C’è qualcosa di profondamente grottesco nell’immagine che emerge dagli uffici di Meta in questi giorni. Un ingegnere siede alla sua scrivania, muove il mouse, digita, clicca. Ogni gesto viene registrato da un software chiamato Model Capability Initiative. Ogni interazione con il computer diventa dato di addestramento per un modello di intelligenza artificiale. Lo stesso modello che, con ogni probabilità, renderà inutile quella scrivania. Quell’ingegnere. Quel lavoro.
La Silicon Valley ha sempre avuto un talento straordinario per trasformare lo sfruttamento in mito. Per decenni ha venduto ai suoi dipendenti un patto faustiano: stipendi altissimi, stock option, campus con piscine e chef stellati, in cambio di disponibilità totale, identità aziendale, e la rinuncia tacita a qualsiasi forma di tutela collettiva. Il sindacato? Roba da operai. Noi siamo innovatori. Noi cambiamo il mondo.
Quel mito si sta incrinando. E lo fa nel modo più brutale possibile.
Meta ha licenziato oggi, 20 maggio 2026, circa ottomila dipendenti, il dieci per cento della forza lavoro. Contestualmente, ha spostato altri settemila dipendenti in ruoli focalizzati sull’intelligenza artificiale, consolidandoli in quattro nuove organizzazioni. Non è la prima volta che taglia: dal settembre 2022, quando contava 87.000 dipendenti, il colosso di Menlo Park ha già eliminato migliaia di posti in più tornate. Nel frattempo, però, investe. Eccome se investe: fino a 145 miliardi di dollari in spese in conto capitale nel 2026 soltanto. Data center, chip, capacità computazionale. Infrastrutture per l’intelligenza artificiale.
Il messaggio è inequivocabile, anche se nessun portavoce aziendale lo dirà mai in questi termini: il capitale umano viene smantellato sistematicamente, e il capitale finanziario viene dirottato verso la macchina che lo sostituisce. E non è finita: ulteriori round di licenziamenti sono attesi per agosto e poi ancora in autunno. La CFO Susan Li ha dichiarato che i vertici “non sanno davvero quale sarà la dimensione ottimale dell’azienda in futuro.” Una frase che vale quasi quanto un titolo da sola.
Microsoft non è da meno. Nello stesso periodo in cui Meta annunciava i licenziamenti, Redmond avviava il suo primo programma di prepensionamento volontario, coinvolgendo circa il sette per cento della forza lavoro americana. E aveva già messo in conto un centinaio di miliardi di dollari di investimenti nelle infrastrutture AI per l’anno fiscale in corso, cifra che secondo gli analisti potrebbe aumentare di altri dieci o venti miliardi.
Poi c’è Samsung. In Corea del Sud, il più grande produttore di memorie al mondo ha appena registrato un aumento di quarantotto volte degli utili trimestrali. La divisione semiconduttori potrebbe generare quasi duecento miliardi di dollari di utile operativo in un anno — seconda solo a Nvidia tra le aziende tech più redditizie del pianeta. I lavoratori hanno chiesto una fetta di quei profitti. I negoziati si sono arenati. Trentamila persone sono scese in piazza davanti al principale complesso produttivo. Il Kospi ha tremato.
E Standard Chartered? Il suo amministratore delegato ha annunciato l’eliminazione di migliaia di posizioni di supporto con una formulazione che merita di essere riportata per intero, perché dice tutto: si tratta di sostituire il “capitale umano di minor valore”. Non lavoratori. Non persone. Capitale umano. Di minor valore. Come se esistesse già una gerarchia ontologica tra chi serve ancora e chi può essere dismesso.

Il paradosso del dato vivente
Torniamo a quell’ingegnere di Meta con il mouse tracciato. In un post interno che ha raggiunto quasi ventimila colleghi, ha scritto una cosa che vale la pena meditare: “Non voglio vivere in un mondo in cui gli esseri umani — dipendenti o meno — vengono sfruttati come dati di addestramento.”
È una frase che contiene, in forma compressa, la contraddizione fondamentale dell’economia dell’intelligenza artificiale nel 2026. I lavoratori non vengono soltanto sostituiti dalla macchina: prima vengono usati per costruirla. Il loro sapere, i loro riflessi cognitivi, le loro abitudini operative vengono estratti, digitalizzati, trasformati in dataset. Poi la macchina viene addestrata su quei dataset. Poi i lavoratori vengono licenziati.
È un processo di espropriazione in tre atti che non ha precedenti storici nella sua eleganza cinica. Le rivoluzioni industriali precedenti distruggevano il lavoro fisico e lo sostituivano con macchine fisiche. Questa rivoluzione divorzia il lavoratore dalla sua stessa intelligenza, dalla sua esperienza, dal suo giudizio — e poi lo rende superfluo.
Meta sostiene che il software di tracciamento non verrà usato per valutare le performance. Il portavoce Andy Stone ha precisato che esistono “misure di protezione dei contenuti sensibili”, senza specificare quali. Stare tranquilli, insomma. La sorveglianza è per un buon motivo. Quel motivo è addestrare l’AI. Quell’AI servirà a fare a meno di voi. Ma state tranquilli.

La fine del patto non scritto
Per capire la portata di quello che sta accadendo, bisogna tornare indietro di qualche anno e ricostruire la logica del patto non scritto tra le Big Tech e i loro dipendenti.
Per decenni, la Silicon Valley ha potuto permettersi di ignorare i sindacati perché offriva qualcosa che i sindacati storicamente cercano di ottenere: sicurezza economica, benefit, un senso di appartenenza, la percezione di contare qualcosa. I lavoratori delle Big Tech non si sindacalizzavano non perché fossero ingenui o in malafede, ma perché non ne avevano bisogno. Il mercato li premiava abbondantemente.
Quel modello funzionava finché le aziende avevano bisogno di attrarre e trattenere talenti rari. L’intelligenza artificiale sta cambiando questa equazione in modo radicale. Se un modello linguistico può svolgere in secondi il lavoro che richiedeva ore a un professionista qualificato, il potere contrattuale di quel professionista crolla. Non perché sia meno capace, ma perché il mercato percepisce che la sua rarità è venuta meno.
Aggiungete a questo le ultime scelte manageriali — tagli, sorveglianza, retrocessione da innovatori a dati di addestramento — e capite perché qualcosa si sta spezzando.
Negli uffici americani di Meta, il 12 maggio scorso sono comparsi dei volantini. Nelle sale riunioni, sui distributori automatici, nei bagni. “Vuoi davvero lavorare in una fabbrica che estrae dati dai dipendenti?” La domanda citava esplicitamente il National Labor Relations Act, la legge federale che tutela il diritto dei lavoratori ad organizzarsi.
Nel Regno Unito, un gruppo di dipendenti di Meta ha avviato una campagna di sindacalizzazione con United Tech and Allied Workers, ramo del Communication Workers Union. “I lavoratori di Meta stanno pagando il prezzo delle scommesse costose e irresponsabili del management,” ha detto la sindacalista Eleanor Payne. “Il personale si trova ad affrontare tagli occupazionali devastanti, una sorveglianza soffocante e la crudele realtà di essere costretto ad addestrare sistemi pensati per sostituirlo.”
Sono segnali ancora deboli, ma significativi. Negli Stati Uniti, i tentativi di sindacalizzazione che hanno raggiunto risultati concreti nel settore tech hanno riguardato finora le mansioni più operative: i magazzini di Amazon, i negozi Apple. Secondo il Bureau of Labor Statistics, nel 2023 solo il 4,7 per cento dei professionisti informatici nel privato era iscritto a un sindacato. I campus della Silicon Valley sono rimasti a lungo una terra di nessuno per il movimento operaio.
Ma i licenziamenti cambiano tutto. La sorveglianza cambia tutto. Quando i benefit scompaiono e la tracciabilità del mouse diventa la normalità, il mito si sgretola. E i colletti bianchi scoprono di avere, in fondo, più in comune con un operaio di magazzino di quanto avessero mai voluto ammettere.

I governi occidentali hanno assistito per anni alla concentrazione di ricchezza nelle mani di un pugno di corporation tecnologiche con una combinazione di ammirazione, inerzia e cattura regolatoria. Mentre Meta accumula miliardi e licenzia migliaia di persone nello stesso trimestre, mentre Microsoft investe cento miliardi in infrastrutture AI e taglia il 7% della forza lavoro, mentre Standard Chartered archivia il “capitale umano di minor valore” come voce di bilancio, i parlamenti discutono. Istituiscono commissioni. Pubblicano libri bianchi. Annunciano regolamenti che arriveranno, forse, tra qualche anno.
Nel frattempo, i profitti sono adesso.
In Corea del Sud, un politico ha proposto di utilizzare le entrate fiscali in eccesso derivanti dai profitti dell’intelligenza artificiale per finanziare un dividendo per i cittadini. Il governo ha smentito che fosse una proposta ufficiale. Ma la domanda è rimasta nell’aria, e non sparirà — perché è la domanda giusta.
Chi decide come viene distribuita la ricchezza prodotta dall’intelligenza artificiale? Chi stabilisce se i benefici di una tecnologia finanziata anche da decenni di ricerca pubblica — università, agenzie governative, infrastrutture digitali collettive — possano essere privatizzati interamente da pochi azionisti? Nessuna legge di mercato impone che sia così. È una scelta. E finché non verrà trattata come tale — con tassazione progressiva sui profitti AI, con fondi sovrani che redistribuiscano i dividendi della produttività, con tutele reali per i lavoratori sostituiti — resterà una scelta fatta per omissione, nell’interesse di chi già possiede tutto.
L’intelligenza artificiale non è né buona né cattiva. È uno strumento. Ma gli strumenti non si distribuiscono da soli, e i benefici non cascano dall’alto per grazia ricevuta. Se la straordinaria produttività che questi sistemi generano rimarrà concentrata nelle mani di pochi azionisti mentre migliaia di persone perdono il reddito, avremo costruito la più efficiente macchina di disuguaglianza della storia umana.
L’ingegnere con il mouse tracciato lo sa. I trentamila davanti alla Samsung lo sanno. I volantini nei bagni di Meta lo dicono chiaramente.
Il problema non è che nessuno ascolti. Il problema è che chi dovrebbe agire ha scelto, per ora, di non farlo.
Fonti: Reuters, Bloomberg, Wired US, NBC News, CNBC, SF Standard, NPR, Bureau of Labor Statistics, comunicati aziendali Meta e Microsoft

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