La voce del calcio

Mondo dello sport e del giornalismo sportivo in lutto. È morto Bruno Pizzul, storico telecronista della Rai.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Decisi di intervistare Bruno Pizzul con lo spirito garibaldino che mi caratterizzava allora. Avevo sedici anni, lavoravo in una piccola radio studentesca e appena trovavo un contatto non mi lasciavo sfuggire l’occasione. Più che un lavoro, il mio era un hobby: mi divertivo così, ma anche grazie all’incontro con personaggi di quel livello acquisivo cultura e competenza. Naturalmente, la nostra chiacchierata finì di diritto nel saggio che due anni dopo dedicai alla storia della Nazionale, alla vigilia del suo secolo di vita e con il Mondiale vinto a Berlino in copertina. A pensarci bene, il mio fu un piccolo atto di crudeltà. Pizzul, infatti, ha sempre sofferto molto per essere andato vicinissimo a raccontare la vittoria di un Mondiale ma non essere mai riuscito a togliersi questa soddisfazione. E, aspetto ancor più amaro, i suoi sedici anni al seguito della Nazionale hanno coinciso con cinque edizioni amarissime per gli Azzurri: dall’eliminazione agli ottavi dell’86, in Messico, quando la compagine di Bearzot era giunta al canto del cigno, al pessimo arbitraggio di Moreno contro la Corea del Sud; in mezzo, la semifinale di Napoli contro l’Argentina di Maradona, la sconfitta ai rigori a Pasadena e ancora i maledetti undici metri in quel di Saint-Denis, contro la Francia padrona di casa che, nello stesso stadio, nove giorni dopo si sarebbe laureata campione del mondo battendo 3 a 0 il Brasile.

Come detto, era il 2006 quando ebbi la fortuna di parlarci, Cannavaro aveva da poco alzato la coppa al cielo di Berlino e si sentiva che, nonostante la comprensibile gioia come italiano, personalmente ne soffriva. Nessuna invidia nei confronti del successore Civoli, sia chiaro, ma la voce rotta dall’emozione di chi avrebbe meritato una soddisfazione professionale che il fato, ahinoi, gli aveva negato. 

Pertanto, ripercorsi con il dovuto tatto le sue cinque avventure mondiali e Pizzul raccontava ogni aspetto come un cantore dell’antica Grecia, un aedo più che un telecronista. Rivivevano, nelle sue parole, i tiri dal dischetto del San Paolo, nel tempio di Diego, diviso fra l’amore incondizionato per il proprio idolo e quello per la maglia azzurra. E poi l’America, i gol di Baggio ai quarti contro la Nigeria, quando con la sua classe ci aveva letteralmente tirato giù dall’aereo, prima dell’epilogo crudele a Los Angeles, quando il Divin codino vide una porta nel cielo o, forse, fu la mano di Senna, da lassù, a deviare fatalmente la traiettoria del pallone. Infine, la Francia: una squadra fortissima, il dualismo fra Baggio e Del Piero, la sfortuna dal dischetto dopo settimane vissute da protagonisti, la traversa di Di Biagio e il tormento per una maledizione che sembrava non volerci abbandonare. Lo avrebbe fatto otto anni dopo, proprio contro i francesi, ma Bruno era già in pensione. 

Ricordo ancora la sua ultima telecronaca, a Trieste, contro la Slovenia: una sconfitta indolore per i ragazzi del Trap, in una partita che passerà alla storia per essere stata la recita conclusiva di un punto di riferimento per chiunque ami lo sport. Forse nessuno, se non Carosio e Martellini, è stato altrettanto iconico, anche se va detto che erano altri tempi: Carosio apparteneva per lo più allepoca della radio, Martellini è stato la voce del Mundial, con quel “Campioni del Mondo!” scandito tre volte al fischio finale del signor Coelho. Pizzul,  dal canto suo, ha reso “tutto mooolto bello” per la generazione nata al crepuscolo del Novecento, l’ultima cui è stato concesso il privilegio di poter immaginare un avvenire diverso e migliore, l’ultima che ha visto all’opera una Nazionale degna di questo nome. 

Avevo sedici anni quando Bruno mi consigliò di scandire meglio le parole, di evitare la retorica, di affidarmi a un racconto semplice e piano, di parlare al cuore della gente e di vivere il calcio con naturalezza: una lezione carica d’affetto più che una semplice intervista, cui ho pensato spesso di dare un seguito salvo poi ritenerla irripetibile. Mi porto dietro, dunque, la magia di quel confronto, la meraviglia di un uomo importantissimo che ripercorreva la sua vita e, intanto, mi svezzava, e persino la sua burbera dolcezza, perché Pizzul lo era, credetemi, anche se la sua bonomia era mediata dalla friulanità che lo pervadeva in ogni fibra. 

Era nato a Udine nel 1938 e nel natio Friuli ha scelto di andarsene, quest’uomo di confine che dipingeva con le parole immaginari e mondi, che ci faceva sognare, che ha scandito la nostra infanzia e, nonostante le sconfitte, ci ha reso felice. Facile esultare quando si vince, assai più arduo mantenere la compostezza nel momento del dolore. Bruno, dopo Napoli, ci indicava la luna. Ora lassù è arrivato anche lui, simbolo di una passione genuina, di un servizio pubblico d’altri tempi, di una storia, che è anche la nostra ed è bellissima. L’uomo sempre prima del professionista: questo è stato il suo insegnamento, per questo ci mancherà. 

Un commosso addio, e grazie.

La voce del calcio ultima modifica: 2025-03-05T16:27:56+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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