Il bivio del nostro tempo

In “Bergoglio o barbarie”, da poco nelle librerie, Riccardo Cristiano ci propone una riflessione ragionata e “parziale”, partecipe e attenta, su quello che chiama “il bivio del nostro tempo”.
scritto da MARCO IMPAGLIAZZO

È nelle librerie, per la casa editrice Castelvecchi, Bergoglio o barbarie. Francesco davanti al disordine mondiale di Riccardo Cristiano. Pubblichiamo la prefazione al volume di Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ringraziando la casa editrice.

Riccardo Cristiano, amico, giornalista, attento osservatore del mondo mediterraneo, vicino a cristiani abitati dal sogno della coabitazione, e oggi affascinato da papa Francesco, ci propone una riflessione ragionata e “parziale”, partecipe e attenta, su quello che chiama “il bivio del nostro tempo”:

È questo il bivio dell’oggi, da una parte un uomo vestito di bianco che parla a tutti della civiltà del pluralismo, del vivere insieme; dall’altra i cantori delle barbarie post-moderne, nelle quali le asce sono sostituite da radar, o da iPhone. 

Bergoglio o barbarie. È la versione aggiornata di “socialismo o barbarie”, espressione usata da Rosa Luxemburg per avvertire che, al momento del crollo del capitalismo, si sarebbe dovuto scegliere tra l’anarchia e la costruzione di una nuova società. Socialista, ovviamente. Ora, il capitalismo non è crollato, ma tutta un’epoca, con le sue ideologie, i suoi punti di riferimento, blocchi, legami, i suoi “tre” mondi, è stata spazzata via dalla globalizzazione, dalla liquidità del presente, dal nuovo disordine mondiale. Non c’è più l’antico “regime”, ma non ce n’è ancora uno nuovo: il mondo non ha più un centro, occorre far sì che il pianeta non precipiti nella barbarie. 

Al giovane Riccardo di qualche decennio fa lo slogan della rivoluzionaria polacco-tedesca piaceva. Quella dicotomia – scrive – “ci esaltava, dandoci una certezza identitaria accettabile a tutti: in “socialismo o barbari” sentivo e sentivamo una verità: avevamo il compito di cambiare la storia». Il maturo Riccardo dei nostri giorni sa bene quanto illusorio fosse il movimentismo del passato. E si chiede giustamente, “L’abbiamo cambiata? [la storia] E come?”. Sente tuttavia come l’opposizione di quei due termini antitetici vada rivista, senz’altro, ma non cancellata; vada riletta alla luce del presente, ma non archiviata nei sotterranei della rassegnazione. Perché è ancora il momento di scegliere: fra una civiltà dei muri e dei porti chiusi da una parte, e quella civiltà dei ponti di cui il pontifex, il pontefice, facitore di passaggi, è il massimo annunciatore e rappresentante. 

Del resto, non vogliamo andare all’indietro fino alla Luxemburg? Prendiamo – e facciamo nostra – una frase di Martin Luther King: “Dovremo imparare a vivere come fratelli, o perire come dei folli”. Ancora un bivio, tra ragione e follia, tra fraternità e autodistruzione. 

Per Riccardo c’è una scelta che va compiuta ogni giorno, in questo “cambiamento d’epoca” che caratterizza l’inizio di millennio. È la scelta tra bene e male, che è sempre stata il compito dell’uomo, credente o no: “Lume v’è dato a bene e a malizia”, canta il poeta. 

Ma forse l’attualità impone una scelta tanto più drammatica, e senza sfumature, in quanto la nostra è la stagione “dei sentieri che si biforcano”, come ha scritto un altro grande argentino, Jorge Luis Borges: “Il tempo si biforca perpetuamente verso innumerevoli futuri. In uno di questi io sono suo nemico”, dice il dottor Albert a Yu Tsun, l’uomo che è giunto per ucciderlo. Tutto sta a scegliere un altro sentiero, quello in cui non si è nemici, quello in cui non si dovrà puntare sulla morte. 

Il mondo è tentato infatti dallo scontro tra le civiltà. È l’idea che le diversità siano irriducibili. Che l’incontro con l’altro sia una trappola, il dialogo una chimera. Un carattere della nostra epoca, che ha come prodotto il fondamentalismo e il terrorismo, è la frammentazione: si disgregano le reti che tengono insieme la polis; si indeboliscono i soggetti statuali; si accentuano le divisioni tra le nazioni, tra le culture, tra i continenti. Una comunicazione senza mediazioni, soggetta all’istinto e aliena dalla riflessione induce a chiudersi, illude di poter fare da soli. 

Il magistero pontificio vive della convinzione opposta. Della consapevolezza che in un tempo di globalizzazione serve un dialogo positivo e paziente; che in un mondo più confuso occorre fare chiarezza; che alla deriva dei continenti deve rispondere una stagione di connessioni. Perché alla globalizzazione ha condotto la storia, argilla nelle mani di Dio.

Nel labirinto del presente si tratta di piegare verso la strada dell’in- contro, e non di imboccare la via dello scontro. È il compito di ogni pre- sente, in ogni labirinto. Guardiamo ai Vangeli. C’è un tempo – e quel tempo ritorna continuamente – in cui occorre scegliere tra Gesù e Barabba, tra Dio e la ricchezza:

Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. 

Il fatto è che a volte si preferisce il percorso che conduce alla tragedia. “Pilato disse:

“Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?”. […] Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: “Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?”. Quelli risposero: “Barabba!”. 

Avviene perché si è strumentalizzati, perché si ha paura, o perché ci si fa prendere dalle passioni più tristi. E allora accade che il futuro somigli pericolosamente al passato, un passato di chiusure, fortezze, fossati, campanili che si guardano in cagnesco, come se potesse tornare quel Medioevo così efficacemente descritto di Roncalli nunzio a Istanbul:

Diversità di razze, di lingua, di educazione, contrasti di un passato cosparso di tristezze, […] trattengono […] in una distanza che è scambievole, non è simpatica, spesso è sconcertante. Pare logico che ciascuno si occupi di sé, della sua tradizione familiare o nazionale, tenendosi serrato entro il cerchio limitato della propria consorteria, come è detto degli abitanti di molte città dell’epoca di ferro, dove ogni casa era una fortezza impenetrabile, e si viveva sui bastioni e sui propugnacoli.

E però, continuava il futuro Giovanni XXIII:

Miei cari fratelli e figlioli, io debbo dirvi che nella luce del Vangelo e del principio cattolico, questa è una logica falsa. Gesù è venuto ad abbattere queste barriere; egli è morto per proclamare la fraternità universale, il punto centrale del suo insegnamento è la carità, l’amore che lega tutti gli uomini a lui come al primo dei fratelli e che lega lui con noi al Padre. 

Il nostro mondo è a un bivio. In pieno disordine mondiale, nel mezzo di una “terza guerra mondiale a pezzi”, gli uomini sono alle prese con un presente “out of joint”, fuori dai cardini. Cosa fare? Occuparsi solo di sé? Vivere “sui bastioni e sui propugnacoli”? Bergoglio ha ben chiaro, e ce lo dice con franchezza, come aveva fatto il suo predecessore, che si tratta di scegliere un futuro «nella luce del Vangelo» in cui l’altro non sia il mio nemico. 

Riccardo si sofferma a lungo, nel cuore del volume, sul Documento sulla Fratellanza Umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato con il grande imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, nel febbraio del 2019. 

In effetti, in quel Documento, si sottolinea come la storia umana stia attraversando una fase particolarmente delicata:

L’estremismo religioso e nazionale e l’intolleranza hanno prodotto nel mondo, sia in Occidente sia in Oriente, ciò che potrebbe essere chiamato i segnali di una “terza guerra mondiale a pezzi”, segnali che, in varie parti del mondo e in diverse condizioni tragiche, hanno iniziato a mostrare il loro volto crudele; […] in una situazione mondiale dominata dall’incertezza, dalla delusione e dalla paura del futuro e controllata dagli interessi economici miopi.

In un tale scenario, ha detto Bergoglio il 4 febbraio 2019, nel suo discorso al Founder’s Memorial di Abu Dhabi:

Non c’è alternativa: o costruiremo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro. Le religioni, in particolare, non possono rinunciare al compito urgente di costruire ponti fra i popoli e le culture. È giunto il tempo in cui le religioni si spendano più attivamente, con coraggio e audacia, senza infingimenti, per aiutare la famiglia umana a maturare la capacità di riconciliazione, la visione di speranza e gli itinerari concreti di pace. 

Anche per il papa siamo incamminati lungo un sentiero che va biforcandosi, e i due futuri possibili sono dicotomicamente inconciliabili: “O costruiremo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro” e “costruire ponti fra i popoli e le culture” diventa un “compito urgente”. Alle religioni, proseguiva il pontefice, “forse come mai in passato, spetta, in questo delicato frangente storico, un compito non più rimandabile: contribuire attivamente a smilitarizzare il cuore dell’uomo”. 

Il papa, attento osservatore della vita dei popoli, ha detto: “Per me c’è un solo grande pericolo in questo momento, la distruzione, la guerra, l’odio fra noi”.. Pensiamo spesso ai tanti problemi dell’oggi, ma Bergoglio ne indica uno solo: la distruzione della guerra, che viene dall’odio. E c’è una sola soluzione a tutto questo, lo spirito di Assisi, cui la Comunità di sant’Egidio ha dato continuità. Tra le religioni e tra i popoli. Secondo Riccardo, il pontefice cerca di definire “una teologia dei popoli”, una “teologia dell’armonia”, che si fondi su «tre parole: pluralismo, cittadinanza, fratellanza”. Bene, parafrasando Paolo potremmo dire che – delle tre – è l’ultima parola la più importante. Su di essa l’autore di questo volume ha riflettuto più volte, ad esempio in una recensione al recente numero monografico de La Civiltà Cattolica dedicato appunto al Documento di Abu Dhabi, e ovviamente intitolato Fratellanza. In quelle pagine l’esperto vaticanista ha messo a confronto un tempo “pervaso da letture che fanno dello scontro di civiltà un’ineluttabile necessità basata sulla paura, sull’opzione militare e la difesa etnico-nazionale“; e, dall’altra parte, una visione opposta, “basata sul pluralismo e la costruzione dell’armonia“: non “un’astrazione buonista“, ma “una cultura che sfida integralismi, fanatismi e strumentalizzazioni che si sostengono vicendevolmente”. 

Francesco, allora, “primo papa del Global South”, finisce per essere, in un mondo insieme liquido e a pezzi, l’unica speranza di “tenuta”, la sola possibilità di

una nuova armonia che rispetti l’individuo, il pluralismo delle culture e del creato. È questa la sfida tra ciò che rappresenta Bergoglio e le tante, nuove barbarie. 

Francesco – venuto quasi dalla “fine del mondo” – è in effetti l’uomo dell’unità del genere umano. Perché il mondo non veda la propria fine. Colpendo lui, si colpisce il sogno dell’unità; colpendo lui, si fanno cadere i ponti, mettendo a dura prova una realtà come quella attuale, già sottoposta a continue spinte divisive, al “tiro alla fune” di chi non crede al caos, o di chi vi scommette per i propri fini. 

Per questo è vitale sostenerlo. Parlare delle sue ragioni. A tutti. Nel suo ragionare su un tempo che cammina sul crinale di due possibili destini Riccardo Cristiano non è da solo. Nel testo c’è sempre un interlocutore. È un “tu” cui ci si rivolge. Un “tu” plurale, in cui possiamo inscrivere tut- to un mondo spaesato, confuso, intriso di liquidità. 

Il “tu”, per Riccardo, è un modo di schierarsi, e per chiarirsi. È la scelta di dare vita non a un monologo, ma a un dialogo. Il tessuto stesso di questo libro è un tentativo di sposare le ragioni di Francesco, di fare del dialogo con l’altro la propria ragion d’essere. È un “tu” cha dà voce anche alle obiezioni che il periodare dell’autore si pone:

Potrai obiettare dicendo che in parte mi capisci, ma che ti appare esagerato dire “O lui o la barbarie. Ci sono soltanto il bianco e nero?”. Ti ringrazio, questa osservazione è importante per me, che amo le foto in bianco e nero perché sono piene di grigi. Credo che il mondo sia così… Ma non stiamo vivendo tempi normali: l’Europa che si accorda con Erdoğan per non far passare i richiedenti asilo sarebbe la casa dei diritti dell’uomo, gli Stati Uniti che vogliono dividere un continente con un muro e i genitori in fuga dai loro figli sarebbero il Paese del “sogno americano”. 

 Papa Francesco ha donato un’ambulanza ai poveri di Roma, mettendola a disposizione dell’Elemosineria apostolica. Nell’immagine prima della benedizione, 1 giugno 2020

I tempi non sono normali per il mondo. E forse nemmeno per la Chiesa. Anche qui Cristiano individua qualcosa di dirimente. A confronto ci sono la possibilità di una Chiesa autenticamente evangelica, fedele alla radicalità delle Beatitudini e delle Opere di Misericordia, ovvero quella di una Chiesa identitaria, custode di una tradizione disincarnata che finisca per essere benedizione delle chiusure narcisistiche e di gruppo, di sovranismi individualistici o nazionalistici che strappano la corona a Gesù, Cristo Re, Signore dei popoli e della storia. Anche la navicella di Pietro deve scegliere tra apertura e chiusura, tra essere ponte ed essere muro, tra amicus e inimicus

Come ha recentemente sottolineato Andrea Riccardi:

C’è una richiesta, che si rivolge alla Chiesa, di “battezzare” il nazional-cattolicesimo, ovvero di accettare che il cattolicesimo, con i suoi simboli, diventi il fondamento dell’identità di una nazione: un “noi” contro un “loro”. Ma Bergoglio non ci sta. Non ci sta perché è papa, è evangelico, è cattolico; e cattolico vuol dire universale. È una trappola antica, questa. Già Pio XI aveva dovuto confrontarsi con tutto questo, al tempo dei fascismi al potere o dell’Action Française. Oggi tutto questo ritorna. L’idea che il cattolicesimo diventi la religione della “mia” terra, della “mia” nazione. Un’idea, però, che non rappresenta il cattolicesimo, né quello del passato, né, tanto meno, quello del Vaticano II. E Bergoglio lo dice con forza”. 

“Chiesa di tutti e particolarmente dei poveri» diceva papa Giovanni. «L’opzione preferenziale per i poveri non è una delle tante possibili”, argomenta Cristiano:

È una scelta che per Francesco deriva dal Vangelo. E che per altri può semplicemente derivare dalla logica umana o almeno dalla comprensione di dove porti l’altra strada: in bocca alla globalizzazione piatta o in bocca al nazionalismo malato, all’identificazione nel povero e nell’Altro dell’indispensabile capro espiatorio. 

Mi sembra che qui si colga il nodo della questione, e si colleghino i tanti destini possibili nell’unica grande alternativa che Chiesa e pianeta si trovano ad affrontare. Quella tra il Vangelo di Gesù e i mille, piccoli, esaltanti ma deludenti Vangeli contrapposti di questo mondo. 

Francesco sa che il punto è questo. E ce lo dice. Ad esempio, a proposito di uno dei punti più divisivi del suo magistero, quelle parole che non a caso danno oltremodo fastidio a un certo mondo tradizionalista, o semplicemente egoista, o banalmente spaventato: le parole sull’accoglienza dei migranti:

Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale […] la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli,

afferma Bergoglio nella Gaudete et Exsultate. E continua:

Possiamo riconoscere che è precisamente quello che ci chiede Gesù quando ci dice che accoglia- mo Lui stesso in ogni forestiero (cfr. Mt 25,35)? San Benedetto lo aveva accettato senza riserve e, anche se ciò avrebbe potuto “complicare” la vita dei monaci, stabilì che tutti gli ospiti che si presentassero al monastero li si accogliesse “come Cristo” […]. Pertanto, non si tratta dell’invenzione di un Papa o di un delirio passeggero. 

La Chiesa ci avverte che il prossimo c’è, che a volte è debole e ferito, che spesso è differente da noi, ma sempre somiglia al Signore, e sempre è accanto a noi, sulla medesima strada da Gerusalemme a Gerico. 

Certo, su quella strada tanti scelgono di non fermarsi. Certo, l’amore per i poveri è sempre una sfida. Anche per i discepoli. Eppure, il Van- gelo è questo, non altro. Non cambia a seconda dei sondaggi. 

“Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio”, disse Giovanni XXIII in punto di morte. È davvero così? È questa la speranza del nostro tempo. Nella stagione dell’io e dei sovranismi, la Chiesa, oggi guidata da papa Francesco, non accetta di rattrappirsi, di restringersi, di essere una comunità senza sogni, di non uscire. Continua a parlare perché il mondo sia diverso, perché il mondo abbia un futuro. 

Uomini pronti a dividersi, tesi ognuno a parlare la propria lingua, come in una nuova Babele, possono essere ricondotti dal Vangelo a riconoscere nell’altro un fratello o una sorella. Il tessuto sociale slabbrato dal peccato e dalle tensioni che albergano nel cuore degli individui e dei popoli può essere ricucito (è il “tiqqun ’olam” del Talmud). Papa Francesco chiama ciascuno ad accostarsi “alla terra sacra dell’Altro”. 

C’è una nuova storia da scrivere. Si tratta di mettere mano, mattone dopo mattone, a un umanesimo “con”, rigettando ogni tentazione di vivere “senza”, ovvero “a porte chiuse”. Si tratta di un sogno? Forse è più di un sogno; è una necessità. 

Francesco ce lo ricorda. Ci ricorda che in questo giardino, che è il mondo, camminiamo su un sentiero e lo vediamo biforcarsi. Rileggiamo Borges:

Il tempo si biforca perpetuamente verso innumerevoli futuri. In uno di questi io sono suo nemico.

Ma in altri no. C’è una speranza. Si tratta di scartare il futuro in cui l’altro è il mio hostise di scegliere quello in cui siamo ognuno hospes dell’altro. 

La scommessa che possiamo fare con papa Francesco è tutta qui, nella sua drammatica, affascinante semplicità. 


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Il bivio del nostro tempo ultima modifica: 2020-06-26T17:22:27+02:00 da MARCO IMPAGLIAZZO

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