Boschi e banche, l’albero e la foresta

Le analisi e le valutazioni prodotte dalla Commissione bicamerale sul sistema bancario potranno essere valutate più a freddo, ma che dire delle audizioni richieste soltanto per indagare sul comportamento di MEB?
scritto da ADRIANA VIGNERI

La Commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario ha concluso la fase delle audizioni. Gli scopi della Commissione, ricordiamo, sono (verrebbe da dire: erano) di verificare:

1 gli effetti sul sistema bancario italiano della crisi finanziaria globale e le conseguenze dell’aggravamento del debito sovrano;

2 la gestione degli istituti bancari coinvolti in situazioni di crisi o di dissesto;

3 l’efficacia dell’attività di vigilanza sul sistema bancario e sui mercati finanziari;

4 l’adeguatezza della disciplina legislativa e regolamentare italiana ed europea sia sul sistema bancario e finanziario sia sul sistema di vigilanza.

In sostanza si deve verificare quanto dei dissesti bancari sia dovuto alla crisi finanziaria globale che in Italia ha determinato dal 2008 al 2016 la chiusura di centomila imprese (dati Ocse e Cribis rielaborati dal Csil), e quanto sia dovuto alla specifica gestione messa in atto dai singoli istituti. Che cosa di diverso e di meglio si sarebbe potuto fare, e che cosa sia stato impedito dalla normativa esistente, ora in gran parte superata dal recepimento della Direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie (novembre 2015) e del Regolamento sul meccanismo di vigilanza unico (novembre 2016).

Le analisi e le valutazioni prodotte dalla Commissione potranno essere valutate alla chiusura dei lavori. Per ora un’idea ce la possiamo fare dalle domande che i commissari hanno rivolto alle persone “audite”.

Si veda il caso Ghizzoni, che viene sentito soltanto per tentare di ricavare qualche cosa di politicamente utile contro la Boschi e quindi contro Renzi. Quando Ghizzoni, allora amministratore delegato di Unicredit, incontra su questo tema Maria Elena Boschi, il tentativo di far acquisire Banca Etruria da Unicredit è già in corso: l’1 settembre 2014 la richiesta a Unicredit viene da Mediobanca; la stessa Banca Etruria a fine ottobre 2014 chiede ufficialmente a Ghizzoni un incontro sul tema; funzionari di vertice di Unicredit vengono contattati direttamente dal presidente di Etruria per sondare se vi è una qualche disponibilità; il 3 dicembre sempre del 2014 avviene l’incontro ufficiale tra Unicredit ed Etruria, in cui quest’ultima dichiara il proprio urgente bisogno di un investitore e propone l’acquisto della good bank che sarebbe nata dalla ristrutturazione.

È soltanto il 12 dicembre – quando la questione è ormai sul piatto – che Ghizzoni riceve la Boschi, la quale – parlando direi più da parlamentare che da ministro – espone la crisi finanziaria del suo territorio (due banche e non una soltanto in grave difficoltà), la mancanza di credito alle piccole e medie imprese e alle famiglie, e chiede se è pensabile che Unicredit acquisisca quella piccola banca. Unicredit, fatte le proprie valutazioni, risponderà in tutte le sedi che l’acquisizione non è nell’interesse dell’istituto. E a Boschi non darà nessuna risposta, dicendo che il suo istituto non aveva ancora fatto le valutazione del caso.

Dov’è la notizia, anzi lo scandalo? Una parlamentare del territorio, per quanto politicamente rilevante, cerca di capire le prospettive della “banca del territorio” di suo riferimento, come avrebbe fatto, potendo, qualunque parlamentare. La differenza sta nel fatto che lei poteva arrivare a Ghizzoni, gli altri no. Alla domanda, che pure è stata fatta in Commissione, se il noto giornalista avesse riportato fedelmente il colloquio Boschi/Ghizzoni dicendo “chiese di valutare la possibile acquisizione di Banca Etruria”, la risposta avrebbe dovuto essere no: altro è una richiesta di sollecitazione, altro una richiesta di fare. Tanto che Ghizzoni ha detto di non aver percepito “pressioni”. Al che elegantemente l’interrogante chiede se per sentirsi pressato gli serve (a lui, come a Vegas, come a Visco) un ministro con coppola e lupara?

È vero, suo padre era amministratore della banca, e di lì a poco ne sarebbe divenuto vicepresidente, ma sono certa di aver letto tempo fa da qualche parte che tutti sapevano che Boschi padre contava ben poco. Ed è un fatto che né lui personalmente, né la banca hanno avuto trattamenti di favore. Boschi padre è stato sanzionato, come altri che hanno avuto responsabilità di gestione. Maria Elena Boschi avrebbe fatto meglio a non occuparsi di una banca in cui c’era il padre. Può essere. Ma la rilevanza della cosa è minima, e certo non ha prodotto alcun danno, né quanto alle regole poi applicate a Banca Etruria, né ai soci e risparmiatori di quella banca. Altri, e non la Boschi. Altri e non Renzi e il suo governo hanno prodotto i danni. Ed è questo che, tra l’altro, spetta alla Commissione indagare.

A differenza dell’interrogatorio di Ghizzoni, fatto soltanto per tentare di colpire la Boschi che non aveva avuto nessuna responsabilità nella conduzione di banche o di autorità di controllo delle banche, le audizioni di Visco, Vegas e Padoan, si prestavano a domande molto più serie. Ma non si può non notare che prevalgono le domande sulle responsabilità personali, sui retroscena di varie nomine, sui compensi di amministratori e liquidatori. Ma anche sulle dichiarazioni di Visco, Vegas e Padoan i giornali titolano sul fatto che in qualche modo inguaiano la Boschi. Prendiamo Padoan, cui dovrebbe essere data una medaglia per la sinteticità delle risposte. Alla domanda se avesse delegato qualche ministro ad occuparsi di banche ha ovviamente risposto negativamente (lo avremmo saputo da tempo). Deduzione: quindi la Boschi non era autorizzata a fare domande sulla situazione del credito e su Banca Etruria.

Con queste ed altre manovre, con i frizzi sulle cosce e il fondoschiena di Maria Elena – non manca una buona dose di sessismo – l’ex ministro e ora sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega alle autorità indipendenti, tra cui Consob (ora, non nel 2014) è diventata una figura scomoda per parte almeno del Pd. E il Pd stesso è diventato “una banca” (copyright Dibba), dove la parola banca è evidentemente simbolo di malaffare. È un’assurda e insieme deprimente montatura, che nasconde la realtà, e la realtà è che il governo Renzi, oltre a non avere nessuna responsabilità sulla mala gestio bancaria, dove c’è stata, e neppure sul ritardo negli interventi, è l’unico che in questo campo abbia avuto il coraggio di fare delle riforme.

Scaricare ora Maria Elena Boschi perché il Pd non riesce a, o non ha armi per, comunicare la sua verità, sarebbe una vigliaccata. Inutile oltretutto.

Tutt’altro discorso, se Maria Elena avesse rinunciato ad avere un incarico di governo in questa legislatura. Renzi si è dimesso da presidente del consiglio e da segretario del partito, scusate se è poco. Lei si sarebbe potuta accontentare per un giro di fare la parlamentare, dopo aver proclamato il proprio ritiro se il referendum costituzionale fosse stato respinto. Ma è tutto un altro discorso, che non ha nulla a che fare con le banche.

Boschi e banche, l’albero e la foresta ultima modifica: 2017-12-23T11:12:21+00:00 da ADRIANA VIGNERI

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1 commento

Conflitto di interesse. Fiera dell’ipocrisia | Luminosi Giorni 2 gennaio 2018 a 7:37

[…] Boschi). Tutto assolutamente strumentale per colpire la Boschi e Renzi, leggasi gli ottimi Vigneri https://ytali.com/2017/12/23/boschi-banche-lalbero-la-foresta/ su https://ytali.com e Sansonetti […]

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