“Password di stato”. Le scorciatoie digitali di Mary Poppins

La proposta della ministra dell’innovazione pone al centro del dibattito politico non solo il nodo di una responsabilità rilevante e strategica, quale quella della pianificazione della politica digitale, quanto il vero tema che tocca il nervo scoperto del ruolo pubblico nei comportamenti digitali privati.
MICHELE MEZZA
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Le parole in libertà della ministra dell’innovazione Pisano sulla password di stato hanno il merito di aver proposto al dibattito politico non solo il nodo di una responsabilità rilevante e strategica, quale quella della pianificazione della politica digitale, affidata forse troppo frettolosamente a una volenterosa ex assessore di Torino, quanto il vero tema che oggi finalmente sta diventando di senso comune, che tocca il nervo scoperto del ruolo pubblico nei comportamenti digitali privati.

Singolare infatti è stata la reazione prevalente alle disinvolte affermazioni della ministra, tutte improntate al timore di una nazionalizzazione dei nostri dati. Sia da destra sia da sinistra, con particolare tenacia da parte di quell’ala libertaria che appare così in prima fila alle iniziative sponsorizzate dai giganti della rete, la reazione era tutta basata sul grido “lo stato no”. 

Il profilo di Orwell campeggiava sullo sfondo e la minaccia del totalitarismo cinese condiva i commenti indignati.

La singolarità stava nel fatto che si temeva che lo stato potesse fare quello che, da almeno dieci anni, Google e Facebook tranquillamente fanno: saccheggiare e usare a fini di controllo sociale i nostri dati più intimi. Da sempre esistono serie di password condivise, usate da noi ma accessibili ai service provider, con le quali organizziamo gli aspetti più sensibili della nostra vita: corrispondenza, finanze, movimenti, opinioni, confidenze, progetti, imprese, consumi. Tutto è trasparente per loro, per i Big Five dell’economia digitale (Facebook, Amazon, Google, Apple, Microsoft).Talmente trasparente che, come spiega dettagliatamente Shoshana Zuboff nel suo circostanziato e lucidissimo saggio Il capitalismo della Sorveglianza (Luiss editore, Roma, 2019),

muta proprio la caratteristica strutturale del capitalismo che da invisibile, cioè dove le attività economiche avevano comunque un largo margine di imprevedibilità e rischio, diventa oggi del tutto prevedibile e sicuro, alla luce di un corredo di dati sui clienti e gli utenti, che ogni incertezza viene del tutto annullata. 

Questo sul versante economico. Su quello sociale e politico, pensiamo a Cambridge Analytica, siamo ancora più avanti sulla strada di un controllo asfissiante dei processi di formazione di senso per ogni singolo individuo che frequenta la rete. Tant’è vero che una insegnante di Harvard, di cultura liberale quale è appunto la Zuboff, alla fine della sua disamina arriva alla conclusione, riferendosi alle cinque sorelle che controllano il mercato digitale: “sanno troppo per essere libere”.

Contemporaneamente, rispetto al dominio incontrollato di questi interessi privati, ormai in grado di interferire con la psiche di miliardi di abitanti del pianeta, si contrappongono poteri statuali come Cina e Russia, ma anche la Casa Bianca di Trump, che tendono a sostituirsi al protagonismo delle compagnie della Silicon Valley con proprie infrastrutture e saperi: sono i cosiddetti algoritmo-nazione, ossia sistemi geopolitici che si identificano proprio per il controllo esclusivo delle nuove psicotecnologie.

Proprio in queste ore, con l’escalation di tensione fra USA e Iran, al centro dell’attenzione non ci sono i rispettivi arsenali nucleari o le truppe speciali ma le batterie di bot e di malaware che possono duramente colpire i rispettivi apparati amministrativi e sociali. Uno stato ormai si qualifica per il proprio potenziale tecnologico in rete.

In questa tenaglia geotecnologica globale arriva, come Mary Poppins, la ministra Pisano, che con una sua escalation – grazie alla consulenza di un tavolo di esperti in cui campeggiano avvocati e ingegneri consulenti delle stesse aziende private monopolistiche, insieme a un’azienda italiana, tale Casaleggio S.p.A. che sembra avere aderenze dirette con settori portanti del governo (oltre che un fatturato largamente dipendente dalle stesse imprese multinazionali) – incomincia ad annunciare accelerazioni sulla digitalizzazione dei servizi amministrativi nazionali e sulla convergenza fra pubblica amministrazione e attività commerciali private.

In particolare la ministra, insieme all’allegra brigata dei suoi consulenti a mezzo servizio, sembra insistere proprio sul concetto di semplificazione veloce: bisogna digitalizzare subito e con poche mosse. Ora non serve uno stratega geopolitico per intuire che in questo campo, dove i saperi e le competenze viaggiano di pari passo con le infrastrutture e le dotazioni, semplificare rapidamente significa, inevitabilmente, delegare i propri progetti a chi già fa quello che si vuole fare. 

Non a caso, da anni, la stessa Casaleggio S.p.A. quando non è occupata a riparare la propria piattaforma bucata e hackerata anche da bambini allenati a elementari videogame – come ha documentato il garante della privacy Antonello Soro – propugna il “modello estone”, ossia una pratica adottata in quella ridotta repubblica baltica (poco più di un milione di abitanti, tre quartieri di Roma) che ha affidato tutto il suo sistema di digitalizzazione a Google e Amazon. La linea, come dicono alla Casaleggio, è fare come fanno quelli che vincono in rete.

Non senza pazienza, bisognerebbe trovare il modo di attirare l’attenzione della fin troppo disponibile ministro Pisano sul fatto che un paese complesso e consistente quale l’Italia ancora è non può essere messo all’incanto digitale, appaltandone la digitalizzazione a qualche multinazionale del settore. Già l’esperienza all’agenzia digitale del vicepresidente di Amazon Diego Piacentini non ha segnato risultati indimenticabili. Ma al di là della produttività – su questo la ministra dovrebbe concentrare le sue riflessioni – c’è un nodo invalicabile: la sovranità di uno stato e il valore di una democrazia è oggi proporzionale alla piena autonomia e sovranità nella scelta ed elaborazione delle intelligenze e dell’uso dei dati che si utilizzano. Sarebbe come se, per rispondere rapidamente e semplicemente alla domanda di case o di scuole, si decidesse di lasciare mano libera a imprese immobiliari o gruppi privati. Sarebbe persino efficace in qualche caso, ma sarebbe devastante per un’idea di stato civile.

Dunque, il tema riguarda più che l’immaginifica espressione della password di stato, la più prosaica e determinante questione delle infrastrutture: di chi sarebbero i server e i database in cui si depositerebbero i dati sensibili dell’intero interscambio di relazioni fra pubblica amministrazione e cittadini? Quali i software gestionali? Quali le architetture di sicurezza, quali i modelli di profilazione e di elaborazione dei big data che si ricaverebbero? Sono queste le domande che rendono forse meno semplice e veloce la digitalizzazione del paese, ma sicuramente più affidabile e coerente con la sua identità nazionale.

A questo punto si pone il tema del ruolo pubblico. La reazione di diffidenza rispetto a un potere statale che fa quello che comunque fanno i privati ci dice che l’anima, il dna di questo mondo digitale rimane la libertà. L’informatica, spiegava nel lontano 1959 all’allora presidente Gronchi Adriano Olivetti, è sempre “una tecnologia di libertà”, perché abilita l’individuo a una propria autonomia e autogoverno. Il punto è capire come si possano riequilibrare i pesi fra la debordante potenza di pressione dei monopolisti degli algoritmi – pubblici o statali che siano – e la comunità sociale. Qui s’intravede il ruolo della politica, che non si esaurisce nel rafforzare il potere statale, ma deve disegnare e co-progettare, con le comunità di cittadini, modelli e pratiche negoziali in cui la potenza di calcolo e la gestione dei dati siano permanentemente contrattate, e dunque controllate, socialmente.

Si colgono qui una nuova idea di pubblico e una nuova idea della funzione della politica, basate sull’uso dell’etica come fattore negoziale e correttivo di ogni attività automatizzata. Come scrive Paolo Zellini nel suo saggio La dittatura del calcolo (Adelphi, Milano 2018)

gli algoritmi non fanno che estendere le funzioni rituali di controllo e di ripartizione dei numeri in modi che possono diventare inaccessibili, autoritari e categorici.

Dunque, non è la proprietà dell’algoritmo – sia essa privata o statale – che risolve questo pericolo autoritario, quanto la natura dialettica e negoziale della loro applicazione, che rende il processo d’automatizzazione una via di liberazione e non di dominio dell’uomo sull’uomo.

In questa direzione, proprio in questi giorni, si sono manifestate numerose occasioni ed esperienze per rendere gli algoritmi trasparenti, condivisibili e negoziabili. Si pensi a quanto accade a Londra, dove l’amministrazione ha inibito il servizio di Uber in mancanza di una condivisione della piattaforma e di un accesso pubblico ai dati. Lo stesso è accaduto a Parigi, Amsterdam, Anversa e altre città europee nei confronti di AirBnB.

Qualcosa si muove anche in Italia. A Milano e Napoli la Cgil sta attivando tavoli di confronto con le amministrazioni comunali per chiedere un piano regolatore delle connettività e delle intelligenze, in vista del 5g. Oppure l’Ordine dei giornalisti sta allestendo un centro di ricerca sull’etica del calcolo per innestare pratiche negoziali sull’automatizzazione editoriale.

Sono segnali deboli, direbbe Marshall McLuhan, che danno però il senso di una maturazione, forse non così semplice come pensa la ministra Pisano, ma sicuramente con un respiro e un’ambizione adeguata alla dimensione del fenomeno. Su questo sarebbe forse utile che il governo attivasse procedure meno improvvisate. Magari una cabina di regia che insieme al ministero dell’innovazione vedesse a discutere il nuovo ministero della ricerca e università, e il ministero delle regioni, e quello delle infrastrutture, potrebbe aiutare a dare a questa politica la certezza di essere architrave e non orpello di una legislatura.

“Password di stato”. Le scorciatoie digitali di Mary Poppins ultima modifica: 2020-01-05T13:57:21+01:00 da MICHELE MEZZA

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4 commenti

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Igino Addari 6 Gennaio 2020 a 12:14

Questo articolo mi sembra il solito italico artificio paladino del non fare. Una strategia sempre perseguita in Italia, dai soloni di turno, richiedendo tavoli allargati e una pianificazione che latita colpevolmente da quando Clinton annunciava la realizzazione delle autostrade digitali. E di tempo ne abbiamo avuto e ne abbiamo perso con mezzi di comunicazione, RAI in primis, che ignoravano l’evoluzione tecnologica.
Sarebbe il caso che chi come lei e’ stato testimone e cronista di questo italico ritardo, guardasse un nuovo modo di operare con maggiore attenzione, curiosita’ e meno saccentismo di chi, ora, sa cosa fare. Ben dovendo ammettere, pero’, che il proprio operato dal 1980 ad oggi ha contribuito a far precipitare l’Italia al 29° posto nella classifica dei paesi piu’ innovativi, dopo la Spagna e prima di Cipro (Fonte:Global Innovation Index).

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Michele Mezza 6 Gennaio 2020 a 14:22

Confermo che si debba usare meno saccentismo quando si legge un testo, tanto più se non se ne maneggia la materia.Nel 2020, cioè a cinquant’anni dall’avvio di Internet, non si tratta di essere indulgenti con chi fa, ma con chi fa bene. Nel mio testo mi limito a criticare concretamente le scelte del ministro che prevedono di appaltare le infrastrutture più sensibili di una pubblica amministrazione, che sono i server e le memorie, mentre la procedura banale di unificare le password è solo una ridondanza rispetto allo Spid, che lei sicuramente saprà dettagliatamente come funziona. Dunque, non si tratta di nessun saccentismo, ma di una circostanziata critica che può non essere condivisa ma non può essere dileggiata, soprattutto con saccente estraneità alla materia.

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Enrico Alletto 6 Gennaio 2020 a 15:05

Dottor Mezza, a proposito di “appaltare le infrastrutture più sensibili di una pubblica amministrazione”, la ministra Pisano ha ritrattato quanto dichiarato recentemente riguardo alla necessità di dotarsi di un cloud italiano? Vedi per esempio https://www.corrierecomunicazioni.it/digital-economy/pisano-serve-un-cloud-italiano-contro-i-rischi-geopolitici/

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Michele Mezza 6 Gennaio 2020 a 18:37

Leggendo la sequenza delle affermazioni della ministra, si ricava che mentre rispondeva – come lei ha fatto giustamente notare – a una precisa interrogazione in sede di commissione parlamentare, accennava, perché solo di un accenno si è trattato, all’eventualità di un cloud nazionale (ma i server?). Senza peraltro dare seguito nelle settimane successive a tale accenno, quando poi si e trattato di procedere a progetti e delibere strategiche, ben si è guardata dal convocare la cabina di regia ma ha ritenuto di procedere con i suoi consulenti personali, fra cui tal Casaleggio S.p.A., senza più riferirsi all’impegno del cloud nazionale ma facendo vari richiami a una collaborazione con Amazon. Dunque non mi pare che debba essere io a documentarmi.

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