Siamo abituati a trattare il dolore come un problema tecnico. Un malfunzionamento che la medicina deve correggere, un fastidio che la farmacologia deve silenziare. Ma attenzione: non sto dicendo che il dolore abbia un valore in sé, che vada accettato come destino o sopportato come prova. Il dolore del parto, per esempio, è in larghissima parte evitabile. La peridurale esiste, funziona, è sicura — eppure in molti ospedali italiani non viene proposta sistematicamente, viene scoraggiata, o semplicemente non è disponibile per carenze organizzative. Una donna che partorisce nel dolore quando potrebbe non farlo non sta vivendo un’esperienza più autentica: sta subendo un’ingiustizia. Lo stesso vale per chi muore. La domanda non è se il dolore abbia senso — spesso non ce l’ha. La domanda è: chi decide quando è evitabile e quando no? Su quale base? Con quale diritto?
Per rispondere a queste domande percorrerò un doppio binario: da un lato la visione di Francesco d’Assisi e dei grandi filosofi del Novecento che hanno pensato la morte come parte costitutiva del senso dell’esistere; dall’altro il vuoto scandaloso che la normativa italiana lascia aperto sul fine vita. Due piani che si interrogano a vicenda.
I. «SORA NOSTRA MORTE» — Il limite come appartenenza
Nel Cantico delle Creature, Francesco d’Assisi fa una cosa straordinaria: chiama la morte «Sorella». Non nemica, non castigo, non fine di tutto — sorella. La inserisce in una trama di relazioni cosmiche, accanto al sole, alla luna, al vento, all’acqua. La morte entra nella famiglia del creato.
Questo non è pietismo medievale. È una postura filosofica profonda: riconoscere la finitezza come parte dell’ordine reale, non come un incidente da correggere. «Nullu homo vivente pò skappare», scrive Francesco. Nessun uomo vivente può scappare. La necessità biologica si trasforma in eguaglianza universale.
Eppure Francesco non si ferma alla rassegnazione. Il suo gesto finale — morire nudo sulla terra nuda — è un atto di libertà, non di sconfitta. È la restituzione del proprio finire alla stessa gratuità con cui si è ricevuta la vita. La morte non subita, ma abitata.
Questa intuizione dialoga con il filosofo tedesco Martin Heidegger, che nel suo capolavoro Essere e tempo dice una cosa apparentemente semplice ma di grande forza: noi siamo gli unici esseri viventi che sanno di dover morire. E questa consapevolezza — se la prendiamo sul serio invece di rimuoverla — cambia tutto. Sapere che la nostra vita finirà ci costringe a chiederci cosa vogliamo davvero fare di essa. La morte, per Heidegger, non è la fine della vita: è la lente attraverso cui la vita acquista peso e direzione. Togliere quella lente — illudersi di poter vivere come se non finissimo mai — non ci rende più liberi: ci rende più distratti, più superficiali, più dipendenti da ciò che gli altri si aspettano da noi.
Ma è Hans Jonas a compiere il passaggio decisivo verso l’etica. In Il principio responsabilità, la vulnerabilità della vita non è solo un dato ontologico: è il presupposto di un dovere morale. Il confine — la finitezza — diventa misura dell’agire. Siamo responsabili proprio perché siamo fragili, proprio perché finiamo. E questa responsabilità non si esaurisce nel presente: si proietta verso chi verrà dopo di noi, verso le generazioni future che erediteranno il mondo che lasciamo e il modo in cui avremo scelto di abitare — e di concludere — la nostra esistenza.

II. IL PARADOSSO ITALIANO — Una morte senza legge
Veniamo alla realtà italiana. E qui il tono cambia, perché ciò che troviamo non è una filosofia del limite, ma un vuoto normativo che produce sofferenza concreta.
L’Italia è uno dei pochi Paesi dell’Europa occidentale privo di una legge organica sul fine vita. La legge 219 del 2017 ha introdotto le Disposizioni Anticipate di Trattamento — le DAT — e ha sancito il diritto di rifiutare cure e trattamenti, anche salva-vita. È un passo importante, non va sottovalutato. Ma è un passo incompleto: una porta socchiusa che la politica si rifiuta di aprire del tutto.
Cosa manca? Manca una disciplina del suicidio medicalmente assistito. Nel 2019 la Corte Costituzionale — sentenza 242 — ha dichiarato non punibile chi aiuta a morire una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da patologia irreversibile, che sopporta sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili. La Consulta ha costruito una finestra di liceità. E poi ha aspettato. Ha invitato il Parlamento a legiferare. Il Parlamento non lo ha fatto.
Nel 2022 la Corte Costituzionale ha dovuto constatare — con amarezza istituzionale raramente così esplicita — che il legislatore ha mancato ancora una volta all’appuntamento. Siamo in un territorio di diritto giurisprudenziale privo di certezza, dove le persone che cercano una morte dignitosa devono combattere caso per caso, tribunale per tribunale, spesso in condizioni di salute gravissima.
Il caso di DJ Fabo — Fabiano Antoniani, tetraplegico e cieco dopo un incidente stradale — è diventato il simbolo di questa deriva. Per morire secondo la propria volontà, dovette andare in Svizzera. Marco Cappato lo accompagnò e si autodenunciò. Ne è seguito un processo che ha cambiato la giurisprudenza italiana, ma non la legge. Perché la legge ancora non c’è.
III. IL CORPO ABBANDONATO — Biopolitica e «nuda vita»
Michel Foucault ci ha insegnato che il potere moderno non si esercita solo vietando, ma gestendo la vita delle popolazioni. L’accanimento terapeutico — il prolungamento artificiale di un’esistenza priva di coscienza o di prospettiva — non è necessariamente un atto d’amore: può essere l’espressione di un sistema che non sa lasciar andare, che confonde il mantenimento biologico con il rispetto della persona.
Giorgio Agamben, nel concetto di «nuda vita», ci offre uno strumento ancora più tagliente: il morente ridotto a puro corpo biologico, oggetto di decisione biopolitica, spogliato della sua storia, della sua volontà, della sua forma di vita. È ciò che accade quando una persona viene tenuta in vita contro la propria volontà, o quando muore senza cure palliative adeguate perché il sistema sanitario non ha saputo o potuto garantirgliele.
L’accesso alle cure palliative domiciliari in Italia rimane profondamente diseguale. In alcune regioni, meno del 20% dei malati terminali riesce ad accedere a un percorso di cura palliativa a domicilio. Il morire tra le mura domestiche — che Francesco avrebbe chiamato un atto di dignità — è diventato un privilegio geografico e sociale.
E qui torna la domanda iniziale: che senso ha il dolore del morire, se è un dolore evitabile, se è un dolore che potrebbe essere lenito, accompagnato, riconosciuto — e invece viene lasciato solo per inerzia normativa e insufficienza strutturale?

IV. «SORELLA» O NEMICA? — La morte nel tempo del rifiuto
Emmanuel Levinas scriveva che la morte è l’Alterità assoluta, il momento in cui la volontà fallisce, in cui l’io non può più nulla. A differenza di Heidegger, per Levinas la morte non è una possibilità del soggetto: è un’irruzione che spezza l’io dall’esterno. La morte come trauma radicale.
Francesco scarta di lato: chiamando la morte «Sorella», ne annulla l’estraneità ontologica. La morte è sorella perché condivide con l’uomo lo statuto di creatura. Questa parentela originaria trasforma la fine non in una minaccia all’identità, ma in una riconciliazione necessaria.
La nostra cultura ha scelto — o meglio, ha frainteso nel senso peggiore — questa irruzione: ha trasformato la morte in nemica assoluta da sconfiggere, rinviare, nascondere. Abbiamo costruito strutture specializzate nel fine vita per togliere i morenti dalla vista. Li curiamo, spesso benissimo, ma li separiamo. Non si tratta di romanticizzare la morte domestica pre-moderna. Si tratta di chiedersi: in che spazio umano e condiviso abita oggi il morire? Chi decide le forme di quel morire? Su quale base normativa poggia quella decisione?
V. QUATTRO PROPOSTE — Cosa dovrebbe fare il legislatore
Non basta denunciare. Occorre indicare. Cosa manca concretamente alla normativa italiana?
Prima: una legge sul suicidio medicalmente assistito che dia attuazione alla sentenza 242/2019. Non si tratta di aprire le porte a un’eutanasia indiscriminata: si tratta di riconoscere che esistono condizioni in cui una persona, pienamente capace di intendere e volere, ha il diritto di chiedere aiuto a morire. Le condizioni poste dalla Corte sono stringenti: patologia irreversibile, sofferenze intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, piena capacità decisionale.
Seconda: un rafforzamento dell’applicazione delle DAT. Ancora oggi, in troppi ospedali italiani, le Disposizioni Anticipate di Trattamento vengono ignorate per reticenza culturale o ignoranza normativa. Serve formazione obbligatoria per il personale sanitario e un sistema di controllo dell’applicazione.
Terza: un Piano Nazionale per le Cure Palliative con risorse certe e obiettivi vincolanti per ridurre le disuguaglianze regionali. Il morire a casa non può essere un privilegio del Nord.
Quarta: il riconoscimento pieno del ruolo dei caregiver familiari. Le famiglie che assistono i morenti portano un peso enorme, spesso senza supporto economico, psicologico o organizzativo. L’aziendalismo sanitario scarica su di loro ciò che il sistema non garantisce.

Restituire al finire la dignità di un atto umano
Torno alla domanda con cui ho aperto: partorire con dolore, morire con dolore — che senso ha?
Nessuno. Quando quel dolore è evitabile.
Il dolore del parto che potrebbe essere alleviato e non lo è, per mancanza di risorse o per un’idea sbagliata di naturalità, è un’ingiustizia. Il dolore del morire quando è solitudine istituzionale, quando è abbandono normativo, quando è sofferenza che la medicina saprebbe lenire ma il sistema non garantisce — quel dolore non ha senso. O meglio: ha un senso preciso, ed è la nostra responsabilità collettiva. È il segno di una società che non ha ancora deciso di prendersi cura dei propri membri nei momenti in cui sono più vulnerabili: all’inizio e alla fine.
Francesco d’Assisi, spogliato di tutto, disteso sulla terra nuda, non stava subendo la morte: la stava abitando. Stava compiendo l’ultimo atto di libertà di chi ha vissuto secondo una forma di vita coerente. Quel gesto è l’immagine di ciò che dovremmo garantire a tutti: non la morte come resa, ma la morte come atto umano. Non il parto come prova da sopportare, ma la nascita come evento accolto con ogni cura disponibile.
«Sorella Morte» non è una metafora consolatoria. È un’etica. È la pretesa che il finire abbia la stessa dignità del vivere — e che il vivere abbia la stessa dignità del venire al mondo. E finché l’Italia non avrà una legge che traduca questa pretesa in diritto esigibile, continueremo a far pagare ai più vulnerabili — alle partorienti, ai morenti, alle loro famiglie — il prezzo di una filosofia che la politica non ha il coraggio di rendere norma.
Riferimenti: Francesco d’Assisi, Cantico delle Creature (1225) · M. Heidegger, Essere e tempo (1927) · H. Jonas, Il principio responsabilità (1979) · E. Levinas, Totalità e infinito (1961) · M. Foucault, La volontà di sapere (1976) · G. Agamben, Homo sacer (1995) · Gianni Moriani (a cura di), La Natura di san Francesco (2026). Corte Costituzionale, sentenza n. 242/2019 · Legge 22 dicembre 2017, n. 219.

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