Dolce Montenegro

I sessant’anni della star rossonera Dejan Savićević, oggi a capo della federcalcio del suo paese.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Se dici Dejan Savićević, nlla mente di ogni tifoso rossonero si accende una luce e affitta un ricordo dolcissimo. Atene, 18 maggio 1994, finale di Champions League contro il Barcellona di Cruijff. Il Milan è già in vantaggio 2 a 0 grazie alla doppietta di Massaro e sta giocando in scioltezza quando ecco che il genio slavo, da posizione impossibile, si inventa un pallonetto in grado di infliggere a Zubizarreta (portiere del Barça) la massima umiliazione, lasciando il vate olandese a bocca aperta e mandando in estasi i milanisti di tutte le età (chiuderà il conto Desailly per un 4 a 0 memorabile).

Savićević, del resto, era così: genio e sregolatezza, da buon montenegrino nato a Podgorica, carattere tipico di quella terra in cui, se avessero avuto pure la continuità, avrebbero vinto tutto per decenni. 

Non a caso, quando si analizzava la composizione della Jugoslavia, si diceva che i serbi avessero la forza fisica, i croati il talento e i montenegrini la fantasia. E si diceva bene, dato che se pensiamo a un serbo ci viene in mente il compianto Sinisa Mihajlović, se pensiamo a un croato ci viene in mente Prosinečki e se pensiamo a un montenegrino ci viene in mente lui, il fuoriclasse riluttante che compie sessant’anni e non ha ancora smarrito l’indolenza che gli ha permesso di distillare solo a tratti la sua classe purissima. Eppure, ciò che ha dato al calcio e al Milan gli è bastato per essere ricordato come un fenomeno generazionale, purtroppo travolto dalla tragedia che in quegli anni sconvolse i Balcani. Ci domandiamo, infatti, cosa ne sarebbe stato di quella generazione se il loro Paese non fosse esploso in mille pezzi e non fosse stato dilaniato da una furia che non si vedeva in Europa dalla Seconda guerra mondiale. Non è assurdo ipotizzare che avrebbero conquistato almeno un Europeo e forse addirittura un Mondiale: bassa dare un’occhiata a cos’abbiano combinato nei rispettivi club per rendersi conto di quanto fossero forti. Di tutta quella nidiata, il Genio ne ha costituito l’emblema, ancor dell’iconico Boban, del già menzionato Prosinečki, del povero Hadžibegić, che sbagliò il rigore decisivo ai quarti di finale di Italia ’90 contro l’Argentina, contribuendo forse ad accelerare la dissouzione della Jugoslavia, e di altri miti che tuttavia non avevano la grandezza di un personaggio che a volte avresti voluto strozzare tanto era svogliato ma quando era in serata, come per l’appunto ad Atene, ti faceva dimenticare ogni problema. Anche per questo un sergente di ferro come Capello, che certo non amava la pigrizia, non gli ha mai posto limiti, impiegandolo con continuità e vincendo tutto pure grazie alle sue giocate, in grado di annichilire il “Dream team” di Guardiola e compagni e di condurre il Diavolo sul tetto d’Italia e d’Europa. 

Ogni volta che leggiamo una sua intervista, pertanto, ci viene in mente ciò che disse una volta George Best: “Se io fossi nato brutto, non avreste mai sentito parlare di Pelé”. Non esageriamo, ma non c’è dubbio che se il Genio fosse stato meno svogliato, avrebbe potuto oscurare persino il ricordo di Van Basten, tale era il suo potenziale espresso,  come detto, solo a sprazzi, e che sprazzi!

Ora, con sei decenni sulle spalle, dirige la Federcalcio montenegrina, continua a vivere la vita con gusto e non lesina consigli, analisi e riflessioni da vecchio saggio, rimasto per fortuna ancora un po’ fanciullo. Non ha voluto dominare, non se l’è sentita di stravincere e, in fondo, va bene così. Quel pallonetto nella notte di Atene basta e avanza per consacrarlo nell’Olimpo degli immortali. Lui lo sa e vive di rendita. D’altronde, quando si è Verlaine, basta un verso per candidarsi all’eternità.

Dolce Montenegro ultima modifica: 2026-09-14T11:56:47+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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