpretazioni e non hai i contorni così nitidi come continua a credere una certa sinistra italiana.

Tutti gli altri personaggi del film, nessuno escluso, appaiono maschere tragiche, talune più meschine di altre, incapaci di opporsi al ruolo che si sono autoassegnati nella vita. 

Così è Sabry (interpretata da Anna Ferraioli Ravel), che pure non si sottrae a una vita matrimoniale fittizia, anche quando la realtà le rivela il vero fine per la quale il suo Cesare l’ha impalmata, ovvero condividere patrimonio e compensi con l’ex moglie e il figlio, (magistralmente interpretata da Manuela Fanelli) a beneficio dei quali ha ideato la cerimonia in puro stile cafonial, con migliaia di invitati.    

Ti aspetteresti il classico “colpo di reni”, uno scatto di sano orgoglio coatto. Invece la telecamera la inquadra, impietosa, il giorno dopo il fattaccio, intenta a una diretta su Tiktok/instagram mentre proferisce consigli di make up nel suo ruolo di content creator. Le è bastata una notte per abdicare a sentimenti: tutto soccombe di fronte del successo e al consenso del pubblico che la vuole sposa felice e si identifica in lei venerandola come un feticcio. 

Così è per Luciana, (Sabrina Ferilli) che pure appartiene ad altra generazione, ben conscia che il suo fidanzato Ingegnere, – interpretato da un De Sica che oramai non fa che replicare all’infinito il personaggio del Conte Max -, mai la porterà a Dubai a fare la vita da signora, perché è in realtà uno spiantato che i figli stanno per interdire. Ma va bene così, fingere di illudersi per andare avanti.

Si potrebbe continuare ma il film ne ha per tutti, mentre non c’è risposta all’assenza di valori della società attuale, sembra suggerirci Virzì.  Attendiamo il prossimo Ferragosto, poi si vedrà.

   

Qualche spunto di riflessione e divagazione sul tema

È cronaca di questi giorni l’indagine della GDF sui presunti proventi sottratti al fisco dagli influencer, dopo il caso Ferragnez e le apparizioni di tiktoker con sospette capacità contributive, non coerenti sia per età che per professione. Si ricorderà forse, negli anni Ottanta, come l’attrice Eleonora Giorgi, fosse stata oggetto di accertamento fiscale per aver dichiarato pubblicamente, durante un talk show televisivo, di aver incassato un certo cachet per un dato film. Sfortuna volle che quel video fosse attenzionato dall’amministrazione finanziaria e sottoposto a un sindacato di coerenza con quanto esposto in dichiarazione dei redditi dall’attrice, con conseguente presunzione di compensi occultati.

Oggi, gli strumenti a disposizione dell’amministrazione finanziaria sono molto più sofisticati, accesso a banche dati, intelligenza artificiale e l’alta specializzazione degli stessi organi accertatori, dovrebbero consentire l’immediata intercettazione di fenomeni di incoerenza contributiva e/o di evasione totale.   

L’altro giorno, sul canale 31 del digitale terrestre “Real Time” dove, due volte al giorno, viene trasmesso “casa a prima vista”, un contest che vede un team di tre agenti immobiliari contendersi la migliore proposta per la casa dei sogni, è capitato di assistere alla richiesta di una “influencer” salentina, con base rigorosamente a Milano e budget 650.000 euro. Età della ragazza: 26 anni.

Allora, fatto salvo il sacrosanto il diritto alla difesa, al pieno rispetto “ del contraddittorio” e dello Statuto del Contribuente”, in uno stato civile ci si attenderebbe  – quanto meno – un invito alla compliance (come ora si chiama “la moral suasion” dell’Agenzia Entrate in caso di dati anomali e incoerenti con i dichiarativi fiscali) e comunque un’indagine approfondita sull’origine di tale provvista, a prima vista incompatibile con l’età della persona.  

Il problema sicuramente esiste non soltanto nel nostro paese, che tuttavia, proprio per la copiosa legislazione in materia, non avrebbe difficoltà a inquadrare quel reddito in una determinata fattispecie imponibile. Si tratta per lo più di compensi rinvenienti dall’’esplicita pubblicità di noti brand, come nel film di Virzì,  nella diretta della tiktoker Sabry.  Basterebbe un pomeriggio sulle principali piattaforme.

Gli strumenti ci sono.

C’è poco da ridere ultima modifica: 2024-03-17T23:16:30+01:00 da ANTONELLA BARETTON
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento