Questa non è una pipa. È una manovra pericolosa

La legge di bilancio sembra costruita con i paradossi pittorici del grande surrealista. È molto di più: è una bussola geopolitica che, a ben leggere, lascia intendere dove si dirigerà questa maggioranza e chi la sta guidando.
scritto da MICHELE MEZZA

È stata definita “un quadro di Magritte” e in effetti la legge di bilancio del governo giallo-verde sembra proprio costruita con i paradossi pittorici del grande surrealista belga. Questa non è una pipa, intitolava il maestro una delle sue opere più iconiche, che raffigura una pipa a mezz’aria. E questa non è una legge di bilancio. È molto di più: è una bussola geopolitica che, a ben leggere, lascia intendere dove si dirigerà questa maggioranza e chi la sta guidando.

L’apparentemente sconnesso mosaico di provvedimenti che compone la legge, al netto dell’inevitabile polemica politica, e indignazione procedurale, per l’oltraggio consumato ai danni di un parlamento che ormai appare francamente asfittico rispetto alle nuove dinamiche che si disegnano sullo scenario nazionale e internazionale, sembra prefigurare una nuova base sociale che connette e integra le due piattaforme politiche originarie – il Nord produttivo ed esportatore per la Lega, il Sud rancoroso e strutturalmente precario nei suoi labirinti amministrativi dei Cinque Stelle. Sicuramente con questa manovra economica questa maggioranza fa intendere quale sia il paese che non le piace e quale quello che vuole rassicurare e premiare. È una politica contro qualcuno e per qualcuno.

Tutti i provvedimenti, analizzati separatamente, rendono un quadro pressocché situazionista, in cui sembra che si proceda bizzarramente, improvvisando, in base all’ultima telefonata: rinnovo per altri quindici anni delle concessioni balneari; riconoscimento per i praticoni di attività parasanitarie senza alcun titolo di formazione, compresi coloro che esercitano attività di una certa delicatezza, come i fisioterapisti, ma forse anche dentisti e odontotecnici non qualificati; riduzione di ogni contenzioso fiscale anche per famiglie senza affanni economici; il taglio del quaranta per cento delle accise dei birrifici artigianali, anche senza birrificio; deducibilità del quaranta per cento dell’imu dei capannoni industriali, anche se dismessi o abusivi; web tax del tre per cento sull’intero fatturato per ogni tipo di azienda che gestisca spazi on line, da Google alla comunità montana; penalizzazione per pensioni superiori a 1.500 euro; brusco aggravio di costi per l’associazionismo sociale. Sono solo alcuni esempi di quel florilegio di disposizioni che formano la legge di bilancio, in cui si dà e si prende apparentemente a capoccia.

Ognuna di queste misure citate sarà poi ulteriormente aggiustata e finalizzata, sia dal passaggio alla camera, sia nel lavorio dei decreti attuativi, prolungando il percorso di eccezioni e concessioni, che renderanno il risultato finale una gigantesca e poderosa legge ad personas, accusativo plurale, dove privilegi e handicap saranno meticolosamente moltiplicati per ognuno degli infiniti soggetti o comunità che si vogliono toccare. Sarà un pulviscolo di mance e di pedaggi che dividerà radicalmente il popolo che ha votato lo stesso governo.

Da questa manovra è innanzitutto esclusa e rigettata ogni tentazione di politica organica. Non si procede più per casi generali e opzioni strategiche, ma per una concatenazione di casi personali. Non è il segno di un limite culturale, è la dimostrazione di come sia mutato il nesso di rappresentanza degli interessi nell’agone politico.

Dai partiti che rappresentavano grandi porzioni sociali, classi o aree interclassiste, caratterizzate da radicamenti territoriali o da identità ideologiche o sindacali e corporative, passiamo a leader che costruiscono il proprio popolo in base ad un senso comune che viene poi riempito di provvedimenti ad hoc, sostituendo alle lobbies tradizionali un brusio di richieste e bisogni che viene selezionato dagli apparati tecnici e poi affidato per la ratifica finale agli staff dei capi.

Si comprende in questa nuova meccanica di governance quale ruolo centrale assumono i tecnocrati, che per questo devono essere strettamente coerenti e fedeli alla maggioranza, per cui non si tollerano intrusioni di competenze intermedie, quali quelle degli esperti del ministero dell’economia o degli uffici economici delle due camere, che rendano impraticabile questa sorta di permanente dialogo fra vertice politico e base questuante.

@matteosalvinimi “In partenza per Pesaro e Catania, mi bevo un caffè😊. Sempre che a sinistra qualcuno non si offenda!”

L’altro nemico che è combattuto da questa legge di bilancio è l’Europa, o comunque una politica comunitaria ostile proprio in quanto matrice organica di una cultura globale di governance, che pretende un disegno organico e duraturo.
Infine si guarda con malcelato disprezzo a quel paese impegnato, sussidiario, culturalmente attrezzato, che organicamente fa da collante fra società e istituzioni, dominato da quel ceto culturale di confine fra la politica organizzata e la pratica sociale, come il mondo dell’associazionismo, di matrice cattocomunista avremmo detto quando entrambe le identità erano classe dirigente.

Non meno graditi sono persino i lamenti che sono venuti dalla pancia produttiva, dalle stesse valli da cui la Lega prese le mosse, che sollecitano investimenti e non spesa, piani industriali e non pensioni o assistenza, e che comunque, pur borbottando sull’attrito burocratico, rimangono strutturalmente legati all’economia comunitaria e all’asse franco tedesco come matrice delle proprie esportazioni.

Qui si misura la determinatezza e l’azzardo del gioco di Salvini e Di Maio che punta tutto a un successo globale alle prossime elezioni europee per convincere anche gli imprenditori che gli sportelli di Bruxelles e Francoforte li controllano loro.

La nuova geografia socio-politica che s’intravede è infatti caratterizzata da una figura trainante, che campeggia in entrambi i campi originari: un improvvisato e frustrato semi imprenditore di se stesso, antagonista di ogni strategia globale e direzione statale, che cerca di sfuggire a ogni relazione istituzionale, timoroso e avverso a ogni idea di competizione globale. Una sorta di operatore economico-massa, sicuro di perdere la competizione internazionale, ma certo di poter pretendere adeguata protezione dallo stato.

Se vogliamo dargli carne e ossa, parliamo di quella moltitudine che pullula nelle provincie più che nelle città, al Sud più che al Nord, in fasce anagrafiche fra i trenta e i quaranta, senza titolo di studio superiore, con poche esperienze di viaggi, con multiformi tentativi di incursione nelle periferie di quasi tutti i partiti.

Una figura che nel Centro-Nord ha provato, con qualche bando regionale, ad allestire società in genere non di produzione, ma di servizi o di montaggio e assemblaggio prodotti, lucrando sui contributi per beni strumentali o immobiliari. Cardine ed emblema di questo semi-imprenditore è il capannone, che punteggia l’intera pianura padana, dalle dorsali adriatiche ai corridoi della cintura ambrosiana, soprattutto nelle valli pedemontane orobiche e bresciane. Lo potremmo definire l’assistito del Nord, di vaghissime e lontane ormai frequentazioni democristiane, riversatosi nella lega bossiana, e identificatosi finalmente, senza i disagi che le velleità nordiste e liberiste padane gli procuravano, nel nuovo sovranismo finanziato dalla Cassa depositi e prestiti di Salvini.

@luigidimaio “Questa è la lista delle cose che sono entrate nella legge di bilancio. Sappiate che questo è solo l’inizio, sono sicuro che il 2019 sarà l’anno del cambiamento. Grazie a tutti voi che siete sempre stati al nostro fianco. Questo è un successo di tutti noi, di tutti gli italiani!”

L’affianca un suo omologo del Centro-Sud: universitario senza laurea, già accodatosi a qualche ras politico locale, frequentatore di centri di formazione, a volte persino formatore lui stesso con i bandi regionali.

È una moltitudine di vice professionisti, o vice imprenditori che galleggiano attorno ai trenta/quarantamila euro netti in nero, con rilevante contenzioso fiscale, continuamente sballottato dalle norme europee e i parametri finanziari ai limiti di ogni reale opportunità economica, condannati da ogni comparazione con modelli globali. Un tipico terreno di cultura che una volta avremmo definito di pre proletarizzazione, o di clientelismo piccolo borghese, e che oggi diventa protagonista della resistenza anti-europea e rivendicatore di uno stato con poche pretese e molte sovvenzioni. Un gilet jaune al ragù, bolognese o napoletano.

Grillo intuì per primo, grazie ai dati di Casaleggio e a qualche dritta internazionale, che questo era il nuovo soldato da arruolare. Era parente dei votanti di Trump negli stati della Rustbelt, o dei ribelli della Brexit inglese, pronti persino a rimetterci economicamente pur di castigare le proprie élite sazie e colte. È la base di Steve Bannon, a cui parlano gli hacker di Putin.

A lui erano diretti i primi proclami dalle piazze del vaffa e le elucubrazioni sulla democrazia diretta che avrebbe spazzato via tutta la vecchia classe politica.

Salvini ci arriva in un secondo tempo, quando, di fronte allo sfacelo in cui Bossi gli lascia la Lega cerca una scorciatoia per mettere al sicuro i soldi del bottino nazionale – i famosi 49 milioni – e un orizzonte per reinvestire il brand. Trova entrambi in un circuito in cui si parla russo. Finanziarie e aziende di stato, come documentano le inchieste americane del super procuratore Mueller, intervengono in Europa massicciamente. Trova soprattutto una bussola geopolitica, uno schieramento internazionale, un nemico comune, e a convincerlo è poi una trionfale campagna elettorale in cui sotto i suoi occhi vede i collegi strategici diventare contendibili e poi conquistati, uno dopo l’altro.

La scommessa è quella di cambiare rapidamente l’Italia prima che s’innesti il rigetto. Per questo la legge di bilancio sconta trappole mortali con aumento dell’iva di 3/4 punti che porterebbe il nostro paese sulle orme dell’Argentina. Salvini e Di Maio si sono sentiti promettere bonus e cancellazioni del debito da chi pensa di poter governare a Bruxelles dopo aver sbaragliato i democristiani tedeschi e i residui socialdemocratici del Nord Europa.

In questo quadro gli Usa di Trump assistono incerti ma tentati di salire su questo carro, mentre paradossalmente solo la Cina sembra preoccuparsi di un surriscaldamento del fronte occidentale in vista del compimento del progetto di Via della Seta.

Per questo pensiamo che questa manovra economica non sia una pipa, ma molto, molto peggio, e soprattutto molto ma molto incompresa.

Questa non è una pipa. È una manovra pericolosa ultima modifica: 2018-12-27T10:26:58+00:00 da MICHELE MEZZA

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento