RBG. A 85 anni l’icona dell’altra America

Ruth Bader Ginsburg è la giudice della Corte suprema a cui si devono le più importanti conquiste per i diritti, specie delle donne. Ma oggi è anche il simbolo dell'opposizione a Trump. Un bellissimo docufilm di Betsy West e Julie Cohen racconta la sua storia. Un successo di critica e di pubblico
scritto da GUIDO MOLTEDO

[BOSTON]
Ruth Bader Ginsburg* è un personaggio di rilievo in America. Lo è da tempo. Oggi, a 85 anni, è una celebrità. Una “pop culture star“. Un documentario, bellissimo, “RGB”, racconta la sua vita, ed è un successo straordinario. Critiche entusiastiche, sale cinematografiche piene da mesi. E a novembre esce “On the Basis of Sex”, un film sui suoi primi passi nella lunga e straordinaria carriera che l’avrebbe infine portata, nel 1993, per scelta di Bill Clinton, a occupare una delle nove poltrone tra le più importanti del potere statunitense: giudice della Corte suprema degli Stati Uniti, paragonabile alla nostra corte costituzionale, con in più la forza e il prestigio di una carica a vita.

Diversi i libri di successo che le sono dedicati. Frequente la sua presenza sui media. Personaggio supercliccato sui social. Insomma, oggi RBG è molto più che un giudice: è un’icona. Il simbolo dell’America progressista: l’America aperta e inclusiva, attenta ai diritti, alla loro affermazione e al loro effettivo godimento da parte di tutti. L’America solidale e sensibile ai problemi delle minoranze. L’America che considera una risorsa fondamentale la sua fibra costitutiva, il suo essere un crogiolo etnico, culturale, religioso. L’essenza stessa dell’America. Che Donald Trump e i suoi sostenitori detestano e che vorrebbero cancellare.

“Combatti per le cose in modo da guidare altri a unirsi a te”

Ginsburg è consapevole del ruolo che la storia le assegna oggi, per essere stata ed essere una protagonista di spicco – prima come avvocato, poi come giudice e infine come Justice della Supreme Court – delle principali tappe che hanno scandito il percorso verso l’affermazione di diritti, specie delle donne, senza i quali la straordinaria “chimica” americana non avrebbe potuto produrre la società aperta che ha cercato di essere fino a oggi. Un lavoro ancora in corso, certo, lungo un tragitto con nuove mete difficili da raggiungere, costellato di enormi problemi e contraddizioni, passi avanti e indietro, ma dentro un percorso condiviso di valori e regole fondamentali. Un percorso lungo il quale la presidenza Trump ogni giorno piazza un macigno. Non ultimo la nomina di un cattolico integralista, Brett Kavanaugh, al posto del dimissionario Anthony Kennedy, conservatore moderato. Mossa preliminare per arrivare a considerare incostituzionale il diritto alla scelta di abortire.

Di qui l’impegno anche pubblico, a volte sovresposto, di RBG, che in apparenza contrasterebbe con quello all’insegna del rigore e della discrezione operosa profuso lungo le varie fasi della sua vita professionale. Etica e riservatezza sono tuttora i tratti salienti del personaggio. Corrispondono alla sua indole, ma oggi si combinano con una disponibilità, che può sembrare perfino candida, a occupare di tanto in tanto la scena pubblica, oltre i confini dell’austero perimetro istituzionale assegnato ai giudici della Corte. Diverse le sue prese di posizione nette, talvolta anche “politiche” (“Non riesco a immaginare cosa sarebbe questo posto con Donald Trump come nostro presidente”, disse al New York Times poco prima che fosse eletto; e poi, da presidente, è “un impostore”, uno “davvero con un ego”. Trump ne chiese, invano, le dimissioni).

Ma soprattutto RBG fa sì che il suo personaggio stesso sia “usato” come contraltare al trumpismo, perfino nella satira politica (divertentissima l’imitazione di Kate McKinnon in Saturday Night Life, uno show a cui lei stessa ha partecipato); o per operazioni com’è appunto il film che ne racconta la vita, “RBG”, e che la racconta anche nella sua intimità di moglie e di madre e di nonna, nei suoi vezzi di donna, sempre elegantissima, nelle sue passioni, per l’opera soprattutto, nelle sue amicizie basate innanzitutto sul feeling, come con il simpatico rivale ultraconservatore, Antonin Scalia. E i due tumori sconfitti. La sua tenacia, anche in palestra, mentre solleva pesi e fa flessioni, vestendo una tuta con su scritto Super Diva.

Ormai la grande giurista è “Notorious RBG”, come Notorius B.I.G., star dell’hip hop, un giamaicano, di Brooklyn come Ruth Ginsburg, morto tragicamente a 24 anni. Notorious RBG è il nome di un “social justice blog” di grande successo e seguito, a lei dedicato da Shana Knizhnik, una studentessa di legge alla New York University, dopo il discorso in dissenso per il caso Shelby County v. Holder, il primo pronunciato dalla Ginsburg in posizione di minoranza da quando la Corte ha assunto una maggioranza abbastanza stabile di destra, un dissent contro la sentenza che, con cavilli giuridici, di fatto limita il diritto di voto da parte delle minoranze, specie in circoscrizioni dove l’elettorato africano americano fa la differenza.

Il blog è come quelli dedicati alle star: immagini, filmati, discorsi, frasi, interviste, oltre a gadget in vendita, t-shirt, ombrelli con la sua effigie o le tre lettere RBG. La cosa divertente è che la compassata giurista è dipinta come un tipo tostissimo, quasi un gangster. E già, come ci s’oppone a un tipo come Trump?

In questi anni, spiega a USA Today Betsy West, con Julie Cohen coregista di “RBG”,

i suoi interventi in dissenso hanno trovato eco in un sacco di gente, specie i Millennial. E’ l’incongruenza di una nonna ottantacinquenne ebrea che dice la verità al potere. Questo è venuto fuori con Saturday Night Life e ogni volta che metti R B G nei social, ci sono migliaia, milioni di contatti. E’ davvero una forza galvanizzante.

Bravissime le due registe nel raccontare semplicemente, nella sua complessità, la traiettoria di questo personaggio timido, dalla corporatura minuta, ma larger than life, che oggi può consentirsi atteggiamenti perfino dissacranti rispetto alle istituzioni, dotata com’è di senso dell’umorismo e dell’ironia, anche su se stessa, qualità che neppure i figli sospettavano avesse, tanto che tenevano un quaderno su cui annotavano le volte in cui “la mamma ha riso”.

Ginsburg appartiene a una generazione che ha patito la condizione d’inferiorità assegnata alla donna. La società, dopo la guerra, era in fermento e in movimento ma la condizione della donna era ferma ai secoli scorsi. La sua vita è una lotta per contrastare la discriminazione, fin dall’ingresso alla scuola di legge di Harvard, cinquecento uomini e nove donne, e via via nella carriera, iniziata con la prima difficoltà, superata a fatica, di entrare nella professione legale.

La battaglia per i diritti e per la parità dei diritti, a partire dalla sua stessa esperienza personale, diventa quindi il suo cavallo di battaglia, anche negli anni in cui s’afferma il femminismo. Il marito Marty, avvocato di valore, persona squisita, sarà capace di fare più di un passo indietro per sostenerla nella carriera. E questa solidarietà ispirerà un aspetto saliente della sua strategia per far avanzare la battaglia dei diritti delle donne, indirizzando gli strali contro un sistema arcaico che, penalizzando le donne, poteva penalizzare anche gli uomini. Un sistema ingiusto. Da riformare a favore di tutti. Da avvocato, poi da giudice e quindi da membro della Corte sosterrà casi e sarà autrice di sentenze a favore di uomini discriminati da una legislazione che tutela la donna, purché e perché madre di famiglia, ma non l’uomo che si trovi nelle stesse condizioni, come il vedovo che deve crescere il figlio senza godere delle stesse tutele di una vedova, o l’aviatrice che chiede per il marito gli stessi benefit che sono garantiti alle mogli dei militari. Con lo stesso spirito Ginsburg dà l’assalto a un fortilizio del potere maschile, il Virginia Military Institute, aprendo le porte a cadette donne che chiedevano da tempo di potervi accedere.

Fin dall’inizio della sua carriera legale Ginsburg aveva di proposito scelto la storica organizzazione per la lotta per i diritti civili, la ACLU, piuttosto che un’organizzazione strettamente basata sui diritti delle donne, essendo convinta che questo avrebbe dato più forza alla causa dei diritti stessi delle donne ed essendo anche convinta della stretta interconnessione tra i due ambiti.

Forse oggi quel pensiero può sembrare superato. Ma è generale la convinzione che, senza l’impegno di RBG, condotto con la mentalità e i mezzi della giurista, non dell’attivista – le aule, non la piazza come luogo del conflitto -, molte conquiste, molte leggi semplicemente non ci sarebbero. Ha dato un contributo straordinario all’avanzamento della società americana e creato le condizioni per ulteriori avanzamenti. E, date le attuali circostanze, il frutto del suo lavoro è oggi la base della resistenza a chi vuole far tornare indietro l’America.

Di tutto questo il film di West e Cohen dà conto, con un ritratto straordinario di RBG, anche grazie alle testimonianze di chi l’ ha conosciuta e alla riproposizione di documenti di grande interesse, come l’audizione di conferma di Ginsburg al senato, di fronte a Joe Biden e Ted Kennedy.

Si spera che il film giri anche in Italia, dove peraltro, un paio d’anni fa, RBG diede prova della sua disponibilità a mettersi letteralmente in gioco, presiedendo il “processo d’appello” intentato da Shylock contro la Repubblica di Venezia e contro Antonio e Porzia. Uno spettacolo indimenticabile nella cornice della Venezia che celebrava i 500 anni del Ghetto.

 

RUTH BADER GINSBURG

*Nasce a Brooklyn il 15 marzo 1933, da genitori ebrei immigrati dalla Russia. Religiosi osservanti.
Si distingue a scuola, alla James Madison High School, che finisce a  quindici anni, mentre la madre, Celia, lotta contro il cancro per tutto il periodo delle superiori, morendo il giorno prima del diploma della figlia.
Studia diritto alla prestigiosa Cornell University, dove incontra Martin D. Ginsburg. Si sposano. Dopo la laurea segue il marito, ufficiale di stanza presso la Reserve Officers’ Training Corps, a Fort Sill, Okahoma. S’impiega presso l’amministrazione per la Sicurezza Sociale in Oklahoma, ma è retrocessa quando aspetta Jane, nel 1955, la prima dei due figli.
Nel 1956 s’iscrive alla Harvard Law School. E’ una delle nove studentesse su cinquecento iscritti. Quando Marty si trasferisce per lavoro a New York, Ruth si s’iscrive alla Columbia University. Si laurea nel 1959. Nonostante gli attestati e le lettere di referenze di prof. prestigiosi fatica a trovare lavoro.
“Ero pronta per il lavoro – ha detto in un’intervista alla Cbs -. E quante offerte ricevo? Zero. Avevo tre cose contro di me. Primo: ero ebrea. Secondo: ero donna. Ma la cosa peggiore era la terza: avevo un figlio di quattro anni”.
Professoressa di diritto, poi avvocato, nel 1972 fonda la Women’ s Rights Project, con l’ American Civil Liberties Union (Aclu).
Bill Clinton, il 14 giugno del 1993, la nomina tra i nove togati della Supreme court of United States (Scotus), l’istanza finale del sistema giudiziario. E’ la seconda donna, dopo Sandra Day O’Connor, (nominata da Reagan nel 1981, in pensione nel 2006).
Nei venticinque anni alla Corte suprema ha un ruolo chiave nel costruire la giurisprudenza sulle pari opportunità, l’autodeterminazione della donna sull’aborto, il matrimonio tra omosessuali.
Nel 2015 la rivista Time l’annovera tra i cento personaggi più influenti ed è proprio Antonin Scalia, giudice su posizione antititeche alle sue, ma al tempo stesso grande amico e appassionato come lei di opera, a scriverne il ritratto.

RBG. A 85 anni l’icona dell’altra America ultima modifica: 2018-07-29T05:10:08+00:00 da GUIDO MOLTEDO

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