Venezia e l’Islam, una lunga storia

Dal 24 al 31 ottobre nel Chiostro del pozzo di San Francesco della Vigna la mostra già allestita a Lucca e alla LUISS, con due tavole rotonde: per la curatrice e islamologa Ida Zilio-Grandi, la Serenissima proteggeva da sempre l'integrazione, la moschea a Mestre è una questione annosa e l'incontro tra San Francesco e il sultano al-Kamil resta il prototipo del dialogo.
BARBARA MARENGO
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Coranica. La Venezia delle religioni. È il titolo della mostra che si tiene dal 24 al 31 ottobre presso il Chiostro del pozzo del Convento di San Francesco della Vigna, in Campo San Francesco, Castello 2786 a Venezia: un percorso aperto al pubblico e guidato che intende illuminare il multiculturalismo nella provincia di Venezia e che sostiene la pari dignità delle religioni anche in senso politico, affermando il loro ruolo ugualmente legittimo all’interno dello spazio pubblico e democratico. La mostra è composta da un percorso con immagini e testi e QR code con trenta pannelli ad illustrare conoscenza dell’Islam e relazioni storiche con il mondo cristiano. L’esposizione sarà accompagnata da due tavole rotonde presso la Biblioteca del Convento stesso, nelle giornate di apertura e di chiusura del progetto, a cura di Fondazione Venezia per la Ricerca della Pace, Università di Ca’ Foscari, Ordine dei Frati Minori e Coranica.

A tale proposito Ida Zilio – Grandi, docente di Islamologia e lingua araba all’Università di Ca’ Foscari e relatrice in una delle tavole rotonde, ha risposto ad alcune domande:

Innanzitutto, come nasce questa mostra.
È questa l’edizione veneziana di una mostra ideata e curata da Luisa Locorotondo tenutasi a Lucca nel marzo di quest’anno, in occasione dei trent’anni dalla “Nostra Aetate”, dichiarazione del Concilio Vaticano II sui rapporti tra Chiesa Cattolica e Religioni non cristiane, dichiarazione che insiste sul necessario rispetto per le altre fedi a partire dall’unità del genere umano.

Si intende quindi rispetto per ogni fede religiosa?
Unità e sacralità di ogni persona sono teorizzate sia dall’ebraismo che dal cristianesimo sulla base della creazione ad immagine e somiglianza di Dio e anche dall’Islam a partire da un versetto coranico che afferma la divina creazione della specie umana in un’unica “comunità di fede” (Corano 2, 213).

La mostra parte da Lucca col titolo “Coranica. Dal Marracci di Lucca ad Abu Dhabi”: ci può spiegare tali riferimenti?
Ludovico Marracci fu un chierico che morì nel 1700, grande intellettuale, orientalista di solida cultura, primo traduttore del Corano. Lavorò con dedizione e rispetto sul testo arabo del Libro dell’Islam, consultando numerose opere esegetiche, e mise a punto una traduzione latina studiata ancora oggi. Abu Dhabi si riferisce al viaggio di Papa Francesco in quell’Emirato all’inizio del 2019, con l’incontro promosso dal Consiglio Musulmano degli Anziani tra Papa Bergoglio ed il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmed el Tayyeb: fu una tappa fondamentale nel riconoscimento dell’altro non come ostacolo o minaccia ma come dono e risorsa. Molti ricorderanno che tale incontro ha prodotto un “Documento sulla fratellanza universale” che insiste sull’unità delle persone di fede, la comune convivenza, la cultura del dialogo, la mutua collaborazione, la necessaria conoscenza reciproca, ma soprattutto un impegno condiviso per la pace contro ogni forma di rifiuto dell’altro.

In questi tempi così contrastati e bellicosi esiste una eredità di tale documento?
È stata creata la Casa della Famiglia di Abramo, un capolavoro di dialogo oltre che un capolavoro architettonico, che vede nello stesso recinto una moschea dedicata all’imam El Tayyeb, una chiesa dedicata a San Francesco d’Assisi, una sinagoga dedicata a Moses Ben Maimon, noto in Occidente come Maimonide: nell’isola Saaydat ad Abu Dhabi l’architetto David Adjaye ha costruito i tre edifici con una base di fondamenta comune, edifici che si aprono su un giardino e su un centro culturale. La mostra da Lucca è passata poi a Roma presso la LUISS Guido Carli, dove con il titolo “”Magnifica Humanitas and Human Fraternity. An ispiration for interreligious dialogue. The CORANICA exibition” che faceva riferimento all’allora recentissima Enciclica di Papa Leone dedicata alla dignità dell’essere umano nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

E quindi arriviamo alla mostra veneziana.
“Coranica. La Venezia delle religioni” è titolo ancora più eloquente, non solo perché si riferisce ai flussi migratori degli ultimi decenni ma anche alla solida tradizione cosmopolita della Repubblica; la Serenissima ha sempre accolto tradizioni religiose diverse e ha sempre protetto l’integrazione tra le diverse etnie e culture; basta camminare in città per vedere la presenza antica e moderna dell’Ebraismo, delle religioni cristiane non cattoliche, e anche dell’Islam, da Fondamenta dei Mori a Cannaregio, fino al Fontego dei Turchi. Proprio qui, almeno fino alla caduta della Repubblica, si trovavano perfino due sale di preghiera, una destinata ai musulmani europei, cioè i bosniaci e gli albanesi, e l’altra ai musulmani d’Oriente, turchi di Costantinopoli, persiani e armeni; c’era anche un hammam per il bagno rituale.

A fronte di questa ben documentata tradizione le continue polemiche degli ultimi tempi e i vari slogan – “no moschea a Venezia” e via di seguito – suonano abbastanza strane.
La questione di una moschea a Mestre o, perché no, anche nel centro storico di Venezia, città che accoglie ogni anno numerosissimi turisti di fede islamica, è decisamente annosa e non va confinata alla recente richiesta della comunità bangladeshi e alla loro “minaccia” di sciopero; cosa che peraltro a me pare molto meno grave degli insulti contro i musulmani e i loro luoghi di culto che pullulano sui social, purtroppo anche da parte di figure istituzionali di spicco. Mi dispiace constatare tanta arroganza, e tanta incapacità di rapportarsi agli altri, cosa che, nel 2026, sembrerebbe impossibile. Mi conforta per converso l’ospitalità dimostrata dalle persone di chiesa e dai fedeli in generale, la quale rivela tutt’altro: compartecipazione, empatia – parola ormai abusata che però rende molto bene la sensibilità per la fede altrui nel nome della propria – e anche la consapevolezza della realtà storica in cui viviamo. Al rifiuto va opposta l’accoglienza regolata.

Cosa risponde a chi dice “che preghino a casa loro”? slogan che ha infiammato le ultime elezioni comunali tra mille polemiche?
A chi dice “che preghino a casa loro” va ricordato, sempre che sia di loro interesse, che l’osservanza dell’Islam richiede di pregare in comunità il venerdì a mezzogiorno; non farlo equivale a disubbidire a un precetto religioso che corrisponde a una disubbidienza sia morale sia giuridica. Similmente per i cattolici esiste il precetto di partecipare alla Messa la domenica e nelle altre feste comandate.

A Venezia, a San Francesco della Vigna, i francescani custodiscono una biblioteca con oltre 200mila volumi. Tra questi il primo testo a stampa dell’Islam del 1538 e un Pentateuco ebraico del Cinquecento. (da Il Gazzettino)

Convegno e mostra coincidono con le celebrazioni per gli ottocento anni della morte di San Francesco che fu anche formidabile e coraggioso mediatore di pace.
Non va dimenticato che la “Custodia di Terra Santa” appartiene ai francescani fin dal medioevo per volontà dello stesso San Francesco, del quale si celebra quest’anno l’ottavo centenario della morte. Francesco suddivise l’ordine in province, una delle quali comprendeva appunto la regione che gravita attorno al Mediterraneo; da allora, la presenza francescana in questa regione non ha conosciuto soluzione di continuità. In tema di ospitalità vale la pena di ricordare quella che il sultano al-Malik al-Kamil accordò a San Francesco durante la quinta crociata, accogliendolo nell’accampamento musulmano insieme a un confratello; come sappiamo da diverse fonti, il sultano accordò a Francesco un’udienza, per giorni lo ascoltò predicare la fede cristiana, e quando lo congedò gli fornì un salvacondotto perché tornasse sano e salvo in terra cristiana.

Il dialogo tra Francesco ed il Sultano: un evento straordinario durante una guerra feroce.
L’incontro di San Francesco e il sultano si considera il prototipo del dialogo tra religioni diverse; di più, collocandosi in tempo di guerra e tra schieramenti nemici, insegna la necessità del dialogo anche e a maggior ragione nelle condizioni più estreme. Su questo incontro e sulla memoria francescana verterà la relazione del francescano Giuseppe Buffon, autore di molti studi sulla figura e l’opera di Francesco, da qualche mese rettore della Pontificia università Antonianum di Roma. Sempre sul dialogo vertono gli altri interventi previsti in apertura: quello di Luisa Locorotondo, ideatrice e curatrice della mostra, quello di Marco Dal Corso, a sua volta un esperto di dialogo interreligioso, teologia ecumenica e pluralismo, docente nell’Istituto di Studi Ecumenici “San Bernardino” di Venezia (ISE) e direttore dei master in “dialogo interreligioso” e “teologia ecumenica”, insieme a Yahya Abd al-Ahad Zanolo, responsabile delle COREIS (Comunità Islamica) Italiana per il Triveneto, e presidente dell’Accademia di Studi interreligiosi (ISA), che promuove il dialogo interculturale e interreligioso. Sul dialogo verterà anche il mio intervento, secondo il Corano.”

L’ultimo giorno di apertura della mostra, il 31 ottobre, il Convento ospiterà un incontro a più voci. Importante la presenza di Hammad Al-Muhammad, da vent’anni referente della comunità musulmana della provincia di Venezia sul tema “I musulmani a Venezia oggi”. Altrettanto importante “Il dialogo tra le comunità cristiana e musulmana a Venezia” con il parroco di Marghera don Nandino Capovilla. Seguirà la relazione di Alessandro Ferrari, docente di Diritto comparato nell’Università dell’Insubria, sul Diritto alla propria identità culturale e libertà religiosa oggi in Italia, che offrirà una luce documentata sulle diverse questioni controverse. In chiusura l’atteso intervento di rappresentanti delle istituzioni pubbliche.

Venezia e l’Islam, una lunga storia ultima modifica: 2026-10-17T12:10:41+02:00 da BARBARA MARENGO
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