A novembre 2020, mentre in tutta Italia molti musei e altri istituti culturali lentamente riaprivano i battenti dopo il primo lockdown, i portoni di Palazzo Ducale, del Correr, di Ca’ Rezzonico e Ca’ Pesaro rimanevano chiusi. Il motivo? Niente turisti, niente biglietti, niente musei. La decisione del Muve, la fondazione dei musei civici veneziani, di impedire ulteriormente gli ingressi torna alla memoria sfogliando il denso e documentato e-book Cento fiori. Idee per una rivoluzione culturale a Venezia, curato sul sito di ytali da Guido Moltedo e Giovanni Leone. Il volume, con un suggestivo richiamo maoista nel titolo, raduna dati, idee e proposte che assegnano alla cultura, intesa come patrimonio, come sapere diffuso, lievito sociale e come produzione, la funzione di “bussola e motore lungo il percorso che ci attende”, un futuro misurato almeno in un decennio e che può cominciare, chissà, già la sera di lunedì 25 maggio, oppure attendendo ancora una manciata di giorni. Insomma la cultura, declinata al plurale, scientifica tanto quanto umanistica, un ecosistema in cui conta più la conoscenza e meno il consumo, come fattore decisivo delle sorti di Venezia, come e forse più di altri, spogliata però di apparati retorici, come se bastasse dire Venezia per dire cultura.
Il volume spazia su diversi terreni, ipotizza scenari, da un ateneo internazionale del mare, a un hub dei nuovi media, dall’orto botanico ai luoghi di aggregazione giovanile. Ed emblematico è il caso del Muve: nel 2024, si legge in Cento fiori, si è autofinanziato per il 97 per cento. Vale a dire che, caso eccezionale in Italia, ma anche altrove, i ricavi da biglietti hanno garantito ai musei civici veneziani quasi integralmente il proprio funzionamento. Quei siti, cioè, si mantengono da soli. Ci sarebbe di che brindare. Se però si va a guardare da vicino il loro pubblico, si nota che quasi otto visitatori su dieci vengono da paesi stranieri, sono dunque turisti, e solo poco più di due dall’Italia. In questi poco più di due visitatori sono compresi i cittadini veneziani, che, pur non paganti, sono i più prossimi e dovrebbero essere anche i più direttamente coinvolti da ciò che offre un museo civico, cioè della loro città. E invece i musei civici, in assenza di turisti e di turisti stranieri in specie, non hanno ragione di tenere aperti gli ingressi. È accaduto con il Covid, ma potrebbe accadere ancora sapendo che il turismo internazionale, pur essendo una macchina gigantesca e pur apparendo in crescita costante, è al tempo stesso, ricorda nell’e-book Massimiliano Zane, assai volatile.
Venezia ha bisogno di cambiare passo, di mettere a punto una strategia culturale che corregga, come proposto nell’e-book, un tale, vistoso squilibrio. Un’attenzione disuguale riguarda anche il rapporto fra città storica e città di terraferma: nella prima sono concentrate le sedi delle istituzioni che danno lustro, orientate nella programmazione e nella fruizione a un indistinto pubblico internazionale, splendide per i beni custoditi ed esposti, ma più interessate ad essere visitate che attraversate, vissute e persino contaminate da chi in quelle sale dovrebbe sentirsi a casa; nella seconda ci sono i luoghi del welfare culturale – le biblioteche di lettura, i cinema, i teatri di quartiere… – che, insieme ai centri sociali, si offrono come spazi di un benessere complessivo, della relazione, di una cittadinanza attiva, ma che godono di scarsa considerazione e di altrettanto scarso sostegno istituzionale.
Il riequilibrio dipende anche da scelte di politica nazionale, ma molto dalla volontà dell’amministrazione comunale che finora ha mostrato modesta attenzione a invertire una tendenza che garantisce una soddisfazione a breve, una crescita numerica, ma vuota di contenuti, in perfetta sintonia con l’idea che sia l’attrattività turistica a regolare i ritmi della città, la sua economia, la sua produzione e la sua offerta culturale, il respiro della sua vita quotidiana.

Il cambio di passo dipende dalla fine della stagione Brugnaro e dei suoi epigoni. Vista da lontano, però da uno sguardo partecipe ed empatico, la svolta nella guida politica della città ha un rilievo nazionale che parte dalle strategie culturali e investe la scena pubblica in termini più generali, si proietta come la prefigurazione, insieme ad altre, di una rinnovata stagione progressista. D’altronde riconquistare Venezia, dopo aver battuto la destra a Genova, rimette in sesto un quadro in cui le grandi città italiane sono amministrate dal centrosinistra, chiunque governi a Palazzo Chigi. E ciò fa ancor più effetto se ci si riferisce all’Italia settentrionale o al destrissimo Veneto, dove già Padova, Verona e Vicenza vanno in controtendenza rispetto all’andazzo regionale.
Una vittoria del centrosinistra a Ca’ Farsetti è un altro segnale, fatto di risultati concreti e non solo di sondaggi, dopo il referendum che ha bocciato la riforma Nordio-Meloni. Confermerebbe che, sebbene faticosamente e in maniera per niente automatica, non è impossibile che possano tradursi in termini elettorali, a partire da una riduzione dell’astensionismo, la mobilitazione a favore degli attuali assetti costituzionali e il rinnovato protagonismo giovanile, cresciuto nelle piazze e, meno rumorosamente, in tante iniziative sociali, solidali ed educative nelle aree fragili delle nostre città.
Buona parte della politica e dell’informazione hanno manifestato stupore nel riscontrare queste positive novità. Ma c’è stato anche chi ha rilevato che da tempo tali fenomeni erano leggibili, bastava osservare con maggiore attenzione, per fare solo un esempio, le iniziative intraprese in alcune periferie urbane da associazioni, cooperative sociali, aderenti o meno al terzo settore, di matrice politica diversa, dalla sinistra radicale ad ambienti cattolici.

Tornando a Venezia e alla sua scena culturale, il voto di domenica 24 maggio deve poter rappresentare la mobilitazione contro la nomina a direttrice musicale della Fenice di Beatrice Venezi. Anche osservandola a distanza, la protesta possiede un carattere specifico, è l’espressione di un attaccamento al tempo stesso popolare e attrezzato dal punto di vista musicale a un’istituzione culturale della città cui s’intendeva imporre una guida con un curriculum non alla sua altezza, marcatamente connotata in senso politico e in linea con un’arrogante pretesa “egemonica”.
Accanto a questo aspetto, emergono dati più schiettamente politici. Intanto la saldatura tra pubblico, da una parte, e orchestrali e maestranze del teatro, dall’altra, un piccolo capolavoro in termini strategici che ha smontato in via di principio ogni accusa di strumentalità e che ora attende solo di indurre il sovrintendente a trarne le conclusioni. È poi difficile non mettere in relazione le manifestazioni, i concerti in campo, gli interminabili applausi appena l’orchestra si affaccia sul palcoscenico con le iniziative in cui tanti veneziani, giovani e meno giovani, hanno espresso una vivacità conflittuale, una voglia di raccontare un’altra storia della città, alternativa a quella che la vorrebbe destinata a un blasonato declino.
Se la vasta alleanza progressista dimostrasse di poter offrire una rappresentanza politica ai mondi che si agitano nel civismo veneziano, se ne trarranno benefici anche a livello nazionale. Sarà un’ulteriore prova che il vento referendario non si è spento e che, sia nelle stanze dei partiti sia nelle piazze, si apprezza il valore della mediazione, non all’insegna del “meno peggio”, ma di un assetto politico e istituzionale che incarni la Costituzione. Tutto questo tanto più se la cultura, intesa non come ancella del turismo, diventasse una delle assi su cui si reggeranno le scelte di Ca’ Farsetti.

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