Ei fu… in quel Cinque maggio

GIANNI MORIANI
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«Ei fu. Siccome immobile…» — con queste lapidarie parole secche e definitive Manzoni apre l’ode. Non un compianto, non un’invocazione. Una sentenza.

Il primo errore del lettore distratto è quello di leggere il Cinque maggio come un’ode celebrativa, un inno alla grandezza napoleonica.
La struttura superficiale sembrerebbe suggerirlo: Manzoni ripercorre le battaglie, le sconfitte, i ritorni trionfali, le due cadute. Ma ogni strofa porta con sé una tensione sotterranea che mina l’edificio della gloria nel momento stesso in cui lo descrive.

Il problema della gloria
Napoleone è presentato come un essere eccezionale — «folgore di guerra», «splendido e duro» — ma Manzoni non si lascia mai trascinare dall’ammirazione acritica. Al contrario, la grandezza del personaggio serve a rendere più bruciante la domanda centrale dell’ode: a cosa vale tutto questo? Le conquiste si rivelano fugaci, i troni vengono perduti, la fama stessa appare come una costruzione fragile affidata agli «scrittori» che la posterità potrà sempre revocare.

C’è una logica implacabile nel ragionamento manzoniano: più alta è la vetta, più rovinosa è la caduta . E Napoleone aveva scalato la vetta più alta che un uomo potesse immaginare. L’ode non è crudele con lui — Manzoni non è un moralista a buon mercato — ma è inflessibile nel mostrare i limiti strutturali di qualsiasi potere umano.

La solitudine di Sant’Elena
Il cuore emotivo dell’ode è la scena dell’esilio. Napoleone a Sant’Elena non è solo geograficamente isolato: è metafisicamente solo. Attorno a lui il silenzio di chi ha voltato le spalle, la malignità dei vincitori, il freddo indifferente della storia. È qui che Manzoni rivela la sua vera intenzione: portare il lettore davanti alla nudità dell’uomo spogliato di tutto ciò che lo aveva definito.

E proprio in quel punto di massima vulnerabilità, Manzoni introduce la svolta teologica dell’ode. La grazia divina raggiunge l’uomo nel momento in cui non ha più nulla a cui aggrapparsi. Non è un’osservazione trionfante, è quasi una tenerezza. Il Dio di Manzoni non aspetta i vincitori nelle sale dei palazzi: trova gli sconfitti nelle isole sperdute.

Manzoni e il suo tempo
Per capire l’ode fino in fondo bisogna ricordare chi era Manzoni nel 1821. Era un cattolico riconvertito con profonda convinzione, un romantico che credeva nella Provvidenza, ma anche un lombardo che aveva vissuto sotto il dominio napoleonico con sentimenti contrastanti. Napoleone era stato il liberatore e l’oppressore, il portatore degli ideali rivoluzionari e il nuovo tiranno. L’ode contiene tutto questo, senza risolverlo semplicisticamente.

Il Cinque maggio è anche, in questo senso, un testo sulla storia come problema. Manzoni rifiuta sia l’esaltazione nazionalistica che la demonizzazione moralistica. Sceglie una terza via: contemplare la vicenda umana sotto la luce dell’eternità, che ridimensiona ogni grandezza senza per questo renderla insignificante.

SIGNIFICATO PROFONDO

L’ode non celebra Napoleone né lo condanna. Lo usa come specchio per riflettere una verità universale: la gloria umana è reale ma transitoria, e solo nell’abbandono di sé l’uomo incontra qualcosa di più duraturo.

Una poesia contro i poeti?
C’è un’ironia sottile nell’ode: Manzoni, poeta, mette in discussione il potere della poesia stessa. I «vati» che avevano cantato Napoleone sono evocati con una punta di scetticismo. La fama che i poeti costruiscono è anch’essa destinata a sbiadire. L’unica voce che conta, nell’orizzonte manzoniano, è quella che non viene dagli uomini.

Ecco perché il Cinque maggio sopravvive come testo letterario pur parlando di qualcosa che trascende la letteratura. È una poesia che si interroga sui propri limiti, e in questo gesto di umiltà trova la sua forza più autentica. Due secoli dopo, il tremore dell’ultimo esule di Sant’Elena continua a risuonare — non perché Napoleone fosse grande, ma perché Manzoni ebbe il coraggio di chiedersi cosa significhi davvero esserlo.

Buon ascolto

Immagine di copertina: Illustrazione da Opere varie di Alessandro Manzoni. Milano, Fratelli Rechiedei, 1881.

Ei fu… in quel Cinque maggio ultima modifica: 2026-05-05T15:38:45+02:00 da GIANNI MORIANI
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