All’alba, in primavera, c’è un momento che appartiene a tutti. Non ai cacciatori, non agli agricoltori, non ai politici che siedono a Palazzo Madama. Appartiene a chi si sveglia e sente, prima ancora di aprire gli occhi, il canto degli uccelli. Un merlo che chiama, un usignolo ancora incredibilmente sopravvissuto che gorgheggia ai margini di qualche siepe, una rondine che taglia il cielo con quella precisione geometrica che sembra disegnata da un dio dedito alla bellezza. Quel momento — gratuito, universale, disponibile a chiunque abbia ancora la capacità di fermarsi — sta per essere cancellato. Non dalla siccità, non dal cambiamento climatico, non dall’espansione dei capannoni industriali che mangiano pianura. Sta per essere cancellato da una legge. Dal DDL 1552, firmato da Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia, e approvato dal Senato il 23 giugno 2026 con ottanta voti favorevoli, cinquantasei contrari e due astenuti.
Ottanta voti. E con quel pugno di voti, qualcuno ha deciso che il patrimonio faunistico italiano — che la Costituzione, all’articolo 9, definisce bene comune da tutelare per le generazioni future — diventa merce di scambio, moneta elettorale, regalo alle lobby venatorie che sostengono la destra italiana.
Una legge che non doveva esistere
La riforma della caccia, normata fino ad oggi dalla legge 157 in vigore dal 1992, è entrata e uscita più volte nel programma del governo Meloni. Il progetto di riforma è stato depositato il 20 giugno del 2025, le commissioni hanno iniziato a trattarlo da gennaio 2026 e l’aula in una settimana ha chiuso la pratica. Una settimana. Trent’anni di equilibrio faticosamente costruito tra attività venatoria e tutela dell’ecosistema, demoliti in una settimana. La fretta è sempre rivelatrice: si accelera quando non si vuole che la ragione abbia il tempo di intervenire.
Il DDL amplia gli spazi e i tempi della caccia. Aumentano il numero delle specie cacciabili e le aree in cui la caccia è consentita. Le regioni potranno comprendere nella quota del 20-30 per cento del proprio territorio agro-silvo-pastorale a protezione della fauna selvatica anche quelle aree — come parchi e zone protette — dove non si può sparare. Tradotto: i parchi non sono più parchi. Le aree protette non sono più protette: le rose canine saranno gemellate alle rose di pallini. Il bosco pubblico, la spiaggia, il litorale marino diventano poligoni di tiro. Si apre la strada alla presenza delle doppiette su zone marine demaniali. Potremo passeggiare lungo la battigia con il rischio di un colpo di fucile. Non è un’iperbole: è scritto nella legge.
Il DDL permette anche la caccia a stranieri che potranno venire nel nostro paese senza alcun limite di licenza venatoria. L’Italia come parco venatorio d’Europa, aperto al turismo armato. Il Bel Paese del Rinascimento, di Leonardo che disegnava il volo degli uccelli cercando di capirne i segreti, trasformato in riserva di caccia per chi arriva con il fucile in valigia.

Sparare per tutelare: l’orwelliana logica del bioregolatore
Il meccanismo ideologico al cuore di questa legge merita attenzione, perché è sofisticato nella sua perversione. Il cacciatore, aggiunge la riforma, “concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema”. Il suo ruolo non si riduce al semplice abbattimento di esemplari di fauna selvatica. La pratica viene intesa anche come attività sportiva e motoria oltre che utile al monitoraggio della fauna e alla tutela degli habitat naturali. Il cacciatore diventa un “bioregolatore”.
Bioregolatore. La parola è magnifica nella sua falsità. Chi spara a un merlo regola la biosfera. Chi abbatte un capriolo tutela la biodiversità. Chi svuota un caricatore su uno stormo di oche selvatiche monitora gli habitat naturali. Siamo di fronte a un capovolgimento semantico degno dei regimi totalitari del Novecento: la distruzione si chiama tutela, l’abbattimento si chiama regolazione, il massacro si chiama sport. Come ha detto il comico Giobbe Covatta, con quella precisione che solo l’ironia riesce talvolta a raggiungere: «Affidare la tutela della biodiversità ai cacciatori è come assumere come baby sitter Epstein».
Il paradosso è che questa stessa logica è già stata smontata scientificamente decine di volte. Gli ecosistemi si regolano da soli quando non vengono disturbati. I grandi predatori — il lupo, l’aquila, la volpe — svolgono quel ruolo di “bioregolazione” che la natura ha impiegato milioni di anni a costruire. Con il DDL Malan, tra le specie particolarmente protette non c’è più il lupo. Il lupo torna cacciabile. Il predatore che più di ogni altro regola le popolazioni di ungulati viene eliminato perché disturba i pastori. E per sostituirlo, ecco il cacciatore con il mirino ottoelettronico.
Il canto e il volo perduto: da Aristofane a Modugno
Ma c’è una dimensione che il dibattito politico, necessariamente tecnico e giuridico, non riesce a toccare. Ed è la dimensione che conta davvero, quella che determina la qualità della nostra esistenza come esseri umani dotati di sensibilità e immaginazione.
Gli uccelli. Non come specie da censire, non come biomassa da “regolare”, non come prede da abbattere. Gli uccelli come presenza nella nostra vita interiore, come figure dell’immaginario umano, come metafore del desiderio di libertà e di altezza che abita ogni essere pensante.
Aristofane, nel 414 avanti Cristo, scrisse Gli uccelli — la commedia più fantasiosa e visionaria dell’intera letteratura greca — perché gli uccelli erano già allora simbolo di un mondo altro, di una leggerezza che gli uomini anelano e non riescono a raggiungere. I protagonisti della commedia fondano una città tra la terra e il cielo, Nubicuculia, abitata dagli uccelli: è la città dell’utopia, del sogno, dell’impossibile reso possibile. Senza gli uccelli — senza quella presenza viva, canora, alata — non c’è metafora della libertà. Non c’è immaginazione.
E poi Modugno. Volare. «Nel blu dipinto di blu, felice di stare lassù». La canzone più famosa della storia della musica italiana non parla di un aeroplano. Parla di un sogno di volo, di leggerezza, di quell’aspirazione verticale che è propria dell’anima umana. Parla, in fondo, degli uccelli. Di quello che vediamo quando alziamo gli occhi al cielo e seguiamo il rondone che sale in spirale. Quella visione nutre qualcosa in noi che non ha nome ma che è essenziale. È quella cosa che i filosofi greci chiamavano thaumazein, la meraviglia: il sentimento originario da cui nasce la filosofia, ma anche la poesia, la musica, l’arte.
Cosa accadrà quando i boschi diventeranno silenziosi? Quando la spiaggia del mattino sarà solcata non dal volo dei gabbiani ma dagli spari? Quando nelle zone umide del Delta del Po — patrimonio dell’umanità, santuario dell’avifauna migratoria — il tempo dei cacciatori si estenderà fino a diventare il tempo normale? Non accadrà soltanto una strage biologica. Accadrà una mutilazione dell’anima collettiva. Perderemo qualcosa che non si misura nei dati ISPRA e non si inserisce nei report della Commissione Europea, ma che è forse più prezioso di tutto ciò che si può misurare.

Il fronte della resistenza: scienza, Europa, Papa
La buona notizia — se di buona notizia si può parlare — è che il fronte della resistenza è largo, trasversale, e più solido di quanto il governo voglia ammettere.
Oltre 400mila firme sono state raccolte dalle associazioni contro questo DDL, più di 50mila invece quelle a favore della legge di iniziativa popolare che vuole abolire la caccia. Secondo i più recenti sondaggi IPSOS, ben l’85% degli italiani è contrario alla caccia, anche a concessioni minime. Ottantacinque per cento. Quasi nove italiani su dieci. Eppure ottanta senatori hanno votato sì. La democrazia rappresentativa mostra qui la sua faccia più perturbante: rappresentare non i cittadini ma i finanziatori, non l’interesse comune ma le lobby organizzate.
La Commissione europea aveva già nel dicembre 2025 inviato una lettera all’Italia per contestare il contenuto della proposta normativa, sottolineando la gravità di alcuni passaggi come l’estensione della caccia fuori stagione, l’indebolimento del parere scientifico di ISPRA, l’uso di visori ottici. Il DDL espone l’Italia a procedure d’infrazione per violazione della direttiva Habitat e della direttiva Uccelli. Non è un dettaglio tecnico: è l’Europa che dice all’Italia che sta violando i principi fondamentali del diritto ambientale internazionale.
Un fronte trasversale di parlamentari ha rivolto un appello alla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, per chiedere il ritiro del Disegno di legge. I firmatari, esponenti di diverse forze politiche, hanno ricordato le parole di Papa Leone XIV, che ha definito la questione di “grande rilevanza sociale e morale”, e il magistero di Papa Francesco sulla cura della “casa comune”. Quando il Papa interviene su una legge sulla caccia, significa che il problema ha smesso di essere tecnico-legislativo e ha raggiunto la dimensione etica fondamentale.
Le associazioni Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu Bird Life Italia e WWF Italia, contestualmente al voto in Senato, hanno organizzato una protesta a Roma al Pantheon. Al Pantheon: davanti al tempio della grandezza umana, le associazioni che difendono la natura si sono riunite a testimoniare che la bellezza del mondo non appartiene a chi ha un fucile.
Il danno che non si ripara
Tra il 2007 e il 2025, i fucili da caccia hanno causato 462 morti in Italia. Quattrocentosessantaduepersone. Non uccelli. Persone: bambini, escursionisti, agricoltori che lavoravano nei campi, passanti. Quattrocentosessantadue morti e nessuno ha ritenuto necessario restringere l’accesso alle armi da fuoco. Al contrario: si estende il territorio dove è consentito sparare, si allunga il calendario venatorio, si permette l’uso di ottiche militari, si abolisce il limite ai “richiami vivi”. Si moltiplicano le occasioni di sparare.
Per l’Organizzazione internazionale per la protezione degli animali, con questa legge “non si lascerà scampo agli animali, i controlli saranno impossibili, il bracconaggio avrà la strada spianata, mentre i cittadini correranno il pericolo di trovarsi letteralmente nel mirino delle armi da fuoco in aree finora escluse dall’attività venatoria”.
Il bracconaggio. Un tema che il dibattito pubblico tende a rimuovere, ma che chi conosce le campagne italiane sa essere devastante. Le reti illegali tese tra gli ulivi del Salento, le trappole nei boschi calabresi, i richiami vivi negli appostamenti del Delta del Po: un sistema parallelo e oscuro che ogni anno stermina milioni di uccelli migratori. Con questa legge, il bracconaggio avrà la strada spianata perché i controlli diventano impossibili quando l’attività venatoria si estende ovunque e a qualunque ora.

La Camera: penultima trincea, poi il referendum
La battaglia contro questo provvedimento si sposta ora alla Camera dei deputati, dove l’iter legislativo ripartirà tra le feroci proteste promesse dalle opposizioni e dai comitati dei cittadini. Non è escluso che qualora Montecitorio dia il via libera definitivo al testo, le forze di minoranza e le sigle ambientaliste decidano di fare fronte comune per promuovere un referendum abrogativo.
Il referendum. È l’ultima arma disponibile in una democrazia quando il Parlamento ha tradito la volontà dei cittadini. Se l’85% degli italiani è contrario anche alle concessioni minime alla caccia, un referendum abrogativo sarebbe una vittoria scontata. Ma prima che si arrivi a quel punto, c’è la Camera: e lì la battaglia deve essere condotta fino in fondo, con ogni strumento che la democrazia offre — emendamenti, commissioni, ostruzionismo parlamentare, mobilitazione di piazza, pressione europea.
Ogni deputato che si dice amico della natura, ogni parlamentare che ha mai pronunciato la parola “biodiversità” senza vergognarsi, è chiamato ora a una scelta. Non è una scelta tecnica. È una scelta di civiltà.
Il senso di una civiltà
Gli uccelli non sono soli. Sono collegati alle foreste che abitano, alle pianure che sorvolano, ai fiumi dove bevono, ai frutti che trasportano, ai semi che disperdono. Sono collegati alla nostra immaginazione, alla nostra poesia, alla nostra musica. Sono collegati alla nostra capacità di meravigliarci, che è la capacità che ci definisce come esseri umani.
Colpire gli uccelli — ridurne la presenza, silenziare i boschi, trasformare ogni area naturale in un poligono di tiro — significa colpire qualcosa che è al cuore della civiltà. Non della civiltà come concetto astratto, ma della civiltà come esperienza quotidiana: l’alba con il canto del merlo, la primavera con il ritorno delle rondini, l’estate con il gridio acuto dei rondoni, l’autunno con il volo degli storni che disegnano nel cielo quelle forme cangianti che i matematici chiamano murmurazioni e che i bambini seguono con la bocca aperta.
Questa legge è una legge contro la meraviglia. È una legge che sceglie il fucile contro il canto. È una legge che privilegia il diritto di pochi a uccidere sul diritto di tutti a godere di una natura viva.
Va fermata. Alla Camera, in piazza, nei tribunali, nelle urne. Con ogni strumento che una democrazia offre a chi vuole difendere ciò che è bello, ciò che è vivo, ciò che appartiene a tutti.
Prima che i boschi diventino silenziosi. Prima che i nostri figli chiedano dove sono finiti gli uccelli e noi non sappiamo che rispondere.

Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!


1 commento
Gianni, forse frugando tra i ricordi lontani trovi il mio nome.
Apprezzo molto i tuoi interventi su Ytali.