E allora ci rendiamo conto che sempre più persone sono stanche di sentir parlare delle donne musulmane attraverso i social, la propaganda, i giornali e i discorsi dei politici. Hanno bisogno di ascoltare direttamente la voce delle donne.
Queste le parole di Rhitu Miah che introducono un post su Facebook che racconta l’incontro che si è svolto al Teatro Kolbe in via Aleardi, martedì 13 ottobre: L’Islam al femminile. Incontro che, condotto con intelligenza da Mitia Chiarin, giornalista della Nuova Venezia, ha visto come protagoniste tre donne musulmane, Rhitu Miah, Hind Tazi e Katiba Medelli.
È stato un incontro davvero utile, interessante e anche allegro, condotto in modo familiare, affettuoso e molto serio da Mitia Chiarin, abbiamo ascoltato le voci di tre donne con storie molto diverse tra loro, che provengono in ordine da Bangladesh, Marocco e Algeria. Tutte tre emigrate in Italia in età e momenti diversi, tutte tre mediatrici culturali, ponti tra le loro culture e la nostra.
Dice bene Rhitu Miah quando parla del bisogno di ascoltare queste loro voci, soprattutto di questi tempi in cui si demonizzano e insultano a vanvera le donne islamiche, l’Islam, il modo in cui si vestono, e come pregano. Si demonizzano anche gli uomini islamici, certo! Ma pare ancor più aggressivo questo continuo vociare di pregiudizi-giudicanti e trancianti da parte di molte componenti della nostra società, le voci al bar, le voci sui social, le voci dei politici, le voci di destra ma anche di sinistra, rispetto alle donne. Le voci che si rifiutano di provare ad ascoltare e giudicano unicamente secondo i propri parametri, la propria cultura e le proprie convinzioni. Ed è una brutta, violenta, orribile situazione abbastanza recente che sta dilagando, mica solo in Italia, è propaganda e pregiudizio che sta montando nell’Occidente, cosa bizzarra poichè poi troviamo i sindaci ad esempio più progressisti e anche più popolari come il sindaco di New York e di Londra che sono musulmani. Le donne musulmane, che ormai a detta di tutti sono sottomesse e schiacciate dagli uomini e dai precetti della loro stessa religione, sono state nella storia primo ministro o presidenti di Paesi come Bangladesh, Pakistan, Turchia, Indonesia, Mali, Senegal, Tunisia e Kosovo, e di recente, la nuova prima ministra del Marocco, Fatima Ezzahra El Mansour
E qui abbiamo ascoltato tre donne che si occupano di mediazione culturale, cioè di rapporti tra la cultura da cui provengono e la nostra, cioè assistenza ai migranti con insegnamento dell’italiano, consulenze per il lavoro e la vita civile, assistenza per i documenti, per la richiesta di cittadinanza, rapporti con le scuole e università, con le confessioni diverse dalle loro, infine anche collaborazioni con le forze dell’ordine e con i tribunali.

Percepirle come donne sottomesse a qualcuno, in questa serata, pareva davvero fuori luogo, e così la conversazione è cominciata ascoltando le loro storie, di migranti. Come sono arrivate qui e quando?
Katiba Medelli dice subito che è arrivata qui non in cerca di lavoro, nemmeno di una vita migliore, ma per amore, è infatti sposata con un veneziano con cui si è incontrata in Algeria, entrambi impiegati di una compagnia petrolifera. Arrivata qui quarant’anni fa, ha dovuto lasciare tutto ciò che amava, la sua città, la famiglia, un buon lavoro, ma ha trovato l’accoglienza dei suoceri che l’hanno subito fatta sentire bene, a casa. Inoltre, dice, “a quei tempi rappresentavo un interesse nuovo per i veneziani, per gli italiani, mi invitavano per chiedermi del mio paese, della mia cultura, c’era curiosità, bisogno di conoscere.” Cosa che di questi tempi è totalmente sparita per lasciare spazio alla paura, grazie a una propaganda che racconta una proiezione diversa dal reale. “È cambiato tutto!” conclude.
Rhitu Miah, arrivata qui bambina, a quattro anni, contenta del nuovo appartamento con finestre molto grandi ha cominciato a soffrire a scuola. Alle elementari, non c’erano mediatori, per cui la lingua, impararla, era affar suo, e si esprimeva a gesti, a volte anche venendo compresa male, ha generato qualche scandalo, qualche malinteso. All’epoca erano in quattro bengalesi in classe che è l’opposto di quanto accade oggi. La parola che sovrasta il racconto è comunicazione, e Rhitu si mette nei panni di quel trenta per cento dei bimbi che oggi vengono definiti secondo la quantità, e non secondo il loro essere esseri umani. Quale sarà l’impatto su questi bambini che si sentono sbagliati, “troppi”, fuori luogo in un luogo dove non si dovrebbero fare differenze? “Ci si sente stranieri ovunque”, poi racconta di essere tornata in Bangladesh dopo vent’anni e essersi sentita fuori luogo anche lì, prima di ritornare in Italia, a Mestre. “Per cui meglio dirsi figli del mondo, e potersi sentire a casa ovunque”. Per questo probabilmente è diventata mediatrice culturale.
Invece Hind Tazi racconta che ha dovuto lottare molto per cercare lavoro, arrivata qui con il marito, che l’ha sempre appoggiata nelle sue scelte, ha deciso di diventare mediatrice culturale quando ha avuto il figlio piccolo ricoverato in ospedale e ha vissuto discriminazioni sulla sua pelle. Ha anche pensato alle donne straniere che partoriscono qui da noi, senza sapere una parola di italiano, e in quei momenti dove esiste anche la possibilità di depressione e shock post parto, si trovano sole, abbandonate, così ha deciso di intraprendere la strada di mediatrice.
Raccontava della sua ricerca di lavoro quando è arrivata in Italia, all’inizio, dopo essersi preparata un curriculum (in Marocco gestiva per un istituto bancario le carte di credito) al telefono le conversazioni, che seguivano l’apprezzamento del curriculum ricevuto, andavano bene, poi quando si presentava al posto di lavoro per il colloquio vero e proprio: il disastro! Portava il velo, l’hijab, e i datori facevano fatica a prenderla sul serio e a considerarla per il lavoro. Hind ricorda di aver pensato: “…il mio cervello vi era piaciuto, perchè non vi piace più? È persino coperto per cui sta fresco, non prende colpi di sole! “ È riuscita alla fine a trovare un posto fisso in un centro d’accoglienza e ora allena anche una squadra di calcio femminile, la Lady Maerne, “con il velo!” aggiunge.

Queste tre storie raccontano la difficoltà e il dolore nel sentirsi diversi, stranieri, con altri usi e costumi, e la necessità dello scambio, della mediazione. Integrazione è una parola che non viene fuori spesso in questa serata, i termini piuttosto sono comunicazione, rispetto, ascolto e conoscenza.
Si parla del termine libertà, domanda Mitia: ”Vi sentite libere?” E sappiamo quanto si pensi oggi che la donna musulmana non è libera di decidere di sé, del suo abbigliamento, ma nemmeno di poter uscire di casa. Tutte e tre si sentono libere, ma vogliono anche discutere di cosa vuol dire “libertà”. Per Katiba la parola chiave è piuttosto dignità, e l’ha imparato dalle detenute del carcere della Giudecca dove per un tempo ha lavorato nella sartoria del carcere, fondata dal Cerchio. Dignità è ciò di cui si ha bisogno, poichè senza dignità ci si sente scarti, ultimi, non degni appunto. Libertà si misura in altri modi, per Rhitu la libertà è quella delle scelte, e anche per Hind, entrambe insegnano alle loro figlie che possono e devono scegliere, che hanno a disposizione le informazioni sulla nostra e sulla loro cultura, sugli insegnamenti della religione, ma che la scelta è individuale.
È poi l’insegnamento della religione ubicabile nel “costume”, nella cultura? O lo è nei principi profondi del credo? L’Islam insegna la pace, l’Islam insegna a desiderare per il fratello ciò che si desidera per sé stessi, a rispettare il prossimo con principi di fratellanza e giustizia e umiltà. Non sono forse le scelte “culturali, di costume” quelle che vengono criticate e non l’essenza del messaggio spirituale? E non avviene questo con tutte le religioni in genere? Critichiamo e non possiamo accettare i cristiani fondamentalisti come l’ISIS, o no? Cioè le declinazioni delle religioni. La libertà secondo tutte loro coincide con lo studio, studiare è rendersi liberi. Per Kadiba, figlia di dirigenti del carcere minorile con lauree in psicologia e criminologia, a casa lo studio veniva prima della colazione! dice. Lo studio era il primo e più importante insegnamento. Rhitu insegna alla sua bimba che l’unica libertà è nella scelta che segue la conoscenza; così ha imparato dalla mamma che arrivata in Italia ha fatto il corso di italiano e poi ha fatto le scuole fino alla terza media. Ed è il suo esempio. Hind dice che quando i suoi figli le raccontano di episodi di razzismo, consiglia di non rispondere al male con il male, “la tua risposta più efficace sarà il diploma!” E si arriva inevitabilmente a dover parlare del velo, cosa hanno da dire loro, su questa questione tanto dibattuta da noi occidentali, che portiamo copricapi, foulard, ma ci indignamo tanto per un foulard che fa parte di un uso religioso?

Anche su questo tema, risposte inaspettate. Hind porta il velo da quando ha dodici anni anche se il velo si mette quando arrivano le prime mestruazioni, lei ha scelto di indossarlo ancora prima contro il parere e volere di tutta la famiglia. Non gradiva gli apprezzamenti dei ragazzi su ragazze con “le curve” che sentiva all’allenamento di nuoto in piscina, e voleva prepararsi a non essere oggetto di apprezzamenti lei stessa. A domanda al padre se era il caso di mettere il velo o rischiare di poi diventare schiava del suo corpo, e magari preferire di ricevere apprezzamenti sulle sue future curve e non sulla sua anima, il padre con saggezza risponde senza imporle nulla: ”Che Dio ti benedica!” Con le sue figlie, Hind, le ha lasciate totalmente libere di scegliere, e anche se sono musulmane e sanno che il velo fa parte di un uso comune non lo vogliono usare, anche perché hanno paura di non trovare amiche, di essere giudicate, qui da noi. Preferiscono non indossarlo.
Rhitu racconta che in Bangladesh non c’è obbligo del velo, ma lei ha provato a usarlo in adolescenza, nel periodo di crisi quando cercava la sua identità, qui da noi. Poi vi ha rinunciato quando ha capito che voleva essere un ponte tra due culture e il velo non era necessario. E racconta come in una società come la nostra è facile che le neo arrivate scelgano di portare il velo poiché spesso con “l’integrazione” chiediamo a loro di annullare le stesse radici, usanze, allora la reazione è quella di chiudersi, di marcare la propria identità. Il velo integrale poi, lei nella sua scuola (Ric Academy – scuola di italiano per stranieri) lo deve e vuole accettare poiché dice che queste donne vanno accolte come tutte le altre… perchè non dovrebbe accoglierle se vengono per imparare l’italiano con la volontà di conoscere, d’“integrarsi”?

Rhitu offre un percorso di conoscenza non solo per mezzo della lingua, ma insegna i diritti e doveri, l’educazione civica, per cui cerca anche di trasmettere come si può cominciare a scegliere con gli strumenti necessari, questa è la libertà. Aggiunge che un paese che impone alle donne delle regole può essere il paese arabo che impone il velo come anche il paese che impone di non metterlo, dove sta la libertà delle donne? Katiba pur dicendo che nel Corano ci sono indicazioni per il velo per le donne, ribadisce che il burka in quanto tale (velo integrale) non è mai citato. Lei è contro il burka. Racconta che in Algeria a un dato tempo il velo è diventato una moda, e da un giorno all’altro tutte indossavano il velo, ed erano bellissime, non forzate da nessuno ma proprio per una questione di costume, di aggiornamento. Hind afferma che esistono, soprattutto nelle loro campagne, situazioni dove inesorabilmente comandano i maschi, il padre, il fratello, il marito, e quindi ci sono imposizioni. Come ovunque: le grandi città e i grandi centri sono culturalmente differenti dalle periferie e dalle campagne.
Alla fine ovvia è la domanda sulla moschea, siamo a Venezia – Mestre dove c’è stato il caso della moschea promessa, per cui la comunità bengalese ha acquistato un terreno indicato dall’amministrazione per costruirvi il luogo di preghiera e ora non si capisce, pare che sia stata interdetta la costruzione. Kadiba non capisce! Da cittadina italiana ha giurato sulla costituzione e cita l’Articolo 19, tutti hanno diritto a professare la propria fede religiosa. Aggiunge che la più grande moschea europea è quella di Roma, voluta anche dal Papa all’epoca, disegnata da Portoghesi, chiudiamo anche quella? si domanda…
Non capisce l’accanimento in atto, quando girando per i paesi europei le moschee sono ovunque, stiamo tornando indietro dice, anche perchè nessuno si chiede, o chiede o capisce la differenza tra Centro islamico, Sala di preghiera e Moschea. “Non capisco dove vogliamo arrivare”, sbotta. Hind che insegna arabo a Spinea, dice che una moschea è un luogo di incontro, è ossigeno per i musulmani. Lì a Spinea, al loro centro, si mangia anche insieme, c’è uno sportello di assistenza per l’orientamento per fare i documenti per gli stranieri, hanno fatto più volte la tavolata per il Ramadan con i cittadini del posto, c’è condivisione, occasione per scambio di culture, ciò porta pace. Racconta che lei che ha collaborato spesso con la questura di Marghera, sa che la polizia ritiene le moschee luoghi di pace, dove si può conoscere e mantenere la sicurezza, tanto sbandierata dai politici che sbraitano con propaganda anti-islamica. Rhitu racconta che lei è per più moschee, più centri di preghiera, per evitare un unico luogo centralizzato con un unico Imam, per poter avere più punti di vista. Come si hanno più chiese con preti diversi tra loro. Anche se da architetta sogna una città con vari luoghi di culto che anche dal punto di vista architettonico sarebbero un apporto, una ricchezza.

La moschea potrebbe essere una novità, una sfida all’architettura moderna. Racconta anche lei che questi luoghi rappresentano anche la possibilità di garantire la sicurezza, il controllo, ci fossero mai frange estremiste, cosa che è diventata nell’immaginazione generale una costante ossessione. E che le forze dell’ordine sanno benissimo che i luoghi di preghiera e di mediazione culturale servono anche per il controllo sui possibili estremismi. Anzi questi sono proprio i luoghi di aggregazione dove oltre alla scuola di italiano, di corano, di assistenza per stranieri, si condividono passioni sportive, associazionismo e rapporti con realtà locali. Luoghi per i ragazzi dove interagire, stare lontani dalla”strada”. Rhitu racconta che il Corano prevede la preghiera all’aperto, ma che avere un tetto sopra la testa sarebbe necessario. Kadiba ricorda che il centro culturale bengalese chiuso in via Piave ha lasciato spazio a spaccio, degrado e nessun controllo dell’edificio.
Alla fine di questa splendida serata, dove non è mancato anche il senso dell’umorismo per alcune situazioni raccontateci dalle tre protagoniste, condotta con tanta passione per trovare il senso delle cose, da Mitia, le parole che mi sono rimaste in mente sono libertà, dignità, comunicazione, scambio, incontro, pace. Ma la parola forse che più mi è rimasta in mente è città, come comunità di persone che convivono con le differenze ma che hanno bisogno gli uni degli altri. Città che contiene nella modernità i migranti, coloro che si spostano nel mondo, condizione sine qua non al giorno d’oggi. È stato anche molto bello sentire in tutte e tre le testimonianze parlare dell’importanza del supporto, prima di tutto della propria famiglia, genitori, fratelli, sorelle, mariti, con cui è importante discutere e sostenersi a vicenda, del senso di attenzione per i familiari, e di forza d’amore per la convivenza, e poi delle comunità che le circondano, non la comunità d’appartenenza, ma le comunità fatte appunto di persone d’ogni dove che vogliono insieme costituire un popolo che si ascolta, si rispetta, si incuriosisce rispetto al prossimo e alla sua provenienza e cultura, e che voglia costruire insieme un mondo migliore per tutti. Donne sottomesse? Alla fine si è chiesto ai mariti presenti in sala chi comanda in casa…vi immaginate qual era la risposta?
L’incontro L’ISLAM al Femminile del 13 ottobre 2026 al Teatro Kolbe è stato organizzato da CISL Venezia, Fondazione Gianni Pellicani, Teatro Kolbe-Parrocchia del Sacro Cuore, Mestre mia, Gruppo Lavoro di via Piave, condotto da Mitia Chiarin.

Servizio fotografico da Rhitu Miah

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