Se Israele non è più terra d’asilo

La vicenda dei migranti africani costretti a lasciare il paese fa discutere intorno a ciò che resta oggi di quei valori d'inclusione che furono a fondamento dell’ideale sionista
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Dove va Israele? Cosa resta oggi di quei valori d’inclusione che furono a fondamento dell’ideale sionista?

Mentre il mondo s’interroga sullo “strappo” operato da Donald Trump su Gerusalemme, e Netanyahu rivendica Yerushalayim “capitale del popolo ebraico da tremila anni”, il governo israeliano si appresta a mettere in atto un piano che la dice lunga su quella che Haaretz, il giornale progressista di Tel Aviv, definisce una deriva a destra “che non sembra avere più un limite”.

L’occasione per questo preoccupato grido d’allarme, stavolta non viene dal conflitto israelo-palestinese. A dar conto di questa “inarrestabile deriva” a destra, una destra oltranzista, etnocentrica, è la luce verde data dal governo, dalla Knesset e dunque dallo stato d’Israele, per l’avvio dell’operazione volta all’espulsione dal paese dei richiedenti asilo africani.

Manifestazione di richiedenti asilo eritrei a Tel Aviv

L’Autorità per l’immigrazione e le frontiere del ministero dell’interno, ha invitato i cittadini dell’Eritrea e del Sudan a lasciare Israele entro tre mesi. Ad aprile, l’Agenzia avvierà le misure di esecuzione: chiunque non avesse lasciato entro quella data il paese, sarà imprigionato a tempo indeterminato.

Nel frattempo, come misura dissuasiva, l’Agenzia ha deciso di multare ogni azienda israeliana che continua a far lavorare i “candidati alla deportazione”. Ma l’attuale iter della campagna di espulsione, annota Haaretz in un editoriale, non pare abbastanza duro per il primo ministro Benjamin Netanyahu e per il ministro della pubblica sicurezza Gilad Erdan. Quest’ultimo, rileva ancora Haaretz, ha rimarcato che l’internamento a tempo indefinito di migliaia di richiedenti asilo provocherebbe il sovraffollamento nelle carcero e costerebbe una fortuna allo Stato.

Come responsabile del sistema carcerario – scrive Haaretz – Erdan ha dimostrato ancor una volta di essere più sensibile ai budget e ai protocolli che agli esseri umani.

E così Netanyahu, in sintonia “con l’angoscia burocratica di Erdan”, ha ordinato di prendere in esame la possibilità dell’espulsione forzata con i funzionari a far da scorta ai richiedenti asilo sui voli, ammanettati. L’Alta corte di giustizia israeliana ha respinto la reclusione prolungata o indefinita dei richiedenti asilo senza processo, sulla base del fatto che la detenzione ai fini dell’espulsione era illegale a fronte di un impedimento legale alla deportazione. Dal momento che il Ruanda – il “terzo Stato” in cui vengono espulsi eritrei e sudanesi, ha deciso di accettare solo i richiedenti asilo che hanno lasciato volontariamente, le espulsioni non potevano procedere come previsto.

Foto d’archivio di richiedenti asilo eritrei che protestano, indossando maschere bianche, di fronte al ministero della difesa israeliano chiedendo lo status di rifugiati (Photo by Oren Ziv/Activestills.org)

Ad agosto, l’Alta corte ha stabilito che la detenzione non poteva essere utilizzata come strumento di persuasione.

Ciò che sta accadendo sull’espulsione forzata dei richiedenti asilo africani è qualcosa di vergognoso – dice a ytali Yael Dayan, più volte deputata laburista, paladina dei diritti delle minoranze -. L’attuale governo – aggiunge la figlia dell’eroe della guerra dei Sei giorni, il generale Moshe Dayan – sta smantellando pezzo dopo pezzo le fondamenta del nostro sistema democratico. Eritrei e sudanesi fuggono da regimi sanguinari, molti di loro sono morti nell’attraversamento del deserto del Sinai, altri sono finiti nelle mani dei trafficanti di esseri umani, le loro sono storie angoscianti, terribili. A darne conto sono coloro che sono riusciti a raggiungere Israele. E ora Netanyahu vorrebbe ricacciarli fuori a forza.

Il governo di Israele ha votato nei giorni scorsi la prossima chiusura del suo centro di detenzione per immigrati, e annunciato un accordo per espellere i quarantamila clandestini africani che sono entrati nel paese illegalmente. Per questo il centro non servirà più. Il governo ha approvato all’unanimità la chiusura del centro di Holot (nel sud d’Israele) e ha dato ai migranti presenti illegalmente nello stato ebraico tre mesi di tempo per lasciare il Paese, pena la deportazione.

Secondo dati ufficiali sono 38.043 i clandestini africani, tra cui 27.494 eritrei e 7.869 sudanesi. In una dichiarazione, l’Ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha espresso la sua preoccupazione, ricordando in particolare che Israele aveva “obblighi giuridici in materia di protezione dei rifugiati”.

Tuttavia, poiché le autorità israeliane hanno assunto la responsabilità nel 2009 per determinare chi rientra in questa categoria, solo otto eritrei e due sudanesi hanno ottenuto lo status, ricorda l’UNHCR. Come parte del suo programma di deportazione, il governo israeliano riconosce tacitamente che i cittadini di questi due Paesi non possono tornare a casa a causa della situazione politica nel loro Paese. Ma, secondo le ong israeliane che sostengono i migranti, Israele ha firmato accordi con Paesi terzi, in questo caso Ruanda e Uganda, affinché accolgano i migranti volontari da Sudan ed Eritrea. La maggior parte di questi migranti è entrata in Israele illegalmente attraverso il Sinai egiziano dal 2007. Questi arrivi di rifugiati sono stati rallentati dalla costruzione da parte del governo israeliano di una recinzione elettronica lungo il confine con l’Egitto. Israele ha aperto centri di detenzione nel sud del Paese, dove circa 1.500 migranti sono in libertà vigilata.

(Photo by Oren Ziv/Activestills.org)

Queste istituzioni chiuderanno le loro porte e i migranti che si rifiutano di andarsene saranno trasferiti in prigione, hanno detto le autorità israeliane. Dopo il 1° marzo, sarà ancora possibile per queste persone lasciare volontariamente Israele, ma verrà data una somma minore. Chi rifiuta sarà imprigionato, ha avvertito il ministero degli interni. Secondo i dati ufficiali, 4.012 migranti irregolari hanno già lasciato Israele nel 2017, tra cui 3.332 provenienti dall’Africa sub-sahariana. Netanyahu ha visitato South Tel Aviv alla fine di agosto, dove risiedono migliaia di migranti africani, impegnandosi a “restituire” la zona ai “cittadini israeliani”. La triste vicenda ha anche un aspetto da “giallo diplomatico”: Il governo ugandese si è detto “sconcertato” dalle notizie di stampa secondo cui il governo di Kampala avrebbe concordato con il governo israeliano di rimpatriare migliaia di migranti africani espulsi da Israele.

Non abbiamo sottoscritto alcun accordo con il governo israeliano per il l’accoglienza di profughi di altri paesi che si trovano in Israele. Siamo sconcertati da queste voci. Non abbiamo alcun accordo di partnership con il governo di Israele a cui chiediamo di spiegare in che modo abbiano preso una simile decisione,

ha detto il ministro di stato degli affari esteri ugandese Henry Oryem Okello al quotidiano ugandese Daily Monitor. Novello “Orban”, Netanyahu ha comunque deciso di proseguire nei suoi piani di deportazione, che nulla hanno a che vedere con la sicurezza d’Israele ma tanto, troppo, con la volontà, annota ancora Yael Dayan, di

raccattare qualche manciata di voti facendo leva sui sentimenti più deteriori che fanno del più debole e diverso, in questo caso il lavoratore eritreo o sudanese, la minaccia da estirpare.

Ma Netanyahu non molla di un centimetro. E così il 4 gennaio Israele ha iniziato ad attuare un piano per costringere decine di migliaia di migranti africani a uscire dal Paese entro aprile, minacciando di arrestare coloro che rimangono. “Questo piano prenderà il via oggi (4 gennaio, ndr)”, ha annunciato Netanyahu all’inizio di una riunione di gabinetto. Nell’ambito del programma, circa 38.000 migranti che sono entrati illegalmente in Israele, principalmente eritrei e sudanesi, dovranno lasciarlo entro la fine di marzo.

Ciascuno riceverà un biglietto aereo e l’equivalente di 2.900 euro per farlo. Dopo la scadenza, questo importo diminuirà e coloro che continuano a rifiutarsi di andare saranno arrestati. Commentando la decisione, il premier israeliano ha difeso il piano:

Ogni Paese deve mantenere i propri confini e proteggerli dall’infiltrazione illegale è sia un dovere basilare sia un diritto per uno stato sovrano.

“Vediamo qui l’attuazione della decisione”, spiega Drori Avraham dell’Organizzazione di aiuto per rifugiati e richiedenti asilo in Israele (Assaf) con sede a Tel Aviv. Gli africani hanno attualmente visti di soggiorno di breve durata che devono essere rinnovati ogni due mesi.

Da oggi, quando una persona va a chiedere un’estensione del visto, se non ha una domanda di asilo in sospeso, non gli verrà rinnovato il visto e gli sarà dato un ordine di espulsione. Al momento [conclude Drori-Avraham] ci sono eccezioni per donne, bambini, genitori di bambini e vittime della tratta di esseri umani, ma le regole procedurali chiariscono che quelle esenzioni sono solo temporanee. Chi lavora in Israele a contatto con questa umanità sofferente parla di “deportazione”.

Deportazione. Un termine che nella memoria storica del popolo ebraico riporta alla luce tragedie senza eguali, riapre ferite mai completamente rimarginate.

Tante volte ho dovuto rispondere a colleghi europei che mi chiedevano conto di come sia stato possibile che un popolo segnato da una esperienza indelebile come la Shoah si sia potuto trasformare, nel corso del tempo, da vittima a “carnefice” – afferma Zeev Sternhell, tra i più autorevoli e affermati storici israeliani -. La risposta non può essere solo l’evidente asimmetria tra l’Olocausto e gli atti, pur censurabili, compiuti da Israele contro i palestinesi. Certe critiche hanno portato ad una difesa aggressiva che ha forgiato una psicologia nazionale fondata sul concetto di “trincea”, sull’idea, cioè, che oggi come ieri il popolo ebraico è circondato da entità ostili o da falsi amici che nel momento della verità torneranno a tirarsi indietro.

È la diffidenza che si fa “ideologia”, è la lettura del passato che produce la convinzione di essere comunque in credito con la Storia.

Su questa idea di soli contro tutti – conclude Sternhell – la destra israeliana ha costruito le sue fortune politiche.

E in questi “tutti” ora entrano anche i richiedenti asilo africani.

Se Israele non è più terra d’asilo ultima modifica: 2018-01-07T14:02:59+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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