A proposito del dialogo Landini-D’Alema. Un saggio di Gilberto Seravalli [II]

La rivista “Italianieuropei” ha pubblicato lo scorso gennaio: “L’orizzonte del lavoro. Dialogo tra Maurizio Landini e Massimo D’Alema”. Questa è la seconda parte di un saggio che a partire dal confronto tra il segretario della Cgil e l’ex presidente del consiglio riflette sulla distribuzione del reddito e coesione sociale.
scritto da GILBERTO SERAVALLI
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PRIMA PARTE DEL SAGGIO

La rivista Italianieuropei (28 gennaio 2020) ha pubblicato: L’orizzonte del lavoro. Dialogo tra Maurizio Landini e Massimo D’Alema. Questa è la SECONDA PARTE di un saggio che a partire dal dialogo Landini-D’Alema riflette sulla distribuzione del reddito e coesione sociale.

La diseguaglianza tra i lavoratori

Nella prima parte di queste note già pubblicata si è ragionato sulla giustificazione di cambiamenti nella divisione del prodotto nazionale tra redditi da lavoro e altri: per l’uso del capitale, profitti, rendite. Nel seguito si dirà, per abbreviare, ripartizione salari-profitti. Ma si è evitato di usare un criterio a priori di giustizia sociale, sul quale sarebbe arduo mettersi d’accordo. Si è guardato piuttosto ai risultati. Se la quota salari aumenta e aumenta anche la produttività non è difficile giustificare l’esistente divisione del prodotto sociale; un poco più difficile se tale quota diminuisce, ancora di più se la produttività diminuisce, e peggio se si riduce e la quota salari e la produttività, come è avvenuto in Italia dal 2003 al 2020. In questo caso si potrebbe dire che chi controlla i mezzi di produzione, non ha usato le accresciute risorse per incrementare la produttività potenzialmente a vantaggio di tutti, di qui la mancanza di giustificazione.

E tuttavia questo è solo un primo accostamento al tema della diseguaglianza. Che cosa dire di fronte a un aumento della diseguaglianza tra i lavoratori anche dove sono cresciute produttività e quota salari? Qui un criterio a priori sarebbe ancor meno proponibile. Conviene piuttosto ragionare in termini di domanda e offerta di politiche egualitarie (riduzione del prelievo fiscale sul lavoro, minimi salariali, assicurazioni per malattie, infortuni, disoccupazione, stabilità dei rapporti di lavoro, sostegno dell’azione sindacale, in generale al potere contrattuale dei lavoratori, infrastrutture e servizi per l’istruzione e la formazione professionale, la sanità e i trasporti). Una scarsa giustificazione delle diseguaglianze tra i lavoratori potrebbe discendere da forte domanda e debole offerta di queste politiche, e viceversa. 

Esaminiamo in primo luogo entità e andamento della diseguaglianza

A questo scopo occorre individuare una misura adeguata scegliendo per esempio tra i “classici” indici di Corrado Gini (1912) e Carlo Emilio Bonferroni (1930), di “entropia” (Henri Theil 1967) come la deviazione logaritmica media (MLD), di Antony Barnes Atkinson (1970), di Michele Zenga (2007). Tutti assumono valore zero in condizioni di perfetta eguaglianza; e tuttavia, calcolati con gli stessi dati, ciascuno fornisce una diversa misura della diseguaglianza, come si vede usando – per esempio – i dati dell’esercizio di Zenga (Applications of a new inequality curve and inequality index based on ratios between lower and upper arithmetic means, Bulletin of the International Statistical Institute, LXII, 2007). Essi attribuiscono inoltre diversi pesi alla diseguaglianza riferita alle singole classi di reddito, come si vede nella figura 1 per gli indici Gini, Bonferroni, MLD, Zenga.


Figura 1. Andamento delle componenti della diseguaglianza (pro capite divisa la media) per classi di reddito la cui somma fornisce il valore dell’indice: 0,45 per Gini; 0,35 per MLD; 0,33 per Bonferroni; 0,6 per Zenga. Fonte: Elaborazioni su dati Zenga (2007).

Nell’indice Gini contano le diseguaglianze delle classi medio-alte. Al contrario contano quelle delle classi povere negli indici Bonferroni e ancor di più MLD. Nell’indice Zenga contano entrambe. Evidentemente ciascuno è costruito sulla base di una specifica idea sulla natura della “perdita” che esso misura rispetto alla perfetta eguaglianza.

La sociologia contemporanea (si veda per esempio Dan Allman: The Sociology of Social Inclusion, Sage Open, January-March 2013, pp. 1–16) rileva una “tensione” nelle società contemporanee

tra una gerarchica di […] identità sociali […] e le sfide intrinseche insite in un’iniqua divisione delle risorse (p. 10).

Si potrebbe allora assumere che il teorico massimo benessere collettivo sia nell’uguaglianza perché essa eviterebbe ogni tensione mancando qualunque gerarchia: indice pari a zero. Mentre sarebbe massimo nel caso di estrema gerarchia: una persona sola in possesso di tutte le risorse. Il peso delle componenti di diseguaglianza per classi di reddito indicherebbe allora il vantaggio collettivo in termini di riduzione delle tensioni sociali che si avrebbe con politiche egualitarie. 

Consideriamo gli indici MLD e Bonferroni, dove alla diseguaglianza dei meno abbienti viene data la maggiore importanza. L’idea è che per un maggiore vantaggio collettivo andrebbe rivista la distribuzione del reddito a favore degli ultimi e penultimi mentre servirebbe a poco ridurre le diseguaglianze tra i ricchi (in MLD anche tra molta parte delle classi intermedie). L’idea implicita nell’indice Gini è opposta. A parte un’attenzione agli ultimissimi, si dovrebbe agire a vantaggio dei meno favoriti all’interno delle classi medio-alte. Sono due modi assai diversi di concepire le tensioni sociali. Per le idee implicite negli indici MLD e Bonferroni tali rischi vengono dal disagio delle classi povere, nel caso dell’indice Gini dalla insoddisfazione che tormenta le classi medio-alte.

Le componenti dell’indice Zenga hanno livelli e andamenti ancora differenti, con un’importanza delle diseguaglianze piuttosto elevata in tutti i casi essendo calcolate come distanza dei redditi di ciascuno dalla media dei redditi più alti dei suoi e non dalla media di tutti i redditi come negli altri indici. Secondo letture convincenti della realtà contemporanea, questa idea potrebbe fondarsi sulla peculiare tensione del “postmoderno”: una generale contraddizione tra multiforme stratificazione sociale e

meritocrazia, per la quale chiunque […] abbia voglia e ambizione può avere successo […]; il che […] rappresenta un processo di deprivazione relativa» (ibidem); ovvero la continua percezione che “gli altri” si identificano mediante il di più che hanno in rapporto a noi (Stuart Hall: Who needs “Identity”? in P. Gay, J. Evans, P. Redman “Identity: a Reader”, Sage 2000, pp. 15-30). 

In definitiva l’indice Zenga sembra preferibile perché più aderente all’attuale condizione sociale. Negli altri indici le politiche egualitarie deriverebbero da una “funzione di benessere collettivo” assunta dal “centro governativo” preoccupato delle tensioni sociali; per Zenga invece come domanda dal basso proveniente dalla diffusa “deprivazione relativa” alla quale il “centro governativo” è chiamato a rispondere potendo decidere di farlo o non farlo a seconda del consenso che politiche egualitarie troveranno presso gli elettori.

Consideriamo infine gli indici Atkinson, il cui valore aumenta al crescere di un parametro (e); e aumenta il peso della diseguaglianza dei meno abbienti.

La questione riguarda la scelta del parametro e […]. Con e più alto diamo maggior peso a una redistribuzione a favore dei meno abbienti nelle classi inferiori e meno nelle classi superiori» (Atkinson 1970, cit. p. 257). Infatti nella impostazione di Atkinson e di tutti gli esercizi che l’hanno applicata, il parametro e deve essere assunto a priori, ed è perciò sempre “in questione”. 

Tuttavia si può fare anche un’altra operazione e cioè ricavare il parametro e usando l’indice Zenga; ossia calcolandolo in riferimento all’indice Atkinson che abbia il profilo dei pesi per classi di reddito più correlato al profilo Zenga. Si avranno così due indicatori, uno di livello della diseguaglianza (Zenga) e l’altro di penalizzazione dei redditi minori come parametro dell’indice Atkinson più aderente al profilo dei pesi dell’indice Zenga. Si potranno perciò classificare i diversi paesi secondo una griglia che incrocia diseguaglianza e penalizzazione dei redditi minori. E si potrà associare al grado di diseguaglianza (Zenga) una corrispondente intensità della domanda diffusa per politiche egualitarie e alla penalizzazione dei redditi minori una loro domanda specifica. 

Con lo strumento di analisi individuato possiamo esaminare che cosa sia successo alla distribuzione dei redditi da lavoro in alcuni principali paesi europei dal 2004 al 2017. 


Figura 2. Indici di diseguaglianza Zenga dei redditi da lavoro accompagnati dai parametri e di Atkinson 2004 e 2018. Fonte: Elaborazioni su dati ILO.

La diseguaglianza 2018 è minima in Francia e massima negli Stati Uniti. In Italia è medio-bassa, come in Svezia, Spagna e Olanda. È decisamente maggiore in Germania e soprattutto nel Regno Unito. Dal 2004 al 2018 è aumentata in tutti i paesi, ad eccezione della Svezia. La diseguaglianza nell’ambito dei lavoratori poveri (parametro e) è opposta: massima in Francia (e anche un poco aumentata dal 2004), in esatta opposizione alla diseguaglianza generale che è minima. È molto alta anche in Italia, anche se diminuita; minima negli Stati Uniti che hanno la massima diseguaglianza generale. La più forte riduzione dal 2004 si è avuta in Olanda e in Italia. In linea di massima si può così dire che dove la “deprivazione relativa “ dei lavoratori è mediamente contenuta non lo è nella fascia dei redditi da lavoro bassi, che peraltro sono relativamente favoriti dove la deprivazione media è alta. 

La conseguente domanda di politiche egualitarie per il lavoro rischia così, se non trova una adeguata offerta, di complicare le cose anche nei paesi in cui è aumentata produttività e quota salari (Olanda , Svezia, Francia); in Francia soprattutto come domanda specifica dei lavoratori poveri. Più complicata ancora è la situazione dove la produttività è aumentata ma diminuita la quota salari (Spagna, Germania, Regno Unito, Stati Uniti), qui come domanda di politiche egualitarie diffuse specie nella fascia media. In Italia, dove è diminuita sia la produttività che la quota salari, tale domanda è invece minore e quindi ne viene un sollievo di fronte alla difficile giustificazione della diseguaglianza profitti-salari.

Esaminiamo ora l’offerta di politiche egualitarie

Sembra sostenibile che in regime di governo della maggioranza il consenso verso azioni pro-egualitarie sia destinato a essere tanto minore quanto più è polarizzata la società. (Jorge Alcalde-Unzu, Marc Vorsatz: Measuring the cohesiveness of preferences: an axiomatic analysis; Social Choice and Welfare, 2013, 41, 4, pp: 965-988); intendendo per polarizzazione il vuoto relativo nella zona centrale della distribuzione dei redditi. Questo “teorema” dice in sostanza che la fascia dei benestanti non vota a favore di tali politiche perché è distante da quella dei meno fortunati, al contrario della fascia intermedia che teme di cadervi. 

Si potrebbe perciò immaginare che la forza del dissenso verso queste politiche sia legato al ridotto peso del reddito appartenente al 50% più povero della popolazione favorevole a maggiore egualitarismo, e il consenso a un peso maggiore. Queste quote sono presentate nella figura 2 dove i paesi sono, dal basso all’alto, in ordine crescente di quote percentuali del reddito appartenente al 50% della popolazione ordinata dalla persona più povera alla più ricca. La quota è minima negli Stati Uniti dove il 50% meno abbiente della popolazione dispone solo del 19% del reddito nazionale; massima in Olanda, Svezia e Francia dove dispone di circa il 31%. In Italia la quota è del 27,5%, modesta in ambito europeo. Sono riportate anche le variazioni dal 2004 al 2018 (barre più scure), e si vede che negli Stati Uniti questa quota non solo è bassa ma è anche diminuita. Essa è diminuita, del resto, in tutti i paesi considerati, eccetto che in Gran Bretagna dove è aumentata e in Francia dove è rimasta costante. Con queste eccezioni si può quindi dire che la crisi economica ha penalizzato soprattutto i redditi medio-bassi, eccetto che in Gran Bretagna e in Francia. In Italia tale la loro perdita è stata contenuta. Ma la quota del loro reddito sul totale nazionale era già bassa nel 2004 e l’Italia non ha cambiato posto in questo ordinamento per quote crescenti di reddito del 50% più povero della popolazione.


Figura 2. Percentuali sul reddito nazionale posseduto dal 50% meno abbiente della popolazione nel nel 2018 e differenze proporzionali 2018-2004. Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat e U.S. Bureau of Census.

Derivando, come si è detto, da questi dati dissenso e consenso alle politiche egualitarie, il consenso appare minimo negli Stati Uniti e aumentato dal 2004 al 2018, essendo minime e ancora diminuite le quote del reddito del 50% più povero della popolazione favorevole a tali politiche. Il consenso sarebbe invece alto o medio-alto in Svezia, Germania e Olanda ma in diminuzione. In Italia sarebbe medio-basso come nel Regno Unito dove però aumenta; medio in Francia (costante) e in Spagna, qui in aumento.

Si consideri ora l’insieme dei risultati ottenuti, compresi quelli della prima parte di queste note.

La colonna della “Inquietudine sociale” è compilata tirando le somme delle colonne precedenti. Si è scritto “minima” per Olanda e Svezia in quanto è notevole la giustificazione delle diseguaglianze vista la crescita della produttività e della quota salari, buono il consenso per politiche egualitarie la cui domanda è media o se è alta si riduce. Si è scritto “presente tra i lavoratori poveri” per la Francia che, rispetto a Olanda e Svezia, vede una domanda alta di politiche egualitarie da parte dei lavoratori delle fasce di reddito inferiori. Per Spagna e Germania si è scritto “modesta ma in aumento” perché la quota salari si riduce mentre la domanda per politiche egualitarie è consistente o alta di fronte a un calante consenso. Si è scritto “sensibile” per l’Italia dove cala produttività e quota salari, non è alto il consenso per politiche egualitarie la cui domanda è però in riduzione anche se alta quella specifica dei lavoratori poveri. Si è scritto “notevole nelle classi medie” negli Stati Uniti dove è elevata la domanda di politiche egualitarie della fascia centrale dei lavoratori e basso il consenso per attuarle, in ulteriore riduzione. Infine nel Regno Unito l’inquietudine sociale appare sensibile, ma in riduzione per l’aumento della domanda di politiche egualitarie diffuse e medio-basso il loro consenso anche se in aumento.

Il risultato ottenuto per gli Stati Uniti (inquietudine sociale notevole nelle classi medie) appare coerente con le tesi diffuse sulle ragioni dell’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca. Il suo inaspettato successo è spiegato attribuendo alla politica tradizionale una sottovalutazione delle “preoccupazioni della classe operaia bianca per il proprio declino nella gerarchia sociale” e l’apprezzamento per chi è apparso valorizzarne la “statura morale […] come Americani che lavorano duro e sono vittime della globalizzazione; dando voce alla sua arrabbiatura contro “la gente che sta sopra” (Michèle Lamont, Bo Yun Park, Elena Ayala-Hurtado: Trump’s electoral speeches and his appeal to the American white working class; The British Journal of Sociology, 2017 Volume 68, S1, p. 153). Un appesantimento della polarizzazione nella società americana, con il declino della fascia centrale, avrebbe cioè rotto i suoi equilibri, che si fondavano sulla fiducia delle classi medie e popolari nel supporto che avevano sempre avuto da parte della classe dirigente. Con la perdita della loro centralità avrebbero perso non solo mezzi e risorse ma anche la speranza di futuri recuperi. La polarizzazione, insomma, sarebbe stata percepita come capace di alimentare se stessa, di qui frustrazione e “arrabbiatura”.

La figura 3 riporta per gli Stati Uniti le curve interpolanti delle quote di popolazione (asse verticale) in relazione al loro reddito individuale rapportato al reddito pro capite medio (asse orizzontale). La polarizzazione è chiara nelle curve “a sella”, una forma dovuta alle modeste quote di popolazione con redditi da medio-bassi a medio-alti. 


Figura 3. Stati Uniti 2004 e 2018: quote di popolazione per livelli del reddito individuale diviso il reddito medo, curve interpolanti. (Per esempio nel 2018 le persone con redditi intorno al 50% del reddito medio sono circa il 4%, il 2% quelli che hanno un reddito medio, il 10% ha un reddito pari a 2,2 volte quello medio). Fonte: Elaborazioni su dati U.S. Census Bureau

Dal 2004 al 2018 la curva si è spostata. La fascia della popolazione con redditi pro capite da 0,8 a 1,8 volte il reddito medio, si è divisa in due. La sua parte superiore, con redditi da 1,35 a 1,8 volte il reddito medio ha perso consistenza, passata – per così dire – nella parte inferiore (da 0,8 a 1,35 volte il reddito medio) il cui peso è aumentato. Ma i due movimenti non si sono compensati, e nel complesso il peso della fascia intermedia è calato dal 30% nel 2004 al 27% nel 2018. Si noti che questi dati si hanno considerando solo il peso relativo sulla popolazione. Se si tenesse conto anche del reddito la perdita delle classi medie apparirebbe ancora maggiore essendo 51% il loro peso nel 2004 e 42% nel 2018. 

Se ci fosse lo spazio per esaminare simili grafici per i paesi europei si vedrebbe che la “sella” non è altrettanto evidente, anzi la curva ha piuttosto un tratto intermedio quasi orizzontale dopo quello crescente a sinistra e prima di un altro crescente a destra. In altri termini, la classe media è messa molto meglio in Europa di quanto non lo sia negli Stati Uniti. Questo ha indotto molti a dubitare di una spiegazione che fa risalire alle difficoltà della classe media la crescita del populismo in generale nei paesi occidentali. Altri si sono spinti ad affermare che tale crescita ha poco a che fare con la distribuzione del reddito [Brian Nolan (Università di Oxford), Why we can’t just blame rising inequality for the growth of populism around the world; https://theconversation.com]. 

Consideriamo i voti ottenuti dai partiti populisti nei paesi europei secondo i dati http://www.popu-list.org: Alternative für Deutschland (Germania), Front national e La France Insoumise (Francia), United Kingdom Independence Party (Regno Unito), Lega Nord e Movimento 5 stelle (Italia), Lijst Pim Fortuyn, Partij voor de Vrijheid (Olanda), Sverigedemokraterna (Svezia), Vox (Spagna).

Nella figura seguente sono in evidenza i forti incrementi dei voti per questi partiti in Italia, Regno Unito e Francia in quest’ordine, piuttosto superiori alla “inquietudine sociale” trovata. A livelli più bassi ma comunque crescenti di consenso ai partiti populisti si collocano Spagna e Germania in quest’ordine, qui invece d’accordo con i nostri risultati. In Olanda e Svezia, infine, pure d’accordo con l’inquietudine sociale trovata, il successo elettorale dei partiti populisti, che un poco era cresciuto, si riduce negli anni recenti. 


Figura 4. Andamenti tendenziali delle percentuali di voti ottenuti alle elezioni dai partiti populisti, stato e andamento della “inquietudine sociale” (is). Fonte: Elaborazioni su dati http://www.popu-list.org e altre già indicate in precedenza.

Quello che si ottiene sembra notevole. La crescita elettorale dei partiti populisti risponde a una pluralità complessa di ragioni, eppure emerge che la distribuzione salari-profitti, l’andamento della produttività, la diseguaglianza tra i lavoratori, domanda e offerta di politiche egualitarie permettono di spiegarla abbastanza bene con le eccezioni di Italia, Regno Unito e Francia; in definitiva per cinque paesi (compresi gli Stati Uniti) su otto.

Se dunque negli Stati Uniti l’ascesa di Trump deve probabilmente molto al declino della classe media che dura da almeno tre decenni, in Europa dove tale declino non si è avuto o è stato molto minore, le diseguaglianze nella distribuzione del reddito e dei salari sembra abbiano comunque pesato nel favorire la crescita dei populismi, assieme evidentemente ad altre ragioni. Resta dunque probabilmente vero quanto scriveva Nat O’Connor nel 2017:

I fattori non economici spiegano molti aspetti del populismo […]. Ma la diseguaglianza economica aiuta a spiegare la crescita del populismo e non può essere lasciata da parte in nessuna analisi che voglia essere completa (Three Connections between Rising Economic Inequality and the Rise of Populism; Irish Studies in International Affairs, 28, p. 29).

L’aver scoperto, poi, che tale spiegazione economica in Italia sembra tenere solo parzialmente (come nel Regno Unito e in Francia) potrebbe essere di qualche valore. Potrebbe aiutare a indentificare meglio il terreno del conflitto politico-sociale che è anche economico, ma specialmente culturale. 

A proposito del dialogo Landini-D’Alema. Un saggio di Gilberto Seravalli [II] ultima modifica: 2020-03-08T17:47:29+01:00 da GILBERTO SERAVALLI

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