Il gioco di parole è involontario ma illuminante, e vale la pena fermarcisi perché contiene una verità strutturale che i commentatori frettolosi hanno ignorato.
La messa — quella liturgica — è per definizione una messa in scena. È rito, è teatro sacro, è comunicazione simbolica attraverso gesti codificati, spazi architettonici, vesti, luci, musica, silenzi calcolati. La Chiesa cattolica è probabilmente l’istituzione umana che più a lungo e più consapevolmente ha utilizzato la regia dello spazio e del tempo per produrre significato collettivo. Dire che il lancio di Magnifica Humanitas era “spettacolare” non è quindi una critica: è quasi una tautologia. Lo stupore della giornalista francese che evocava Steve Jobs tradisce una memoria corta. Jobs aveva studiato la Apple Store come spazio liturgico. Non è la Chiesa che ha imparato da Silicon Valley: è semmai il contrario.
La scenografia scelta dal Vaticano — gli schermi, le clip sui papi della dottrina sociale, le immagini di guerra e povertà, il cofondatore di Anthropic seduto accanto alle teologhe africana e inglese, papa Prevost che si guarda su un piccolo monitor mentre abbraccia i fedeli in Africa — è già di per sé un testo da decifrare prima ancora di aprire il documento. Dal punto di vista della sociologia della comunicazione siamo di fronte a un’operazione stratificata e consapevole. L’istituzione ecclesiastica, storicamente associata alla lentezza deliberativa e alla solennità distante, adotta i codici del presente per raggiungere platee che altrimenti non l’ascolterebbero. È una scelta rischiosa ma probabilmente necessaria.
Il rischio è preciso: quando si parla il linguaggio del potere tecnocratico per criticare il potere tecnocratico, si rischia di legittimare ciò che si vuole contestare. Il product launch porta con sé una logica di consumo, di obsolescenza programmata, di hype destinato a sgonfiarsi nel giro di un ciclo mediatico. Una enciclica non è un iPhone. Non dovrebbe avere una vita utile di diciotto mesi. Se Magnifica Humanitas verrà ricordata tra vent’anni per i contenuti o per lo spettacolo della sua presentazione, lo dirà solo il tempo. Ma la storia della dottrina sociale cattolica — dalla Rerum Novarum in poi, ignorata, poi riscoperta, poi applicata in forme che Leone XIII non avrebbe riconosciuto — suggerisce che i tempi della Chiesa e i tempi dei social non coincidono quasi mai, e che questo non è necessariamente uno svantaggio.

Sul piano dei contenuti, Magnifica Humanitas è un documento politicamente coraggioso, e il coraggio viene esattamente da dove meno ce lo si aspetterebbe: da un papa americano. Robert Francis Prevost, cresciuto nella cultura statunitense e ora depositario di una tradizione europea di Stato come supremo regolatore sociale, critica con precisione chirurgica i meccanismi di concentrazione del potere nelle mani di “piccoli gruppi molto influenti” capaci di “orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio”. Non è il lessico dell’anticapitalismo europeo anni Settanta.
È un’analisi strutturale sobria e verificabile, e il fatto che provenga da un pontefice americano la rende politicamente inattaccabile dal fronte che di solito liquida simili ragionamenti come antioccidentali o nostalgici.
La presenza di Christopher Olah di Anthropic non è decorativa. È un segnale di campo meditato. Il Vaticano si allea simbolicamente con quella parte del mondo tecnologico che ha scelto di porre limiti etici alla propria potenza — Anthropic ha rifiutato di fornire al Pentagono strumenti per colpire obiettivi civili senza supervisione umana — contro quella che non ne vuole sapere. È diplomazia vaticana del XXI secolo: non dichiarazioni di guerra, ma posizionamenti strategici attraverso la scelta dei commensali. Leone XIII aveva scelto di stare con i lavoratori contro il capitale selvaggio. Leone XIV sceglie di stare con chi vuole mettere un freno all’intelligenza artificiale senza controllo. La linea è la stessa. Cambia solo il vocabolario tecnico.
Il passaggio più importante dell’enciclica, e quello destinato ad avere la maggiore risonanza nel dibattito pubblico non confessionale, è l’affermazione esplicita che i sistemi algoritmici non sono neutri. “Riflettono i parametri di chi ha progettato il sistema”: sembra ovvio, ma in un’epoca in cui l’oggettività della macchina viene usata sistematicamente come scudo per nascondere scelte politiche ed economiche precise, dirlo con l’autorità di un documento papale universale ha un peso specifico notevole. Questioni vitali che riguardano il lavoro, il credito, la reputazione, l’accesso ai servizi non possono essere affidate interamente a sistemi automatizzati che deresponsabilizzano chi decide. Serve trasparenza. Serve un livello dove qualcuno risponde delle proprie scelte, le motiva, le può vedere contestate.
Questo richiamo alla responsabilità individuale e istituzionale è al tempo stesso il contributo più classicamente cattolico del documento — la persona umana come soggetto morale irriducibile — e il più urgentemente politico. Perché la deresponsabilizzazione attraverso l’algoritmo è esattamente il meccanismo con cui oggi si giustificano licenziamenti di massa, esclusioni dal credito, profilazioni discriminatorie, targeting elettorale. Dire che questo meccanismo è inaccettabile non è conservatorismo: è una forma di radicalismo che dovrebbe mettere in imbarazzo molti progressisti che invece tacciono, intimiditi dalla complessità tecnica o sedotti dalla promessa dell’efficienza.
Ancora più netto il passaggio sulle armi autonome. Affermare che non è possibile affidare decisioni letali e irreversibili a sistemi automatizzati significa entrare direttamente nel dibattito sulla guerra del futuro, dove droni, sistemi di targeting basati sull’IA e algoritmi di identificazione nemici stanno già cambiando la natura del conflitto armato. È una posizione che i governi occidentali faticano ad assumere pubblicamente, stretti tra le pressioni dell’industria degli armamenti e la competizione strategica con potenziali avversari. Il papa la dice chiaramente, senza le mediazioni che paralizzano i parlamenti e le cancellerie. La “politica di potenza”, la “febbre ideologica di dividere il mondo in buoni e cattivi”, la corsa agli armamenti come industria: sono giudizi taglienti, non mediazioni diplomatiche.
Un papa seduto davanti a uno schermo su cui scorre la propria immagine mentre abbraccia i poveri in Africa, in un’aula dove si discute di intelligenza artificiale: è il presente nella sua forma più densa e contraddittoria. Una messa, messa in scena, appunto. Ma il rito non svuota il sacramento. E forse solo un’istituzione vecchia duemila anni poteva permettersi di stare dentro questa contraddizione senza esserne travolta, trasformando lo spettacolo in qualcosa che assomiglia, nonostante tutto, a un atto di fede nella possibilità che la tecnica serva l’uomo e non lo sostituisca.

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