I rifugiati, la paura dell’altro e la parabola libanese di Maria e Anna

scritto da RICCARDO CRISTIANO

Lo sapevate? Ieri, 20 giugno, ricorreva la giornata mondiale dedicata al rifugiato. Cioè la giornata mondiale dedicata ai 65 milioni di fuggiaschi, larga parte dei quali minori. Un popolo più numeroso di noi italiani. Se ne parlerà, forse, domattina, visto che questa sera ne parlerà a Roma il segretario di stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ospite dell’Università dei Gesuiti, la Gregoriana, su iniziativa del Centro Astalli, la sezione italiana del Jesuit Refugee Service. Ma sin qui questa giornata è stata mondiale nel senso della rimozione. Ieri nessun commento, nessuna riflessione veniva dedicata a tale riguardo sui tre giornali chi ho visto, il Corriere della Sera, The New York Times, Le Monde.

Se la realtà non è la sua rappresentazione, certamente la realtà è influenzata da come la rappresentiamo. Provo a spiegarmi: il mondo è certamente funestato da una diffusissima cultura dell’odio, che genera paura, che genera odio. La religione altrui, mai la nostra, è parte fondamentale di questo meccanismo che si autoalimenta. Nell’altro vediamo un nemico. E così lo rappresentiamo. è il meccanismo perfetto per i predicatori dell’odio, come i peggiori maestri che possiamo immaginare, i maestri del terrorismo dell’Isis. Il mondo che loro vogliono è questo, un mondo nel quale al circuito odio-paura si risponde con il circuito paura-odio.

Quanti hanno definito l’azione di Londra “una vendetta”? Vendetta di cosa? Chi aveva fatto “qualcosa” tra i musulmani che uscivano dalla moschea londinese presa d’assalto da un terrorista islamofobo? È la stessa identica domanda che non si sono posti i tantissimi terroristi cristianofobi o occidentalofobi che hanno falciato vite innocenti a Londra, a Parigi, a Bruxelles, come a Baghdad, a Beirut e così via.

Questa rappresentazione dell’altro ci convince che l’altro sia come lo rappresentiamo. E trasforma noi stessi. Sì, ci trasforma. Come? Facciamo un esempio. Come sono i cosiddetti cristiani d’Oriente? Impauriti! I cosiddetti cristiani d’Oriente – che poi sono ortodossi, melchiti, latini, maroniti, copti, armeni, siri, caldei, assiri e così via, non “orientali”- per noi sono impauriti! E da che sono impauriti? Dai musulmani! Che li minacciano, li inquietano, li perseguitano.

Eppure a guardar bene si può scoprire che nella città libanese di Tripoli, dove si vocifera di infiltrazioni dell’ISIS, dove si ha notizia di presenze legate ad al-Qaida, dove si spara più spesso che volentieri in particolare tra il poverissimo quartiere degli alauiti (qui portati da Hafez al-Assad decenni fa proprio per avere un piede destabilizzante in città) e quello più povero dei sunniti, si è verificato nei giorni trascorsi di questo santo mese di Ramadan un fatto interessante.

Nel quartiere tradizionalmente cristiano, Mina, cioè il quartiere del porto, un gruppo di donne cristiane, Anna, Maria e altre, con alcuni loro correligionari, presso una locanda denominata Bonheur du Ciel, hanno preparato ogni sera un iftar per i musulmani che rompevano il loro digiuno. Un fatto “reale”, spontaneo, vero, che loro hanno raccontato alle telecamere di una televisione, con parole semplici, premurose, “cristiane”. Questo fatto è scomparso dai racconti, ma incarna il vero significato dell’essere cristiani nel plurimo Medio Oriente. Come è scomparsa la decisione del principe della corona dell’emirato di Abu Dhabi di dedicare una moschea di dignità regale, come testimoniano i suoi quattro minareti, dove si formano i muhezzin, a “Maria, madre di Gesù” al fine di una migliore comprensione.

Questi due fatti simbolici indicano un valore nella scelta delle notizie. Gli strateghi del male, dell’odio, hanno la loro agenda e la perseguono. Gli altri? Hanno un’agenda? La perseguono? I fatti sembrano dirci di no. Eppure la realtà di quella locanda libanese sembra confermarci che un’altra realtà esiste, se volessimo raccontarla. Questo vale anche per i rifugiati, i richiedenti asilo.

L’otto marzo, festa della donna, raramente scompare dalla nostra informazione, perché siamo più o meno tutti consapevoli che le donne esistono e con esse i loro diritti, i vizi persistenti della vecchia struttura patriarcale. Con i rifugiati non va così. Eppure il diritto d’asilo è una conquista della civiltà che oggi sentiamo sotto attacco. Ma da chi? Solo dall’ISIS? O anche da chi per combattere l’ISIS ritiene di poter sospendere gli elementi costitutivi della nostra civiltà per difenderla?

Tutto questo per dire che i problemi esistono e non vanno nascosti, ma se noi non prendiamo atto della realtà che i cristiani in Medio Oriente sono quelli che fanno il pasto per i musulmani cederemo alla rappresentazione di un’altra realtà, per cui non sono cristiani, ma persone che odiano i musulmani; e i musulmani non saranno persone che dedicano i loro luoghi di culto a Maria, ma che odiano Maria: e che noi non crediamo nell’ospitalità, nell’accoglienza dei profughi, ma che odiamo i profughi.

Forse tutti, a volte, abbiamo paura, tutti hanno paura, ma quei cristiani di Tripoli il pasto ai loro fratelli che digiunano lo hanno preparato, davvero. Avere un’agenda alternativa a quella di chi semina odio può aiutare tutti, anche perché è un’agenda radicata nella realtà.

I rifugiati, la paura dell’altro e la parabola libanese di Maria e Anna ultima modifica: 2017-06-21T18:31:18+00:00 da RICCARDO CRISTIANO

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