Ho visto Hassan lavorare con un chiodo in bocca. Non saprei dire perché proprio quel gesto mi abbia fermato. Forse perché le mani riconoscono altre mani prima che il pensiero riesca a trovare le parole. Hassan sistemava qualcosa. Misurava, spostava, provava. Il chiodo era tra le labbra, pronto per il gesto successivo. In quel momento ho rivisto mio padre.
Mio padre era nato a Ferrara nel 1921. Aveva attraversato la guerra, era stato partigiano, poi aveva fatto mille lavori e infine il calzolaio. Mi ebbe in tarda età. Lo ricordo mentre aggiustava, costruiva, inventava una soluzione. Anche lui teneva il chiodo in bocca. La casa in provincia di Varese l’aveva costruita mattone dopo mattone. Qualche anno prima era arrivata la macchina. Non come esibizione del benessere, ma come prova materiale che la vita poteva avanzare. Prima la guerra. Poi il lavoro. Infine, qualcosa che portava il suo nome.
Hassan oggi ha trentaquattro anni. Ne aveva quindici quando arrivò dall’Egitto su un barcone. Alcuni dei suoi compagni di viaggio morirono durante la traversata. Entrò in una comunità e imparò a fare il giardiniere. Poi cercò di imparare altri lavori. Ogni competenza diventava una possibilità in più. Oggi lavora in Svizzera nell’agricoltura. Finito il turno ha il suo giro di famiglie. Taglia l’erba, sistema le piastrelle, ripara ciò che si rompe. Dove altri vedono mansioni separate, lui vede cose da fare.
Si dice che gli immigrati svolgano i lavori che gli italiani non vogliono più fare. Giangiacomo Cervi, su queste pagine, ha mostrato quanto sia ingannevole questa formula. Non esistono lavori naturalmente destinati a un popolo e rifiutati da un altro. Esistono salari, tutele, riconoscimento, fatica. Esiste soprattutto la differenza tra chi può permettersi di dire no e chi deve accettare.
Da questa differenza nasce la società duale. Da una parte chi può aspettare un lavoro migliore, sostenuto spesso da una famiglia, da una casa, da qualche forma di protezione. Dall’altra chi non possiede tempo da perdere. Una parte sceglie. L’altra assorbe ciò che la prima rifiuta. Una parte può considerare umiliante un impiego. L’altra deve trasformare quell’impiego nella propria occasione.
Marx chiamava esercito industriale di riserva la popolazione lavorativa sempre disponibile a essere assorbita o espulsa secondo le necessità del sistema. La sua vulnerabilità manteneva bassi i salari e riduceva il potere contrattuale di tutti. Oggi una parte di quell’esercito attraversa il mare.
Eppure, ridurre Hassan a quella funzione significherebbe compiere su di lui la stessa operazione che pretendiamo di denunciare. Vorrebbe dire usare la sua storia per dimostrare una tesi e perdere l’uomo.
Hassan non è soltanto vulnerabile. Desidera.
È questo che ho riconosciuto vedendolo con il chiodo in bocca. Non una somiglianza facile tra l’Italia del dopoguerra e l’immigrazione contemporanea. Ho riconosciuto la stessa fame di futuro.
Gli uomini della generazione di mio padre sapevano fare quasi tutto. Non perché fossero migliori di noi. La necessità non concedeva loro il lusso della specializzazione. Aggiustavano una porta, coltivavano un orto, costruivano un muro. Erano comunisti, quasi sovietici a loro insaputa. Stacanovisti senza primati da celebrare. Non chiedevano una medaglia alla fatica. Le chiedevano una casa, una macchina, un futuro diverso per i figli. Avevano conosciuto la fame e non intendevano trasformarla in un’eredità.
Il boom economico italiano non fu prodotto soltanto dalle fabbriche, dagli investimenti e dalle esportazioni. Fu costruito da quella generazione. Da uomini e donne che chiedevano alla fatica di portarli da qualche parte. Il lavoro era duro, spesso pericoloso, talvolta sfruttato. Ma conteneva una promessa. La casa, la pensione, lo studio dei figli, una posizione diversa nella comunità. Non tutti riuscirono a raggiungerla. Per molti, però, l’avanzamento era almeno immaginabile.
La differenza tra mio padre e Hassan comincia proprio qui.
Mio padre aveva attraversato la guerra ed era entrato in una società che, tra ingiustizie e conflitti, aveva bisogno di ricostruire sé stessa. Il suo lavoro contribuiva a un futuro che poteva diventare anche suo. Hassan è entrato in una società già costruita, che ha bisogno delle sue mani ma non sembra avere bisogno del suo riscatto. Gli chiede di essere disponibile, flessibile, competente. Lo apprezza perché sa fare tutto. Non è altrettanto certa di volergli permettere di diventare parte di ciò che contribuisce a mantenere.
La società duale non divide soltanto chi può scegliere il lavoro da chi deve accettarlo. Questa è la sua forma più visibile. La separazione più profonda passa tra chi può trasformare il lavoro in futuro e chi viene impiegato per sostenere il presente degli altri.
Abbiamo bisogno di Hassan nei campi, nei giardini, nei cantieri, nelle case. Abbiamo bisogno che sappia raccogliere, tagliare, riparare. La sua capacità di adattarsi ci appare perfino una virtù. Ma rischiamo di ammirare in lui proprio ciò che ci consente di non cambiare nulla. Più Hassan accetta, meno noi siamo costretti a interrogarci sui salari, sulle tutele, sulla possibilità di una casa, sul riconoscimento sociale di quei lavori.
Anche l’accoglienza diventa sfruttamento quando concede una funzione e nega una traiettoria. Abbiamo bisogno delle sue mani, ma non sappiamo ancora se siamo disposti ad accogliere la sua storia.
Sarebbe ingiusto contrapporre Hassan ai giovani italiani, come se da una parte ci fosse la volontà e dall’altra la pigrizia. Molti di loro conoscono salari insufficienti, contratti intermittenti e affitti inaccessibili. Anche loro stanno scoprendo che lavorare non basta più per costruire.
La società duale, allora, non coincide perfettamente con la divisione tra italiani e immigrati. La attraversa e la supera. Separa i protetti dagli esposti, chi eredita una possibilità da chi deve inventarla ogni mattina. Gli immigrati ne occupano il crinale più vulnerabile perché alla precarietà economica si aggiunge quella dell’appartenenza. Devono conquistare un salario e, nello stesso tempo, dimostrare continuamente di meritare il luogo in cui vivono.
La questione non è riportare gli italiani nei campi invocando il sacrificio né ringraziare gli immigrati perché accettano ciò che altri rifiutano. È decidere se un lavoro essenziale debba continuare a produrre vite marginali.
Mio padre costruì la sua casa mattone dopo mattone. Hassan sistema le piastrelle nelle case degli altri. Entrambi hanno lavorato con un chiodo in bocca. Il lavoro di mio padre poté diventare una casa, una macchina, qualcosa che portava il suo nome. Non sappiamo ancora che cosa potrà diventare quello di Hassan.
Il chiodo è lo stesso. Non lo è la promessa.

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