Che piacere, rileggere Valentino

Gabriele Polo ha raccolto per Quodlibet articoli e interviste di Valentino Parlato. Il risultato? Un libro di gradevolissima e utile lettura.
GUIDO MOLTEDO
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Valentino Parlato, Non solo la domenica, a cura di Gabriele Polo, con uno scritto di Pierluigi Ciocca, Quodlibet

Ma, secondo te [i.e. Michail Gorbaciov], va bene chiamarsi “il manifesto” quotidiano comunista?
Stammi [i.e. Valentino Parlato] a sentire. Ho dedicato la mia vita alla difesa della libertà. Voi avete il pieno diritto a dirvi comunisti, ma, soprattutto, dovete essere capaci di vedere le nuove realtà. In ogni modo auguri e, come si dice nei brindisi, “alla vostra salute”.

Il manifesto dei tempi dei fondatori non era semplicemente un giornale. Si definiva, e lo era, quotidiano comunista (lo è tuttora). Non un’etichetta. Ma un punto di vista sul mondo. Una bussola. Un programma. La redazione non era una redazione come tutte le altre in qualsiasi altro giornale: non era composta da colleghe e colleghi, ma da compagne e compagni. Le riunioni di redazione erano discussioni, spesso animate, spesso interminabili, con l’idea di dare un senso politico alla giornata, quindi alla prima pagina del giorno dopo. Il manifesto era, ed era visto, come una forma originale della politica, e chi lo faceva era considerato parte di una comunità politica e culturale che elaborava, produceva e diffondeva visione e pensiero, idee, nei modi propri di un quotidiano. Non un medium ma un pensatoio che mandava ogni giorno in tutte le edicole d’Italia un giornale. Non una forza politica, ma un quotidiano con una grande forza politica.

Questa conformazione e questa funzione uniche si devono soprattutto a Luigi Pintor, Rossana Rossanda e Valentino Parlato, i tre del gruppo del manifesto radiato dal Pci che, anche nei periodi successivi alla prima fase della rivista mensile e poi del giornale quotidiano, lo guidarono, garantendone l’esistenza per diversi decenni. Il manifesto d’oggi continua in quel solco, grazie anche alla presenza attiva di Luciana Castellina, avendo acquisito tuttavia una sua fisionomia al passo con la trasformazione del mondo, che lo rende un “nuovo” manifesto.

Ognuno dei tre aveva un proprio stile riconoscibile, sia nella scrittura sia nelle discussioni in redazione sia nella loro presenza pubblica. Luigi era il giornalista, forte della sua esperienza di notista politico all‘Unità, un acutissimo fiuto politico, sempre interessato al qui e ora; Rossana aveva il passo dell’intellettuale e della scrittrice, più attenta ai processi lunghi; Valentino, di formazione economica, scriveva di economia e si occupava anche dei conti del giornale, straordinario, generoso militante per la causa del manifesto. Come Luigi e Rossana, conosceva bene, dall’interno, il Partito comunista, e come loro sapeva come scrivere su quel mondo, con durezza, se necessario, toccando le corde giuste, ma sempre con rispetto, e per questo era temuto e rispettato dai compagni del Bottegone e, più in generale, dalla sinistra.

Perché ricordare il manifesto, scrivendo a proposito di una raccolta di articoli, interviste e testi di Valentino Parlato? Diversamente da altre grandi penne del loro tempo — Bocca, Scalfari, Montanelli, solo per fare qualche nome, che lavorarono in diverse testate — la sua attività editoriale, come quella di Pintor, Rossanda e altre importanti figure del giornale di via Tomacelli, era intimamente legata con il manifesto ed era, per questo, l’attività editoriale non di un “semplice”, pur blasonato giornalista, come quelli menzionati, ma di una figura che era insieme politica, culturale, giornalistica. Come tale era vista, peraltro, dai suoi interlocutori, come appare molto evidente nelle interviste del libro.

Infatti, sono conversazioni, non interviste in cui c’è chi fa domande e chi risponde, anche se ci sono ovviamente anche domande e risposte; sono dialoghi tra pari, in cui Valentino è protagonista allo stesso livello dell’intervistato. Se c’era questa chimica, era per merito di Valentino, personalità forte, persona simpatica e semplice, comunicativa come poche, ma anche della consapevolezza, evidente all’interlocutore, di avere alle spalle la forza di un giornale come il manifesto e di rappresentarlo. D’altra parte, anche le interviste di Rossana avevano la stessa caratteristica, erano conversazioni o dialoghi tra pari, che si trattasse di Sartre o di Castro.

Per questo le interviste che si leggono nel libro curato da Gabriele Polo sono letture bellissime. Piene di vita. C’erano un’affabilità e una curiosità verso l’altro che gli permettevano di parlare con tutti, con chiunque, senza il minimo rischio di esserne “contaminato”, intervistasse pure il diavolo in persona. Si leggano le interviste con Guido Rossi, Gheddafi, Ciampi. Certo, con un Federico Caffè l’affinità contava, come con Trentin, con Foa, con Eco, ma forse Vale dava il meglio di sé con personaggi più distanti o che mettevano alla prova, non le sue certezze — parola sconosciuta a Valentino — ma punti irrinunciabili della sua visione politica. Innanzitutto il comunismo. Così è particolarmente interessante l’incontro con Michail Gorbaciov, complice Giulietto Chiesa. L’ultimo capo sovietico aveva esercitato, al suo apparire sulla scena, un certo fascino su un giornale che della critica “da sinistra” alla deriva brezneviana dell’Urss aveva fatto uno dei suoi punti di forza. Al tempo stesso i “vecchi” del manifesto assistevano con sgomento e costernazione allo sgretolamento di un sistema in crisi, anche per propria resonsabilità, e comunque contrappeso al capitalismo imperialista, uno sfarinamento che avveniva in seguito proprio all’iniziativa di Gorbaciov. E l’intervista tradisce questa ambivalenza, resa evidente dalle battute finali che riportiamo all’inizio di questo articolo.

Non solo interviste. Valentino si muoveva agilmente su tutta la tastiera del lavoro giornalistico, sia cimentandosi con grande cura con testi di peso, specie in campo economico, sia scrivendo un editoriale al volo negli ultimi minuti prima della chiusura del giornale. Poliedrico e prolifico, avrà scritto oltre 3.300 articoli tra il 1972 e il 2017. Gabriele Polo ha fatto un lavoro straordinario per l’oculata scelta dei testi ripubblicati nella raccolta. Le undici sezioni del volume raccolgono 42 tra interviste, reportage e commenti, spaziando tra grandi temi come economia, comunismo, guerre, reportage dalla sua Libia e dall’Afghanistan, cultura, lungo un cinquantennio.

La forza del libro è nella grande godibilità della sua lettura, dovuta alla scrittura colta ed empatica di Valentino, ai personaggi che incontra — bella la conversazione con Mario Monicelli su Alberto Sordi da poco scomparso — alle idee che percorrono il libro e che hanno segnato un’epoca e che ancora parlano ai tempi di oggi, così diversi da quelli del Novecento. Peccato manchi Ciriaco De Mita. Tra i democristiani, il personaggio più interessante, che adorava cinguettare con i comunisti del manifesto, Valentino su tutti. Valentino era l’unico da cui desiderasse davvero essere intervistato, perché era l’unico a decifrarne il mitico linguaggio irpino e a saperlo rendere bene sulla pagina.

A ulteriore conferma dello stile manifesto che lo caratterizzava, Valentino aveva piacere di essere affiancato da Galapagos (Roberto Tesi) quando andava alla Banca d’Italia per le comunicazioni annuali del governatore, oppure da Bruno Perini quando andava a Milano, a incontrare personaggi come Guido Rossi e altri protagonisti della finanza milanese. Quando si trattava della Fiat, andava con Loris Campetti, per incontrare Annibaldi o Romiti.

Che il libro abbia la prefazione di una personalità del rilievo di Pierluigi Ciocca è una scelta intelligente da parte di Gabriele Polo, e da parte di Ciocca, che ha accettato l’invito, proprio perché conferma l’apertura del manifesto verso mondi apparentemente distanti, a conferma che il manifesto — e personalità come Valentino — ha sempre avuto la straordinaria capacità di stare in questo mondo, per quello che è e per come è possibile cambiarlo, anche costruendo ponti tra via Tomacelli e via Nazionale.

Sono numerose le personalità che hanno affiancato Pintor, Rossanda e Parlato, sia agli inizi del manifesto sia nel corso dei decenni che sono seguiti. K. S. Karol, Ninetta Zandegiacomi, Marcello Cini, Danielle Mazzonis, Michelangelo Notarianni, Filippo Gentiloni, Filippo Maone, Hrayr Terzian.

Che piacere, rileggere Valentino ultima modifica: 2026-09-15T20:08:13+02:00 da GUIDO MOLTEDO
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