La democrazia di Bersani e la paura di un governo che governa

scritto da ADRIANA VIGNERI
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Idee “opposte” di democrazia? Lo ha dichiarato il precedente segretario del Partito democratico, Bersani, riferendosi all’attuale segretario, Renzi. Dichiarazione impegnativa, un attestato di impossibile coesistenza nello stesso partito. Ci dobbiamo attendere ponderosi o quanto meno complessi documenti, da una parte e dall’altra, sulla crisi della democrazia, se la democrazia sia formale e contenutisticamente aperta o contenutisticamente connotata, se la democrazia oggi debba essere non solo partecipativa ma anche deliberativa, e progressiva. Ma, dice Bersani, non ci sono le sedi in cui discutere e confrontarsi. È pur sempre possibile redigere documenti politici, saggi di riflessione, non mancano gli strumenti per diffonderli e farli conoscere. Poi le risposte giocoforza arrivano e il dibattito si innesca.

Senonché il contesto di quella impegnativa dichiarazione fa pensare che si discuta in realtà soltanto di “tecnica nella selezione di chi governa”, a partire dal suffragio universale e dal principio di uguaglianza, che favoriscono il pluralismo ideologico e politico, assicurano spazio al dissenso, rendono possibile una qualche forma di controllo popolare e di responsabilità dei governanti (nella forma della non rielezione). Naturalmente la realizzazione più o meno soddisfacente di queste finalità dipende in gran parte dalle leggi elettorali, che sono leggi di attuazione e di garanzia dei diritti politici, e non semplicemente “tecnicalità” per addetti ai lavori. L’affermazione sulle “idee opposte di democrazia” nasce infatti dalla discussione sul modificare l’ultima vigente legge elettorale, detta Italicum. Ma non di Italicum vogliamo discutere, bensì di quelle opposte idee, per quanto riferite soltanto alla tecnica elettorale.

Quali sono dunque quelle opposte idee? Andiamo per interpretazione ed intuito, dato che Bersani va solo per accenni, e il nostro intuito ci dice che Bersani minus dixit quam voluit. Continua a volere un sistema maggioritario, ma “moderatamente maggioritario”, che permetta agli elettori di avere dei rappresentanti in parlamento. In sintesi, più rappresentanza. L’Italicum (che qui non ci interessa né criticare né difendere) è moderatamente maggioritario (soltanto 24 seggi in più del cinquanta per cento e consente alle minoranze di essere rappresentate, avendo una soglia bassa (tre per cento) che permette a chi la supera di avere propri rappresentanti in parlamento. Si vuole una soglia più bassa? Tutto qua? Si vuole un premio inferiore? Un po’ di premio di maggioranza? Ad una pietanza si può aggiungere un po’ di zenzero, non troppo, ma una donna non può essere un po’ incinta, o lo è o non lo è. Così il premio di maggioranza, o c’è o non c’è. A che serve un piccolo premio di maggioranza? È ovvio, a costringere a governi di coalizione. Sarebbe allora coerente chiedere intanto che la coalizione si presenti già di fronte agli elettori. Non voto alla lista ma voto alla coalizione.

È qui che Bersani minus dixit. Veniamo subito al punto. La sinistra, anzi il centrosinistra, a partire almeno dalle tesi dell’Ulivo, ma in realtà ancor prima, ha sostenuto la posizione secondo cui la maggioranza deve uscire (è bene che esca) dalle elezioni, le quali non dovrebbero più servire soltanto a scegliere i propri rappresentanti, e quindi i partiti, cui affidare la formazione dei governi. Una posizione che ha almeno vent’anni. Si chiama democrazia maggioritaria, che si contrappone alla democrazia puramente rappresentativa, che si limita a distribuire le carte con cui altri (i partiti) giocheranno. L’idea, detta in breve, che il governa possa attuare il suo programma e renderne conto agli elettori a fine mandato, senza le continue mediazioni proprie di un sistema assembleare. Nella democrazia maggioritaria è il governo che dirige il parlamento. Ma soprattutto sono i cittadini con il voto che scelgono un programma di governo e la forza che governerà. Non ci siamo ancora compiutamente arrivati.

Ora l’impressione è che la democrazia maggioritaria fin qui perseguita non piaccia più molto. Non c’è nulla di male a dire che si è cambiato idea. Che si preferisce garantire più la rappresentanza, meno la governabilità. Che si preferisce un partito “non a vocazione maggioritaria”. A costo di ritornare ai partiti che facevano e disfacevano i governi in parlamento, ai presidenti del consiglio che durano un anno circa e non hanno neppure il tempo di conoscere i loro corrispondenti in Europa e nel mondo.

Più rappresentanza – si dice – consentirebbe di assorbire le forze nuove, le forze antisistema nel sistema, impedendo che diventino esplosive nel paese. Non pare che l’Italia, in cui ci sono attualmente tre poli quasi equivalenti e non coalizzabili, abbia questo problema. In altri termini, siamo sicuri che il problema degli italiani sia oggi quello della rappresentanza? E non piuttosto che vogliono contare di più in prima persona, proprio perché sono fuori dalla casta? Che vogliono potersi esprimere efficacemente con i referendum, anche propositivi, senza vedere azzerato il loro impegno da un quorum difficilissimo da raggiungere. Che vogliono presentare una proposta di legge sapendo che il parlamento se ne occuperà.  Nel testo costituzionale sottoposto a referendum ci sono importanti novità su questi aspetti, del tutto ignorate nel dibattito in corso.

Si parla di rappresentanza, insomma, ma si tratta dell’equilibrio tra parlamento e governo, che si vorrebbe riportare a vantaggio del parlamento. A chi fa paura un governo forte?

 

La democrazia di Bersani e la paura di un governo che governa ultima modifica: 2016-09-20T13:52:49+02:00 da ADRIANA VIGNERI

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