Educazione sessuale-sentimentale nelle scuole. Perché ne abbiamo bisogno

Lettera aperta a un regista e a molti  (si spera)  adolescenti.
FLAVIA FACCO
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Che la collettività tutta abbia bisogno di educazione sessuale – ma io preferisco chiamarla sessuosentimentale in quanto ritengo che l’umano non possa scindere il sesso dal sentimento – lo dimostra la cronaca. Abusi, violenza sulle donne, femminicidi e revenge porn purtroppo sono eventi quotidiani che ingrossano le statistiche.

Il problema a mio avviso è: come farla, quando farla e quale linguaggio parlare perché diventi efficace. Personalmente ho sperimentato, in qualità di psicologa, una deprimente inefficacia di alcuni interventi attuati nelle scuole superiori. Mi sono alle volte imbattuta in una platea distratta o provocatoria, mi sono sentita dotata di strumenti desueti e inefficaci. Qualche volta uscivo dalla classe con in mente l’idea di aver gettato solo una goccia in un mare in tempesta (ovviamente ormonale). Non è facile infatti trovare un linguaggio che “arrivi”, che scuota le coscienze, che inneschi davvero un’assunzione di valori quali quelli che cercavamo nella nostra équipe psicopedagogica di trasmettere ai ragazzi: rispetto, capacità di attesa, conoscenza del proprio corpo, ma anche di quello dell’altro, conoscenza dei sentimenti, sviluppo della empatia. Non succede a quindici anni, ma molto prima, lo sappiamo. Tuttavia lo sconvolgimento identitario che l’adolescente affronta, scardina d’improvviso anche questi valori, in quanto esasperato da un fisiologico egocentrismo, che se non viene elaborato, prende la deriva del narcisismo.

Avendo una specializzazione in arte terapia ho spesso coltivato e nutrito la convinzione che l’arte può aiutare assai più di altri linguaggi a pervenire a certi obiettivi. Affrontare gli adolescenti con un linguaggio tecnico è partita persa, innesca un distanziamento dal quale è difficile smarcarsi. Non solo, istituirebbe l’adulto come detentore di sapere laddove invece è l’adolescente che deve prendere parola. È l’adolescente che sa o non sa, ed è lui che deve mentalizzare, perché solo attraverso la mentalizzazione dei propri desideri , bisogni, istinti, può evolvere e uscire dalle pericolose conseguenze dell’acting out, ovvero di azioni impulsive compiute senza alcuna consapevolezza.

Credo dunque che si potrebbe affrontare la questione dell’educazione sessuale molto meglio attraverso la visione di film, magari creati ad hoc, per stimolare il dibattito. È infatti noto che molti adolescenti passano ore a fruire di serie su piattaforme.

Rispetto al tema dell’abuso e del revenge porn consiglierei a insegnanti, formatori e adolescenti, una visione collettiva del film Mia del regista Ivano de Matteo. Cercherò di spoilerare il meno possibile, anche se essendo il film del 2023 è possibile leggere recensioni e trama nel web. Il mio intento qui è di fornire una traccia di lettura della sceneggiatura come se il film fosse uno strumento da manipolare per sollecitare un dibattito costruttivo tra gli adolescenti e gli insegnanti. Non ultimo metterò criticamente in luce alcune perplessità che la sceneggiatura stessa mi ha sollecitato.

Il film Mia è un film di cui le famiglie e soprattutto gli adolescenti avevano bisogno. È un film che deve essere portato nelle scuole, per far discutere gli adolescenti, soprattutto per compensare le sue mancanze, i suoi “non detti” e per aprire riflessioni che non vengono chiaramente esplicitate nel film. Mi piacerebbe interrogare il regista se tali mancanze siano francamente volute o siano frutto di una lettura incompleta o molto soggettiva del fenomeno. Se fosse (e in parte lo sembra) un docu film, davvero a me pare manchi molto e a me questa sensazione, in quanto donna, in quanto psicoterapeuta, mi da quasi la vertigine. Se è un film di pura narrazione a me lascia piuttosto disorientata sul suo messaggio finale. Avendo una certa cognizione del fenomeno, fenomeno che mi sta a cuore avendolo affrontato sul lavoro e avendolo un poco descritto anche in un mio romanzo, mi sono sentita piuttosto a disagio. 

La storia è quella di una ragazzina adolescente, Mia, che nella sua voglia di crescere e sperimentare la sessualità diventa ingenuamente preda di Marco, un ragazzo ventenne che abusa di lei dopo averla fatta bere. Le conseguenze sono doppiamente fatali. Oltre alla verginità, nel film oscenamente mostrata attraverso l’immagine dell’asciugamano macchiato di sangue (che richiama il vecchio rituale patriarcale del lenzuolo steso al balcone), Mia perde anche la stima e la dignità di sé. Come nell’oramai troppo frequente realtà degli adolescenti, la scena del sesso (alias del crimine) viene filmata da Marco (eccolo il suo docu film) e poi sarà da lui stesso spammata ad amici e nemici per vendetta. 

Nell’impossibilità di tollerare il crollo della propria dignità, ottenebrata dalla vergogna, senza poter immaginare altra via di uscita (e qui porrei una buona domanda al pubblico adolescente), Mia si lancia dalla finestra e rimane in coma.

Il trauma spezzerà e separerà, attraverso le naturali e umane differenze di reazione, una coppia che ci appare idilliaca, troppo sintonica per essere vera, e alquanto anacronistica. La madre casalinga? Come si sostiene oggi una famiglia col reddito di un infermiere? Ma tant’è su questo possiamo transeare. Una coppia matura che sembra l’unica a far l’amore per far l’amore e non per seminare violenza. 

Contrariamente a una quotidianità molto più frequente, questa coppia affronta il conflitto su come educare l’adolescente con irrealistica soupplesse, piuttosto inverosimile al giorno d’oggi. Non dimentichiamo che la coppia spesso è separata e quindi distanziata. Sono molto più frequenti i litigi, le urla, le contraddizioni e le incoerenze a fronte delle richieste e delle intemperanze dei figli adolescenti perché la pressione spesso si fa insostenibile. Non dimentichiamo che la famiglia ha perso il sostegno di una struttura sociale più ampia. Piuttosto piatta e inverosimile appare anche la figura della madre, che mostra una tenerezza al limite della sdolcinatezza, psichicamente troppo uniforme per essere credibile, laddove le madri sono assai più ambivalenti e conflittuali quando affrontano la crescita e l’erotizzazione delle figlie femmine e tra l’altro sono diventate quasi le uniche a essere normative. Personalmente avrei preferito una narrazione più vicina alla complessità che attanaglia oggi le famiglie e i figli, perché avrebbe stimolato più riflessioni sulla contemporaneità. Mi pare una coppia molto più simile e aderente agli anni Cinquanta.

 Il padre in effetti confligge un po’ di più con Mia e nel conflitto mostra la sua difficoltà a transitare dall’immagine di Mia come “sua piccola bambina” a ragazza che vuole libertà e sessualità. Tale difficoltà si esprimerà anche nella frase “Mia è seria”, frase che purtroppo condensa un’antinomia di cui vorremmo e dovremmo liberarci e sulla quale andrebbe aperto un profondo dibattito con gli adolescenti che volessero vedere e commentare il film. Perché è proprio qui che sta il nodo. Cosa significa essere seria? Significa non accedere all’erotizzazione? E dunque giocare a pallavolo e studiare e divertirsi? Ma divertirsi come? Solo chiacchierando? O facendosi appunto “la maschera” con l’amica? In questa scena sarebbe stato bello ascoltare e vedere un dialogo più allusivo, più profondo, giocando su questa metafora, considerando che gli adolescenti spesso consegnano ai genitori un falso sé (alle volte temporaneo, alle volte destinato a permanere) di cui i genitori sono ignari. E che dire del personaggio antifrastico a Marco? Il ragazzo “bravo” che vuole aiutare e star vicino a Mia? Figura direi piuttosto scialba e priva di parola.

Di fatto questa aggettivazione, questa antinomia sottaciuta sul concetto seria/non seria è proprio la leva, il paradigma che permette a Marco, ragazzotto figlio di papà, di abusare di Mia. Gli permette di non sfiorare neppure lontanamente il senso di colpa. Gli permette di condannare Mia in un gioco giudicante che attesta incontestabilmente il suo diritto a predare e a fare scempio della intimità e della “persona”, una persona che lui considera appunto “mia”. Ma lui non sa cosa è una persona, sa solo cosa è una ragazza “seria”, lo sa in modo davvero patriarcale e anacronistico. L’empatia è fuori gioco, c’è solo il giudizio, un giudizio vecchio come il mondo. Ed è qui che il padre, andato in pezzi sulla pressione del trauma, ci appare in tutta la sua contraddizione, ma anche in tutto il suo mancato superamento di quanto anacronisticamente la cultura patriarcale si porta dietro. Anche lui pensa che sua figlia sia seria, ma cosa significa essere seria? C’è davvero differenza tra il giudizio di ragazza/figlia seria per un padre e il giudizio di seria per un adolescente di venti anni che permette a sé stesso di abusare di una ragazzina affrancandosi a priori dalla colpa? 

Non voglio rispondere, vorrei che fossero gli adolescenti a rispondere, opponendo le loro considerazioni. 

E ora veniamo al finale. Sono profondamente dispiaciuta della voragine e arretratezza concettuale in cui ci precipita il finale. Accecato dalla rabbia e dal desiderio di vendetta, e qui scivoliamo nella vendetta ottocentesca di sapore davvero patriarcale (si vendica l’onore), il padre fa quello che non avrebbe mai dovuto fare. Trasformatosi in criminale a sua volta, sconterà la pena che la giustizia gli infligge. Nulla sappiamo e sapremo della pena che verrà (se mai verrà) inflitta al ragazzo abusante.

Cari ragazzi, per favore rispondete voi. Perché il regista ci consegna un padre che diventa criminale facendosi giustizia da sé? Perché non ci dice nulla di cosa succederà al ragazzo? Perché sposta ex abrupto il focus dalla colpa del ragazzo alla questione del “farsi giustizia da sé”? E quindi sulla responsabilità?

Se il regista voleva farci riflettere sulle scorie del patriarcato che ancora ci pesano addosso, direi che ci è riuscito. Ma se fossi una adolescente resterei abbastanza disorientata e arrabbiata in quanto femmina, totalmente confuso se fossi maschio, ammesso che si possa ancora parlare di generi. In ogni caso, in quanto persone, credo che senza un ampio dibattito sarebbero ancora tutti nel caos.

Educazione sessuale-sentimentale nelle scuole. Perché ne abbiamo bisogno ultima modifica: 2025-06-02T17:34:32+02:00 da FLAVIA FACCO
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