Dopo l’articolo di Giovanni Leone, Moschea. Una bella sfida per l’architettura, quello che segue è il secondo di una serie di contributi volta a proporre il tema dell’edificazione di un nuovo luogo di culto islamico a Venezia nella cornice di un dibattito necessariamente culturale, un terreno che precede quello politico e religioso, o quanto meno gli è complementare, ma che finora è stato del tutto trascurato, se non ignorato nell’animata discussione che è seguita alle notizie della costruzione di una moschea a Mestre.
L’architetto Roberto D’Agostino, firma della nostra rivista, è stato assessore all’urbanistica ed è attento conoscitore delle dinamiche di una città complessa come Venezia.

Il 18 maggio 2000 a Saint Denis è stata firmata la Carta dei Diritti dell’Uomo nella Città e nel 2002 a Venezia si è svolta la terza conferenza internazionale alla presenza di oltre cento città delle quattrocento firmatarie. Il principio fondamentale della Carta composta da 28 articoli riguarda l’uguaglianza di diritti attivi e passivi di tutti coloro che vivono in una città indipendentemente da origine, colore, sesso, età, lingua, religione, opinione, reddito. La Carta fu allora inserita nello Statuto di Venezia poi progressivamente è sparita, anche dallo Statuto Comunale rivisto. È così sparita che una importante comunità di cittadini veneziani si vedono negato il diritto di realizzare un proprio luogo di riunione e di culto in base a motivazioni imbarazzanti. La questione è tanto penosamente assurda che non avrebbe bisogno di particolari commenti per essere condannata, sperando che, finito l’effetto elezioni in cui la Moschea ha giocato un ruolo fondamentale per eleggere l’attuale sindaco, si arrivi al più presto a un ripensamento.

Questa premessa attiene ai diritti e al vulnus che il diniego di realizzare un luogo di culto crea alla civiltà veneziana segnando un ulteriore passo del suo declino civile. Va sottolineato un altro aspetto del problema: il fatto che impedire la realizzazione di una struttura di servizio impoverisce la città nel suo complesso e costituisce un danno per tutti i cittadini indipendentemente dal gruppo sociale a cui appartengono. E questo è particolarmente grave oggi per Venezia che sta sempre più diventando una città temporanea che accoglie per il suo apparato scenografico, ma è sempre meno dotata di servizi che la rendano una città permanente. La città esiste se è in grado di soddisfare pienamente tutti i bisogni materiali e morali della vita dei suoi abitanti nella loro articolazione di individui e di classi differenti. Una città nella quale aumenta la capacità di estrarre rendita dai visitatori mentre diminuisce la capacità di trattenere residenti sta diventando forse più efficiente come città turistica, certamente meno sostenibile come città.

Venezia, dopo una fase di stasi e di declino, ha avuto una fase di effervescenza urbanistica che ha portato al recupero di intere parti della città in particolare attraverso l’arricchimento della sua struttura funzionale e del sistema di servizi di cui si è dotata: le nuove strutture universitarie di via Torino, il Parco Scientifico e Tecnologico, il Parco di S.Giuliano, il Museo dell’M9 e le strutture collegate, la Cattedrale Copta Ortodossa, oltre a una serie di interventi puntuali che hanno allargato l’offerta di servizi. Ho citato Mestre e potrei proseguire con la parte lagunare della città, caratterizzata da una grande quantità di interventi che hanno interessato sia il recupero di complessi edilizi esistenti (Arsenale, Tabacchificio, Conterie, Complessi conventuali come S.Cosma e Damiano, un gran numero di palazzi storici oggi sedi di fondazioni culturali), sia la realizzazione di opere nuove come il Padiglione del libro di Stirling ai giardini della Biennale, gli interventi alla ex Junghans o l’ampliamento del cimitero.

Tutti questi interventi hanno avuto la doppia valenza di arricchimento sociale, aumentando l’offerta della città e fornendo migliori occasioni di vita ai suoi cittadini, e di arricchimento culturale. Su quest’ultimo aspetto va ricordato che, oltre ai contenuti funzionali delle singole opere – musei, centri civici, università e quant’altro – la loro realizzazione ha comportato l’intervento di alcuni dei migliori architetti contemporanei tali da rendere Venezia, per chi sa guardare, non solo il luogo in cui le magnifiche architetture del passato danno corpo alla sua straordinaria forma urbis, ma anche un luogo dove sono state inserite senza soluzione di continuità opere che rappresentano eccellenze nell’architettura contemporanea. Architetti come Siza, Calatrava, Chipperfield, Huet, Rossi, Aymonino, Valle, Podrecca, oltre a eccellenti professionisti locali che non cito, hanno realizzato opere che consentono di fare nell’antica Venezia una promenade architecturale nel moderno, difficilmente riscontrabile altrove.

Una caratteristica fondamentale di questi interventi è che le opere eseguite non sono state il frutto dell’iniziativa estemporanea di qualche operatore, ma il risultato di una strategia di lungo periodo e di discussioni approfondite in tutta la città. È questo il motivo per cui dopo anni in cui l’architettura contemporanea ha perduto tutte le proprie occasioni a Venezia, si pensi alle opere non eseguite di Le Corbusier, Wright, Kahn, c’è stato un periodo di grande fioritura del moderno: architetture organiche allo sviluppo urbano e condivise dalla popolazione.
La realizzazione della Moschea potrebbe diventare un’altra grande occasione per sfidare l’architettura contemporanea su un tema così particolare e stimolante. Se la questione e il dibattito assai deludente sulla Moschea ha avuto un difetto è che essa è rimasta ed è stata vista come qualche cosa che serve e interessa una comunità separata poco conoscibile, e dalla ancora incerta integrazione nel tessuto sociale veneziano. La Moschea, al contrario, si farà quando sarà percepita come un’opera necessaria e voluta dall’intera comunità cittadina, non per rispondere alla legittima richiesta della comunità islamica, ma per confermare la primazia civile di Venezia.

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