Perché Hezbollah esiste. E resiste

Un Libano costruito su un equilibrio settario “perfetto” ma paralizzante ha lasciato interi quartieri senza Stato. Lì il movimento sciita ha colmato i vuoti con servizi, controllo sociale e ricostruzione post‑2006, rafforzato anche dalle risposte militari israeliane e dal collasso economico.
GIOVANNI VERGA
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Beirut è una città senza eguali. Dove se ne trova un’altra che ospiti chiese di ogni confessione cristiana, moschee sunnite e sciite, quartieri e sobborghi abitati da comunità diverse, e istituzioni civili e politiche in cui ciascuna di esse è rappresentata in modo scientificamente bilanciato? È il vanto del Libano, ma anche la sua sventura. In teoria dovrebbe essere un sistema perfetto; in pratica è un modello ideale che però porta alla paralisi della vita politica e, spesso, all’esplosione di contrasti e conflitti fratricidi. Hezbollah è una delle conseguenze dell’impraticabilità di questo modello. Come si sa, rappresenta la comunità sciita, tra le componenti socio‑religiose più rilevanti ma anche, storicamente, la più esclusa e misera della città e del Paese—almeno fino all’arrivo in massa dei profughi siriani, i nuovi paria.

Per rendersene conto bisogna andare nei sovrappopolati sobborghi meridionali, in particolare a Dahiyeh, una città nella città di 700 mila abitanti, balzata negli ultimi tre anni alle cronache di guerra più nefaste per i massicci attacchi aerei che l’hanno devastata. Non era la prima volta. Qui c’era, e c’è ancora, il feudo di Hezbollah, la sua anima più profonda. Qui lo Stato è assente: il suo posto è stato preso dall’organizzazione guidata fino a circa un anno e mezzo fa dall’indiscusso leader Hassan Nasrallah, giustiziato da un drone partito da Israele in uno di questi palazzi‑alveare. In questo luogo era un idolo, una guida assoluta; ora è un martire a cui rendere giustizia.

I suoi giganteschi ritratti, insieme alle bandiere verdi e gialle del movimento, campeggiano a ogni angolo di strada: sulle montagne di rifiuti, sui liquami nauseabondi che scorrono ai bordi delle vie, sulle misere bottegucce piene di paccottiglia e sulle macerie di interi isolati. Dahiyeh è la spina nel fianco di Israele: da decenni si cerca di sradicare quella che è percepita come una minaccia costante alla sicurezza con bombe, droni, cercapersone esplosivi ed esecuzioni mirate. Ma l’effetto ottenuto è, paradossalmente, quello di rafforzarla.

Hezbollah nasce come risposta all’inconsistenza e all’assenza dello Stato libanese in ogni campo della vita pubblica, dai servizi essenziali alla difesa del territorio e alla protezione dei cittadini. Non è un fenomeno inedito: è accaduto dove latita un’autorità statale riconosciuta ed efficiente—è successo in Afghanistan con i talebani, in Libia, e oggi in Siria. Quest’area, popolata dalle fasce più povere non solo sciite, è rimasta a lungo ignorata dalle istituzioni. In questo contesto, nel 1998 fu creata l’Unione dei Comuni della Periferia Meridionale—Haret Hreik, Ghobeiry, Jnah e Mreijeh—che colmò in parte le lacune dello Stato nella gestione urbana. Da allora il potere di Hezbollah si è esteso sempre più, fino a controllare tutti gli aspetti della gestione civile e sociale. La svolta definitiva arrivò con la guerra di Israele contro il Libano nell’estate del 2006, che provocò l’“urbicidio” di oltre 260 edifici, più di 200 dei quali nel solo quartiere di Haret Hreik, considerato il cuore politico di Nasrallah.

La rapida ricostruzione dell’area, grazie al progetto Waad guidato da Hezbollah tramite la fondazione Jihad al‑Bina e finanziato da fondi iraniani, aiuti arabi e compensazioni statali, ha rafforzato enormemente il controllo e il consenso del “Partito di Dio” nella zona, dove quasi tutto è abusivo, a scapito dello Stato. La mancanza di prospettive e di futuro per una popolazione in grandissima parte giovanissima rende questo territorio un terreno fertile per il reclutamento. Non è un caso che in questi sobborghi refrattari a ogni normalizzazione sia nata la strategia più radicale dello Stato ebraico, nota come “Dottrina Dahiyeh”, ovvero la “risposta sproporzionata”, applicata da allora anche a Gaza. È una tattica di combattimento asimmetrico contro un nemico privo di esercito regolare ma profondamente radicato nella popolazione civile, così spiegata da alcuni generali israeliani: “Quello che è successo nel quartiere di Dahiyeh a Beirut nel 2006 succederà in ogni villaggio dal quale verremo attaccati. Applicheremo una forza sproporzionata e causeremo grandi danni e distruzioni. Dal nostro punto di vista quelli non sono villaggi di civili, ma basi militari. Non è una raccomandazione, è una disposizione obbligatoria, ufficialmente approvata”.

Ogni volta che la città veniva colpita e devastata in questo modo, però, il sostegno ai combattenti aumentava. Quando il quartiere fu quasi raso al suolo nel 2006, il consenso salì alle stelle; e anche alle ultime elezioni amministrative di maggio 2025 il Partito di Dio ha registrato un notevole successo, come nel sud del Libano martellato dai bombardamenti. L’ennesima dimostrazione dell’impotenza dello Stato centrale è arrivata quando, nell’estate scorsa, ha ordinato a Hezbollah—che pure ha propri rappresentanti nel governo—di consegnare le armi, affidando all’esercito regolare l’onere esclusivo di disarmare tutti i gruppi combattenti. La consegna degli arsenali era iniziata in alcuni campi profughi, ma le resistenze sono state forti anche all’interno dello stesso esercito, dove molti sciiti, completamente restii a obbedire, hanno frenato l’operazione. Ancora una volta si è ripetuto l’avvilente copione del fallimento delle istituzioni sul campo.

L’impegno preso come condizione della tregua, voluta dagli Stati Uniti, di impegnare l’esercito per disarmare Hezbollah non ha dato risultati, e noi crediamo che non ci riusciranno mai,

dice Rana, donna sciita vestita all’occidentale, impegnata nel sostegno psicologico e familiare con il Social Development Center “Eid Al Adha” di Bourj al‑Barajne, quartiere di Dahiyeh dove sorge uno dei più affollati e esplosivi campi profughi palestinesi del Libano.

Qui stiamo subendo la doppia pressione della tattica israeliana per espellerci dalle case dove siamo nati e del collasso dell’economia, che ha vanificato quel minimo che avevamo, portandoci a un’inflazione a due zeri. Ma restiamo.

Molte volte gli abitanti hanno ricevuto ordini di evacuazione immediata—anche negli ultimi mesi—e sono dovuti fuggire abbandonando tutto; ma, se la casa restava in piedi, tornavano. Fino al successivo ordine.

Perché Hezbollah esiste. E resiste ultima modifica: 2026-05-28T19:59:22+02:00 da GIOVANNI VERGA
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