Mairead Corrigan Maguire: “Mobilitazione internazionale per la Siria”.

“Non bastano le parole per fermare le armi. Occorre premere sulle Nazioni Unite perché agisca, subito, per porre fine ai crimini contro l’umanità”. Intervista al Premio Nobel per la Pace 1976.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Piango e prego per il martoriato popolo siriano. I riflettori internazionali si sono di nuovo spenti su una tragedia che ha distrutto un paese, provocato centinaia di migliaia di vittime, milioni di profughi. In me c’è dolore e rabbia, sì, tanta rabbia. E condivisione di una sofferenza indicibile. Da oltre otto anni la Siria, il suo martoriato, meraviglioso popolo sono vittime di una guerra per procura. E gli ultimi in ordine di tempo a subire sofferenza e ingiustizia per la guerra senza fine sono i curdi siriani. Nelle scorse settimane, quando la Turchia ha invaso il Nord della Siria, si è scritto e detto di tradimento da parte dell’Occidente. Un tradimento non solo verso coloro che hanno combattuto contro i criminali dell’Isis, ma un tradimento verso l’umanità. E il termine più corretto per sintetizzare quanto sta avvenendo in Siria è, oggi più che mai, vergogna.

A sostenerlo, in questa intervista esclusiva concessa a ytali., è Mairead Corrigan Maguire, Premio Nobel per la Pace nel 1976. Nata a Belfast da famiglia cattolica, Maguire, decise di dedicarsi alla pace nel suo paese dopo che i tre figli della sorella furono investiti e uccisi da un’auto di cui aveva perso il controllo un membro dell’esercito repubblicano irlandese, colpito poco prima a morte da un soldato inglese. A seguito di quella tragedia la sorella si tolse la vita e Mairead fondò con Betty William, con cui ha condiviso il Nobel, il movimento “Donne per la pace”. Maguire è anche presidente della Nobel Women’s Initiative, la fondazione che unisce le donne insignite di questo prestigioso riconoscimento.

Non bastano le parole per fermare le armi. Occorre creare un movimento internazionale che chieda alle Nazioni Unite di agire, subito, per porre fine a questi crimini contro l’umanità.

Máiread Corrigan Maguire ai tempi del suo impegno per la pace in Irlanda del Nord

Sulla Siria è tornata a incombere una cappa di silenzio. Dell’invasione turca del Nord della Siria, della fine della popolazione curda non si hanno più notizie: sono scomparsi dalle prime pagine dei giornali. Non sembrano fare più notizia. Eppure la sofferenza dei civili continua…
Dimenticare la Siria non risponde a una logica meramente mediatica, per la quale alla fine una tragedia, un conflitto finiscono per stancare, non “fanno più notizia”. Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questa pur amara constatazione. Il fatto è che dietro questo colpevole silenzio c’è la responsabilità di una comunità internazionale che, in molti dei suoi attori globali e regionali, ha da anni fatto della Siria il campo di battaglia di guerra per procura condotta da quei paesi che hanno come unico interesse quello di spartirsi il territorio siriano, e a loro non importa se ciò significa morte, distruzione, milioni di persone costrette a fuggire dalle loro case, da città e villaggi ridotti a un cumulo di macerie. Dov’è la giustizia, dov’è l’umanità in Siria? Ciò che accade in Siria, e non da oggi, è qualcosa di terribile, di devastante, che oltre al dolore dovrebbe suscitare in ogni coscienza umana un moto di indignazione e di rabbia. Un popolo intero è vittima di una guerra per procura portata avanti da potenze che hanno finanziato e alimentato il terrorismo. Nei miei viaggi in quel paese martoriato ho avuto modo di parlare con tanti siriani di ogni etnia e fede religiosa: sciiti, alawiti, sunniti, cristiani…

Ho trovato in loro non solo una sofferenza indicibile ma anche una straordinaria dignità e un desiderio comune: vivere in pace. La Siria, mi hanno detto in molti, non sta vivendo una guerra civile ma un’invasione straniera. In Occidente si pensa che la Siria sia popolata solo da combattenti e sfollati, ma non è così, perché nonostante tutto ciò che hanno dovuto subire, sono ancora in tanti, la grande maggioranza, a credere e lavorare per la riconciliazione, per superare la paura e per mantenere unito il loro paese che altri vorrebbero dividere, realizzando protettorati confessionali.

Una delle colpe della comunità internazionale è di non aver voluto ascoltare queste voci, sostenerle, riconoscerle. Ma questa Siria del dialogo esiste e rappresenta l’unica speranza per un futuro di pace. È la Siria di quanti rifiutano tutte le violenze e continuano a lavorare per la risoluzione dei conflitti attraverso la negoziazione e l’attuazione di un processo democratico. La pace va sostenuta e non boicottata.

Mi lasci aggiungere che non c’è pace senza giustizia e senza il rispetto dei diritti delle minoranze, di ogni minoranza.

Nel giustificare il ritiro del contingente americano dalla Siria, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha affermato che la guerra all’Isis è terminata, che lo Stato islamico è stato sconfitto al cento per cento, come dimostra anche l’eliminazione del capo di Daesh, Abu Bakr al-Baghdadi.
L’Isis non è stata sconfitto, semmai ha ampliato il suo raggio d’azione, in Asia, in Africa, nella stessa Europa, come dimostra il sanguinoso attacco a Londra. Ma oggi appare chiaro che il vero obiettivo di tutti quei paesi che hanno condotto una guerra per procura in Siria, non era la distruzione del cosiddetto Stato islamico ma la spartizione della Siria in tanti protettorati eterodiretti. Ed è quello che sta avvenendo oggi nel Nord della Siria.

Dalla Siria a un’altra realtà mediorientale che suscita interesse a corrente alternata. Una realtà che lei conosce molto bene: la Striscia di Gaza. Una situazione disperata che Israele imputa ad Hamas che controlla l’enclave palestinese e che non ha impedito alla Jihad islamica palestinese di utilizzare quel territorio per lanciare centinaia di razzi contro le città dello Stato ebraico.
Sono da sempre fautrice della disobbedienza civile e della resistenza non violenta. Ho vissuto gli anni terribili della guerra in Ulster e la mia famiglia ha pagato un prezzo pesantissimo in quel conflitto. Ho imparato allora la potenza del dialogo, dell’unirsi per chiedere pace, perché l’altro da sé non venisse visto come un nemico ma come qualcuno con cui incontrarsi a metà strada. Ma Israele sta abusando della sua forza, e nel farlo commette un grave errore…

In un’immagine del 2010

Quale?
L’errore d’illudersi che la pace e la sicurezza possano essere garantite e preservate dalla forza militare. Non è così. La pace, per essere davvero tale, deve coniugarsi con la giustizia. Senza giustizia non c’è pace. E non c’è pace quando un popolo è sotto occupazione, quando viene derubato della sua terra o segregato in villaggi-prigione. Quello palestinese è un popolo giovane, e intere generazioni sono nate e cresciuto sotto occupazione, passando da un conflitto all’altro, senza speranza, con la sola rabbia come compagna. E dove c’è rabbia, dove la quotidianità è sofferenza, è impossibile che cresca la speranza.

Lei ha visitato più volte Gaza e altre volte è stata respinta da Israele. Come ci si sente nei panni di “nemica d’Israele”?
Quei “panni”, per usare la sua metafora, io non li ho mai indossati. Ho imparato sulla mia pelle cosa significhi discriminazione e odio. Io mi sento amica d’Israele e un amico vero è quello che prova a convincerti che stai sbagliando, che proseguendo su una certa strada finirai male. È questo che provo a dire agli israeliani: riconoscere il diritto dei palestinesi a uno stato indipendente, al fianco del vostro stato, porre fine all’embargo a Gaza e alle inumane punizioni collettive, è fare onore a voi stessi, alla vostra storia. È investire su un futuro di pace che non potrà mai essere realizzato con le armi.

Lo ripeto: non si può spacciare l’oppressione come difesa. Questo è immorale. La colonizzazione non favorisce la pace, ma alimenta l’ingiustizia. Da tempo nei Territori vige un sistema di apartheid e denunciarlo non significa essere “nemica d’Israele” e tanto meno antisemita. Significa guardare in faccia la realtà.

In una recente manifestazione per Julian Assange

La questione palestinese sembra essere uscita dall’agenda dei leader mondiali.
È terribile il solo pensare che per “far notizia” si debba usare l’arma del terrore. È una cosa terribile, contro cui continuerò a battermi in ogni dove. La violenza è un vicolo cieco, un cammino insanguinato. Ma cinque milioni di palestinesi non sono diventati tutto ad un tratto dei “fantasmi”. Non si sono volatilizzati. Continuano a vivere sotto occupazione e sotto un’apparente “tranquillità” cresce la rabbia, la frustrazione, sentimenti sui quali possono far presa gruppi estremisti. Per questo occorre rilanciare il dialogo dal basso, favorire le azioni non violente, la disobbedienza civile, e in questa pratica unire palestinesi e israeliani, musulmani, cristiani, ebrei, come riuscimmo a fare noi in Irlanda del Nord, marciando insieme cattolici e protestanti. E poi c’è la diplomazia, la politica, che è fatta anche di atti simbolici che possono avere in prospettiva un grande peso.

Un atto del genere quale potrebbe essere a suo avviso?
Il riconoscimento dello Stato di Palestina. Un atto politicamente forte, che faccia rivivere l’idea di una pace fondata sul principio “due popoli, due stati”. Sarebbe un bel segnale se fosse l’Europa, come Unione e non solo come singoli paesi membri, a rilanciare questa prospettiva. In nome di una pace nella giustizia. La pace vera. Un mondo senza guerra e violenza è possibile.

Mairead Corrigan Maguire: “Mobilitazione internazionale per la Siria”. ultima modifica: 2019-12-02T18:55:16+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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