Napoli senza Diego

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Cinque anni e due scudetti dopo, Napoli rende omaggio a Diego Armando Maradona, il più grande campione che abbia mai calcato i campi della Serie A, forse il più grande in assoluto, se si considera che Pelé è stato un genio ma non ha mai ingaggiato duelli rusticani col potere (oltre a non aver mai giocato in Italia) e che i vari Platini e Van Basten hanno posto la propria arte al servizio di proprietari alquanto influenti e facoltosi. Diego no, lui ha scelto sempre gli ultimi, memore del barrio di Villa Fiorita in cui è cresciuto, delle sofferenze patite da bambino, della scugnizzeria insita nel popolo argentino, assai simile a quello napoletano, e della sua propensione a schierarsi al fianco degli oppressi.

Del resto, tra i suoi miti figuravano Ernesto Guevara e José Martí, rivoluzionari proprio come lui, ribelle del pallone, in grado di ingaggiare lotte spesso aspre con i presidenti e gli organismi internazionali, pagando per questo un prezzo altissimo. Basti pensare a ciò che accadde ai Mondiali di USA ’94, quando la FIFA pretese la sua presenza per far fronte alla scarsa prevendita di biglietti in un Paese che non ha mai amato granché il calcio e poi lo umiliò in mondovisione: Maradona, infatti, venne squalificato per aver assunto l’efedrina, un farmaco che, guarda caso, era vietato solo negli Stati Uniti.

Come scrisse il grande Eduardo Galeano: “Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto”: una sintesi perfetta del degrado morale cui già allora stavamo andando incontro e che ormai ha raggiunto livelli inquietanti. Aggiungiamo che difficilmente a Diego sarebbe piaciuto il calcio contemporaneo; anzi, abbiamo la fondata sensazione che gli facesse proprio schifo, con questo spezzatino insensato, questi sponsor e queste televisioni a pagamento a dettar legge, questi calciatori trasformati in robot e un pubblico sempre più violento e meno partecipe che spesso utilizza lo stadio a mo’ di sfogatoio, lasciandosi andare a intollerabili manifestazioni di inciviltà. Non a caso, già ai tempi di Italia ’90, quando si rese conto che il suo amico Gianni Minà era stato confinato in un angolo del palinsesto di Raiuno, alla vigilia della semifinale fra Italia e Argentina, disputata proprio a Napoli, gli promise che dopo la partita, qualunque fosse stato il risultato, sarebbe andato suo ospite, e così fece, lasciando a bocca asciutta tutti gli altri.

E che dire della risposta che fornì a Marino Bartoletti, all’epoca conduttore di Pressing su Italia 1, che una domenica sera, per fare concorrenza alla Domenica Sportiva, aveva invitato in studio lui e Gullit? Gullit non fu difficile da convincere, diciamo per ragioni aziendali; Diego, quando sentì parlare di compenso, gli rispose che non sarebbe venuto certo per soldi ma per amicizia e che se fosse prevalso il discorso economico, avrebbe declinato l’invito. Questo era Maradona, con i suoi splendori e le sue miserie, i suoi tanti pregi e i suoi non pochi difetti, la sua grandezza e i suoi errori, la sua napoletanità acquisita e il profondo dolore che si è portato dietro per tutta la vita, come una sorta di male esistenziale che purtroppo lo ha condizionato in ogni scelta. 

Cinque anni senza Diego, dunque, ma Napoli, benché imborghesita e ormai abituata a vincere, non dimentica. Non è, infatti, una città che conosca l’ingratitudine, lasci cadere gli idoli nell’oblio o si prostituisca alla logica perversa del consumismo e del successo a tutti i costi, pur dovendo scendere a compromessi con una stagione che definire triste sarebbe un eufemismo.

Napoli era e sarà sempre maradoniana, tanto che oggi lo stadio porta il suo nome e nessuno penserebbe mai di sostituirlo, nel suo cuore, con qualcuno degli eroi contemporanei. Certo, piacciono anche McTominay e De Bruyne, piace Lukaku e sono piaciuti non poco Osimhen e Kvaratskhelia, ma nessuno di loro potrà mai eguagliare Diego, neanche Messi per quanto riguarda l’Argentina, per il semplice motivo che nell’evo contemporaneo possono nascere buoni giocatori e anche fuoriclasse destinati all’eternità ma uno come lui non nascerà più. Perché accadesse, difatti, bisognerebbe reinventarsi il Novecento, le sue passioni e le sue ideologie, e questo non è possibile, come sembra impossibile costruire oggi un immaginario alternativo a quello che si è imposto negli ultimi decenni, finendo con l’avvelenare lo sport e anche le relazioni umane. Quanto sarebbe bello, tuttavia, se qualche sognatore dotato di sprezzo del pericolo ci provasse davvero!

Napoli senza Diego ultima modifica: 2025-11-25T07:18:00+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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