Brexit, verso il precipizio

Tra otto mesi l'addio alla Ue sarà operativo. È l’unica certezza. Perché al momento non c’è alcun accordo tra Gran Bretagna e Unione Europea. E mentre l’Hard Brexit diventa sempre più concreta, i Tories (e il Labour) sono in uno stato confusionale.
scritto da Marco Michieli

Venticinque e otto. Non sono numeri da giocare al lotto. La prima cifra corrisponde ai mesi passati dal referendum che ha deciso l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Il secondo ai mesi che mancano per la prevista Brexit. E già perché ci si sta avviando verso la conclusione di questo feuilleton all’inglese. E ad oggi non se ne conosce ancora l’esito. Nel mezzo altri numeri: otto dimissioni dal governo di Theresa May, tre sconfitte parlamentari significative e cinque avvelenamenti da parte di una potenza straniera.

Due sono invece le date fondamentali che la debolissima (diremmo weak, weak, weak) Theresa May dovrà affrontare. Il 18 ottobre ci sarà infatti il vertice europeo che dovrebbe approvare l’accordo di uscita dall’Ue. E poi il 29 marzo 2019 il B-Day, il giorno in cui la Brexit si realizza. A parte la certezza delle due date, per tutto il resto regna la confusione totale.

In settembre il governo dovrebbe svelare i piani per la politica migratoria post-Brexit (garantire o meno la libertà di circolazione ai cittadini europei?). Poi la tradizionale annuale conferenza del partito conservatore, un momento di verità per la leadership di May, di fronte alle sempre maggiori ostilità da parte dei tories euroscettici, da sempre tormentati dalla sindrome di Crono.

Se non ci sarà alcun accordo, il Regno Unito dovrà affrontare la Hard Brexit, uno scenario nel quale il paese lascia l’Unione senza alcun accordo commerciale preferenziale. Una preoccupazione per questo scenario “apocalittico” che il governo non sembra cercare di scongiurare: il ministro per la salute ha infatti rivelato che il servizio sanitario nazionale – il mitico Nhs – sta facendo scorte di medicinali e di sangue nel caso in cui non ci fosse un accordo con l’Ue. Stessa sorte per le scorte di cibo. 

Nell’ipotesi che riuscisse tuttavia ad ottenere un accordo al vertice europeo di ottobre, May dovrebbe comunque farlo accettare ai suoi parlamentari, cosa affatto scontata visti le recenti sconfitte alla Camera dei comuni. E anche vi riuscisse, rimane sempre l’ostacolo dell’approvazione di almeno venti membri dei ventisette, che rappresentino almeno il sessantacinque per cento della popolazione europea.

Nel Regno Unito quindi molti vorrebbero ora estendere la data limite per la Brexit. Soluzione possibile se l’Ue fosse d’accordo. Ma secondo fonti europee, l’Ue non ha interesse a protrarre a lungo una situazione che la indebolisce. Salvo in caso di nuove elezioni o di un nuovo primo ministro conservatore. La Brexit è quindi sempre vincolata più alla vicenda politica personale di Theresa May.

Il piano della May cerca di tenere assieme il suo partito e di realizzare l’obiettivo del referendum del 2016, lasciare l’Ue. Il cosiddetto Chequers Plan propone di lasciare il mercato unico e l’unione doganale, interrompere la libertà di circolazione dei lavoratori, eliminare i trasferimenti al budget comunitario e impedire alla Corte europea di giustizia di avere qualsiasi giurisdizione sul territorio britannico.

Il primo minsitro Theresa May

Però il governo inglese vorrebbe anche che l’Ue non realizzasse alcun controllo sui beni che dal Regno Unito arrivano in Europa e vorrebbe riscuotere i dazi doganali sui beni che entrano nel suo territorio e che hanno come destinazione l’Unione, imponendo quindi le proprie tasse sulle importazioni provenienti da paesi terzi (proposta già cassata dal negoziatore Ue per la Brexit Michel Barnier). Per l’Unione però non è possibile alcun cherrypicking da parte del governo inglese: le quattro libertà di movimento – persone, merci, servizi e capitali – devono essere accettate assieme, altrimenti non vi sarà alcun accordo.

Se le proposte di May hanno irritato l’Unione, hanno avuto anche la capacità di scontentare gli euroscettici e gli eurofili del partito conservatore. I primi in particolare hanno risposto alla proposta di May con le dimissioni di ministri, primo fra tutti Boris Johnson, il leader tory della campagna per il Leave e poi ministro degli esteri. Tuttavia, al momento non c’è proposta alternativa che tenga assieme il partito di Theresa May e consenta di trovare un accordo con l’Ue. Per questo monta lo scetticismo rispetto ad un esito positivo della vicenda.

Paradossalmente la mancanza di alternative è anche la fortuna di May e la ragione della sua sopravvivenza politica. Non c’è proposta alternativa e non c’è personalità diversa che riesca a tenere uniti i tories e realizzare la Brexit. Per questo nessuno sembra volerla sfidare per la leadership del partito. La chiamano “Zombie” per questa sua capacità di sopravvivere anche se politicamente “morta” ma alcuni dei contendenti della leadership di May, Boris Johnson e Jacob Rees-Mogg, sarebbero perché spaccherebbero il partito. 

Johnson rimane tuttavia l’avversario più insidioso, anche se sprovvisto di una base parlamentare in grado di preoccupare May. Preoccupante per i legami sempre più stretti con la nuova destra americana. I quotidiani inglesi hanno infatti riportato dell’incontro avvenuto qualche giorno fa tra l’ex ministro degli esteri e Steve Bannon, che sembra voler fare dell’Europa il suo nuovo campo di battaglia con l’obiettivo di aumentare i voti dell’estrema destra e degli euroscettici al Parlamento europeo alle elezioni del prossimo anno.

L’attenzione dei media è tutta sui Tories ma il Labour non se la passa molto meglio. Jeremy Corbyn dovrà affrontare la conferenza di partito in settembre. E pare vi saranno alcune difficoltà, tutte legate alla Brexit. I sindacati infatti premono per ammorbidire la posizione del Labour sull’uscita dall’Unione per i danni che i lavoratori e le imprese potrebbero averne. E Momentum, il movimento che ha sostenuto Corbyn aiutandolo a vincere la battaglia per la leadership laburista, sembra non essere d’accordo sulla posizione ufficiale del partito sulla Brexit, posizione giudicata troppo dura.

Che cosa vuole il Labour di Corbyn? In primo luogo vorrebbe un’unione doganale con l’Ue che garantisca ai britannici esattamente gli stessi benefici del mercato unico: non l’unione doganale comunitaria, bensì un’unione doganale nuova tra Regno Unito e Unione europea. Una posizione ambigua tutta volta a tenere il paese fuori dal mercato unico ma nel contempo godere dei suoi benefici (ed escludere la giurisdizione della Corte europea di giustizia). In secondo luogo, il Labour pensa alla possibilità di meccanismi di opt-out dalla regole comunitarie per esempio nel settore degli aiuti di stato. Una proposta che tuttavia verrebbe respinta dall’Unione. 

Momentum spinge per un referendum interno al partito sul tema. Terreno spinoso per Corbyn che ha fatto della democratizzazione del Labour la chiave della sua vittoria del 2015. Secondo alcune indagini, l’87 per cento degli iscritti del Labour pensa che il Regno Unito debba restare nel mercato unico e il 78 per cento sostiene la necessità di un nuovo referendum. Inutile dire che nessuno dei due obiettivi è parte dall’attuale piattaforma programmatica laburista. Un’ambiguità sull’Europa che continua dai tempi del referendum e che ha aiutato il Labour alle scorse elezioni legislative. Ma l’avvicinamento al potere dovrà comportare un chiarimento della posizione di Corbyn, che al momento non sembra essere all’ordine del giorno.

Il leader del Labour Jeremy Corbyn

Perché l’Europa entra in collisione con la strategia politica di Corbyn: focalizzarsi sui più poveri della società, sul riconoscimento delle sofferenze di una parte della popolazione. Una posizione non nuova nel Labour (Tony Benn ne è stato a lungo il propugnatore), basata sull’idea che il capitalismo stesso sia la causa dell’ineguaglianza. Finora la strategia ha funzionato e il Labour di Corbyn è riuscito a portare al voto tre milioni e mezzo di elettori che non votavano più. 

La strategia ha però dei limiti. Il primo problema: non bastano quei voti recuperati per vincere, come abbiamo visto alle scorse elezioni “non-perse”. Serve una coalizione più ampia nella quale le istanze social-liberali siano ricomprese. E qui sta il secondo problema: come far convivere queste differenti istanze. Sui temi come l’Europa e l’immigrazione qualche divergenza esiste. 

Secondo infatti uno studio di Ipsos MORI, se i giovani britannici oggi sono più inclini a votare per i partiti di centrosinistra, sono molto meno propensi a votare partiti che si collocano nettamente a sinistra: i millenials sarebbero molto meno di sinistra rispetto a molti elettori più anziani. E il divario generazionale è ancora più forte tra gli elettori del Labour. Un problema comune a molti partiti socialdemocratici.

E l’opposizione interna cerca di sfruttare queste difficoltà strategiche di Corbyn. In un’intervista alla Cnbc l’ex primo ministro Tony Blair prevede che si arriverà ad uno stallo sulla Brexit e che si dovrebbe quindi tenere un secondo referendum, l’unico modo per risolvere la questione. Un sostegno per un nuovo referendum che si allinea a quello della sinistra del partito e dei sindacati. E che sta mobilitando l’opinione pubblica liberal. A cominciare dalla petizione lanciata da The Independent che richiede un nuovo referendum e che ha raggiunto la cifra di 225.000 firme in ventiquattro ore.

E mentre i partiti britannici discutono, l’Europa guarda con attenzione. Qualche giorno fa la ministra francese per gli affari europei, Nathalie Loiseau, ha affermato che la Francia e gli altri stati membri non vogliono che il Regno Unito esca dall’Unione: la Gran Bretagna potrebbe ancora cancellare la Brexit e rimanere nell’Ue alla stesse condizioni attuali.

L’ex ministro degli esteri Boris Johnson

Ma si può tenere un secondo referendum? Se prima l’ipotesi di un nuovo voto era sostenuta da pochi, oggi sembra essere un’idea che si fa strada nella stampa mainstream (grazie anche ad alcune celebrità come l’ex calciatore Gary Lineker). E che comincia a fare breccia tra i banchi dei deputati conservatori pro-Remain, come l’ex segretaria all’istruzione Justine Greening che ha proposto di sottoporre ai cittadini tre proposte – il piano della May, una Hard Brexit e lo status quo – con la possibilità di indicare un ordine di preferenza tra le varie possibilità per garantire il cinquanta per cento dei voti alla proposta vincente.

Quello che sembra chiaro è che il Regno Unito non ha una classe dirigente all’altezza dei problemi che deve affrontare. Mal comune europeo. Mezzo gaudio?

Brexit, verso il precipizio ultima modifica: 2018-07-28T01:27:14+02:00 da Marco Michieli

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