Se la democrazia indossa la divisa

FABIO CAVALLARI
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Giuliano Martufi e Giorgio Cecchetti, su ytali, hanno posto una questione che riguarda il rapporto tra Forze Armate, politica e fedeltà alla Costituzione. Lo hanno fatto partendo dalla partecipazione di militari in servizio a Futuro Nazionale e dagli esposti presentati da Luca Marco Comellini. La loro domanda, inevitabilmente, guarda soprattutto dentro le Forze Armate. Che cosa accade quando la divisa entra nella politica? Quale confine separa il diritto del cittadino-soldato ad avere un’opinione politica dal dovere di chi serve lo Stato di non mettere l’istituzione alla disposizione di una parte?

Vorrei provare a guardare lo stesso fenomeno dalla parte opposta. Non dalla caserma verso la società, ma dalla società verso la caserma.

Perché un generale può diventare un buon politico. La storia lo dimostra. De Gaulle ed Eisenhower non hanno distrutto la democrazia. Altri militari lo hanno fatto. Un generale può imparare il compromesso e un civile può governare come se ogni dissenso fosse un’insubordinazione. La domanda più inquietante, allora, non è soltanto che cosa accada quando un generale entra nella politica. È perché una democrazia cominci a desiderare un generale.

Futuro Nazionale è arrivato al 7,5 per cento nell’ultima rilevazione SWG, superando Forza Italia e Lega. Il dato non ci dice soltanto che un ex generale ha conquistato una parte dell’elettorato. Ci dice che una parte dell’elettorato vuole essere conquistata da un ex generale.

Non necessariamente perché ami le caserme o sogni un colpo di Stato. Sarebbe una lettura semplicistica e, soprattutto, rassicurante. Il problema potrebbe essere più profondo. Una parte della società sembra stanca della fatica democratica. Del tempo necessario per ascoltare, discutere, mediare. Di una politica che promette decisioni e produce rinvii, chiede fiducia e restituisce tattiche. Quando il compromesso viene scambiato per debolezza e il dubbio per incapacità, l’uomo che non esita acquista il fascino di chi finalmente sa dove andare. Forse la democrazia ha sempre desiderato il generale. È cambiato il posto che gli assegna nel proprio immaginario.

Martufi e Cecchetti tornano agli anni Settanta, alla storia dei movimenti democratici nelle Forze Armate, ai sottufficiali democratici, alla lunga trasformazione che avrebbe condotto al nuovo regolamento di disciplina, agli organismi di rappresentanza e infine alla sindacalizzazione. È una storia nella quale una parte delle Forze Armate chiedeva, in qualche modo, più democrazia dentro la divisa.

Ma fuori dalle caserme stava accadendo contemporaneamente qualcosa che oggi vale la pena ricordare. Una parte consistente della contestazione riconosceva proprio nella divisa il volto dell’autorità contro cui ribellarsi. Il generale stava dall’altra parte della barricata, insieme all’ordine costituito, alla disciplina, all’apparato che pretendeva obbedienza. Sarebbe falso trasformare un decennio complesso in un’unica fotografia. Non tutta la società contestava i militari e non ogni divisa rappresentava la repressione. Eppure, quell’immaginario esisteva. Per sentirsi ribelli bisognava opporsi all’ordine. Oggi lo stesso desiderio di ribellione può cercare una divisa dietro la quale marciare.

È forse questo il passaggio più interessante del fenomeno Vannacci.

Vannacci non viene seguito nonostante sia stato un generale. Almeno da una parte del suo pubblico viene seguito proprio perché lo è stato. La divisa non limita la sua trasgressione. La certifica. Dice che quell’uomo conosce la disciplina, ma ha deciso di rivoltarla contro il mondo che molti dei suoi sostenitori non sopportano più. Le élite, l’Europa, il linguaggio politicamente corretto, le minoranze considerate troppo visibili, una modernità percepita come una continua sottrazione. Il generale indica il nemico e, indicandolo, restituisce un fronte a persone che si sentivano disperse. Qui si trova il paradosso. Vannacci si presenta come uomo dell’ordine e viene vissuto come figura della trasgressione. Non promette soltanto di comandare. Promette a chi lo segue la sensazione di disobbedire.

La ribellione non è scomparsa. Ha cambiato comandante. Per questo il problema sollevato da Martufi e Cecchetti non riguarda soltanto il confine tra caserma e partito. Quel confine è essenziale e la magistratura farà il proprio lavoro sui casi che sono stati sottoposti alla sua attenzione. Ma esiste un’altra frontiera, assai più difficile da affidare a una norma o a un tribunale. È quella che separa la cultura democratica dalla cultura del comando.

La caserma può entrare nel palazzo molto prima del generale. Entra quando il linguaggio politico si riempie di nemici, traditori, disertori, battaglie da vincere e territori da riconquistare. Entra quando l’avversario non è più qualcuno con cui contendere il governo del Paese, ma qualcuno al quale negare il diritto di appartenergli. Entra quando ascoltare diventa una concessione e cambiare idea un cedimento.

A quel punto il generale non deve militarizzare la politica. La trova già pronta.

Il fenomeno Vannacci suggerisce allora un movimento che vale la pena osservare dalla parte dei civili. Una parte di loro non gli chiede di togliersi la divisa. Vuole indossarla simbolicamente insieme a lui. Vuole una politica che non rappresenti soltanto le sue paure, ma le organizzi in uno schieramento. Non domanda semplicemente di essere ascoltata. Domanda che qualcuno dia un ordine al suo risentimento.

Questo non rende ogni elettore di Vannacci un autoritario. Sarebbe una scorciatoia etica e non aiuterebbe a comprendere nulla. In quel consenso possono abitare abbandono, collera, bisogno di riconoscimento, nostalgia di un mondo più leggibile. Può esserci perfino una domanda di partecipazione che la politica tradizionale non ha saputo accogliere.

Ma proprio per questo non basta liquidarla. Bisogna capire quando il desiderio di essere rappresentati si trasforma nel desiderio di essere guidati contro qualcuno. La democrazia è faticosa perché non promette di eliminare il conflitto. Gli dà una forma nella quale nessuno dovrebbe essere annientato. Costringe a vivere accanto a chi non ci somiglia, a riconoscere una parte di legittimità anche alle parole che ci irritano. Il generale, almeno nell’immaginario, offre una soluzione più semplice. Non compone il conflitto. Lo vince.

Forse oggi non desideriamo davvero più ordine. Desideriamo una battaglia nella quale l’ordine sia dalla nostra parte. Martufi e Cecchetti chiudono il loro intervento ricordando che le Forze Armate servono la Costituzione e non i partiti. È un principio che riguarda chi indossa una divisa.

Ma forse dovremmo porre una domanda speculare a chi la divisa non la indossa. Che cosa cerca un cittadino quando smette di chiedere alla politica di rappresentarlo e comincia a chiederle di comandare i suoi nemici? Negli anni Settanta il generale appariva dall’altra parte della barricata. Oggi una parte della democrazia gli chiede di salirvi sopra e indicare il nemico.

Non è soltanto il generale ad avere conquistato una parte della democrazia. È una parte della democrazia che, stanca di discutere, ha cominciato a desiderare un generale.

Un soffio al cuore dello Stato di Giuliano Martufi, Giorgio Cecchetti sarà presentato a Mestre, domenica 13 settembre, h. 11, nella cornice del Festival della Politica


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Se la democrazia indossa la divisa ultima modifica: 2026-09-09T20:37:13+02:00 da FABIO CAVALLARI
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