Le mire di annessione di Bibi e il silenzio arabo

Entra in carica il nuovo governo israeliano, all’insegna dell’unità nazionale per combattere la pandemia ma in realtà, nelle intenzioni di Netanyahu, di procedere all’annessione di territori palestinesi. Con il beneplacito dei leader arabi.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Trentasei ministri e sedici vice. Un governo ipertrofico. Un numero record di poltrone nella storia della democrazia israeliana. Un esecutivo di unità nazionale (alla Knesset 73 voti a favore, 47 contro). Nato – a dire dei protagonisti dell’operazione politica – per contrastare l’emergenza Covid. Questo pensa e dice soprattutto Benny Gantz, il generale che avrebbe dovuto sconfiggere Benjamin Netanyahu e che da Bibi è stato fatto prigioniero, in un esecutivo che ha ben altro disegno che la gestione dell’emergenza virale. Il disegno di Bibi, nei diciotto mesi in cui sarà lui a governare prima di consegnare (ma lo farà davvero?) la staffetta della premiership a Gantz, è estendere la sovranità israeliana sulla Valle del Giordano e gli insediamenti ebraici nella Cisgiordania palestinese occupata da Israele nel 1967. Le restanti porzioni, i centri abitati palestinesi o poco più, resteranno sotto la legge militare israeliana.

Il piano prevede l’annessione delle colonie israeliane nei territori palestinesi della Cisgiordania, inclusa la Valle del Giordano, il confine orientale di quello che avrebbe dovuto essere il futuro Stato palestinese. Bibi aveva promesso di annetterle subito, una volta eletto. Gli abitanti delle colonie (500.000 in Cisgiordania e 250.000 a Gerusalemme Est) hanno subito risposto all’appello riversandosi nei seggi.

Per la prima volta in 53 anni di occupazione, un piano di annessione di Territori palestinesi occupati diviene in modo esplicito parte del programma di un governo israeliano,

dichiara a ytali Saeb Erekat, storico capo negoziatore palestinese, oggi segretario generale dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina). E aggiunge:

L’applicazione di questo piano infligge un colpo mortale al dialogo e alla ripresa di un negoziato di pace, distrugge definitivamente la soluzione a due Stati e rappresenta una minaccia per la sicurezza e la stabilità in Medio Oriente. 

Il suggello ufficiale di Washington è venuto dal segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, recentemente in visita in Israele:

Saranno gli israeliani a prendere queste decisioni. È una decisione israeliana, lavoreremo strettamente con loro per condividere le nostre opinioni in un ambito privato. 

Per decenni, i leader arabi e musulmani hanno affermato che qualsiasi accordo con Israele avrebbe dovuto contemplare un ritiro delle forze israeliane dai Territori palestinesi, e l’istituzione di uno stato palestinese indipendente con Gerusalemme est come capitale. Ma gli stessi leader arabi che, a parole, continuano a sostenere questa linea, fuori dall’ufficialità non mancano di manifestare la loro irritazione verso la chiusura della dirigenza palestinese a scendere a compromessi su questi punti. Una chiusura che ha impedito, o comunque rallentato, la volontà di quei leader a rafforzare i legami con Israele, vuoi per affari, vuoi, vedi l’Arabia Saudita e le monarchie sunnite del Golfo, in funzione di un contenimento dell’espansionismo iraniano e sciita sulla direttrice Damasco-Baghdad-Beirut. E Gaza.

I regnanti sauditi come i petromonarchi del Golfo hanno fatto pressioni sui leader palestinesi perché accettassero il piano Trump come base per nuovi colloqui con Israele, una mossa che li avrebbe costretti a fare concessioni significative, come l’annessione israeliana della Valle del Giordano.

Perfino l’Arabia Saudita, forse il più importante sostenitore del mondo arabo degli appelli palestinesi per uno Stato indipendente, ha esortato i palestinesi ad accettare il piano Usa come base per nuovi colloqui con Israele. Alcuni leader del Medio Oriente hanno espresso preoccupazione per i piani di Israele di annettere immediatamente la Valle del Giordano, a cominciare da re Abdullah II di Giordania, direttamente investito dalle ricadute sulla fragile stabilità del regno hashemita dei propositi annessionistici di Gerusalemme, ma non sono stati presi provvedimenti per contrastare la mossa.

In un’intervista a Der Spiegel, re Abdullah II ha avvertito:

se Israele annettesse davvero la Cisgiordania a luglio, ciò porterebbe a un conflitto enorme con il Regno hascemita di Giordania,

aggiungendo che non era il momento giusto per discutere una soluzione a uno stato al conflitto israelo-palestinese, a cui l’annessione potrebbe portare, e invitando i paesi della regione a lavorare insieme contro il Coronavirus. Ma Amman sa bene che se quel piano verrà accantonato, cosa improbabile, o almeno rinviato nel tempo, come vorrebbe Gantz, attualmente ministro degli esteri, la partita si giocherà essenzialmente sull’asse Washington-Gerusalemme-Riyadh, allargata al massimo al Cairo. 

Il re saudita Salman bin Abdulaziz Al Saud, ad esempio, ha chiamato il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas per offrire solidarietà, ma il suo governo ha spinto nuovamente il leader palestinese ad accettare il piano degli Stati Uniti come base per i colloqui con Israele.

Peraltro, come riferito da ytali, tre paesi del Golfo sono impegnati in forma di collaborazione con il sistema sanitario israeliano, con richieste di assistenza in particolare sul fronte della telemedicina avanzata per la lotta al coronavirus. Rappresentanti del Barhein e degli Emirati arabi sono in costante rapporto con un importante centro ospedaliero, lo Sheba Medical Center, una relazione iniziata già prima dello scoppio dell’epidemia. Lo scorso marzo un membro di alto rango della famiglia reale degli emirati ha visitato privatamente l’ospedale Ramat Gan, rimanendo poi in contatto con la struttura sanitaria. Anche il Kuwait è in contatto con lo Sheba.

Il tono modificato nelle capitali arabe è un riflesso delle mutevoli relazioni nella regione, dove le nazioni ufficialmente in guerra con Israele stanno rafforzando i legami con le sue compagnie e figure di spicco. Mbs ha elogiato pubblicamente Israele e ha minimizzato privatamente l’importanza della questione palestinese, hanno rivelato fonti diplomatiche della regione. Dire un “no” diretto all’amministrazione americana ha conseguenze che molti stati arabi non sono disposti a sopportare. Ed è indicativo che le prese di posizioni più dure contro la “Truffa del secolo” siano venuti dai leader di paesi non arabi, ma con velleità di potenza regionale: la Turchia e l’Iran.

È indubbio – osserva il professor Nabil el-Fattah, già direttore del Centro di Studi Strategici di Al-Ahram (Il Cairo) – che da tempo non c’è leader arabo o musulmano che non abbia cercato di gestire in proprio la vicenda palestinese, inserendola all’interno dei propri disegni di potenza. Oggi Trump si fa forte della debolezza della leadership palestinese per forzare con il suo Piano.

Resta il fatto che non solo le monarchie del Golfo ma anche un paese sunnita centrale in Medio Oriente, l’Egitto del presidente-generale Abdel Fattah al-Sisi, non abbiano cavalcato la retorica dell’indignazione anti-americana, e anti-israeliana, che in altri tempi aveva funzionato come fondamentale collante interno. Ma i tempi sono cambiati. E l’indignazione lascia il campo agli affari e a nuove alleanze. Con buona pace della “causa palestinese”.

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Le mire di annessione di Bibi e il silenzio arabo ultima modifica: 2020-05-18T17:58:15+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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