Erdoğan, sultano dai piedi d’argilla

La presenza su molti fronti del presidente turco e l’uso del nazionalismo e dell’islam mascherano le molte e crescenti criticità economiche sulla via per realizzare un nuovo impero ottomano.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Vorrebbe rinchiudere Emmanuel Macron in un manicomio. Ha accusato Angela Merkel di comportarsi con i turchi e gli islamici come i nazisti fecero con gli ebrei. Ricatta l’Europa con l’“arma” dei migranti, riempie il Mediterraneo orientale di navi da guerra, ricolloca i miliziani jihadisti a suo servizio dalla Siria al fronte libico e anche nel Caucaso. E ora scaglia i suoi strali, si spera solo metaforici, contro il settimanale satirico parigino Charlie Hebdo, reo di aver dedicato la copertina del suo numero in uscita ad una vignetta che prende in giro il Sultano, intitolata “Erdoğan è molto scherzoso nella sua vita privata”. Il disegno canzonatorio vede il leader islamico mezzo nudo mentre alza la gonna a una donna velata.

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Incontenibile Erdoğan. Ma è tutto oro quel che luccica? O in realtà, a ben scavare, questa esibizione muscolare da parte di Recep Tayyp Erdoğan non cela una grande debolezza dell’autocrate turco?

Buona la seconda. Il che non significa affatto sottovalutare la portata destabilizzante del disegno imperiale neo-ottomano di Erdoğan. Semmai, è vero il contrario. Proprio perché Erdoğan sa di essere debole, soprattutto sul terreno economico, alza l’asticella delle provocazioni.

Se c’è un paese mediorientale che monitora con particolare attenzione le mosse del Sultano, questo paese è Israele. “Erdoğan sta progettando un nuovo ordine mondiale in cui la Turchia è la stella nascente”. È il titolo di un’interessante analisi di Zvi Bar’el, firma storica di Haaretz:

Nelle ultime settimane è aumentato il discorso sull’imposizione di sanzioni economiche o di un embargo militare alla Turchia, a meno che non smetta di cercare petrolio e gas nelle zone contese. Ma quando i leader dell’Ue si sono riuniti per un vertice, la questione non è stata quasi affrontata e la Grecia ha dovuto esercitare una pressione massiccia per metterla all’ordine del giorno. Il vertice dell’Ue ha prodotto dichiarazioni ferme e risolute, ma i leader hanno fatto capire alla Grecia che era meglio aspettare con la discussione sulle sanzioni per il vertice previsto per dicembre. La divisione tra Germania, Spagna, Italia, Malta e Ungheria, che si oppongono alle sanzioni, e la Francia fa il gioco di Erdoğan. I cinque stati temono una nuova ondata di profughi che Erdoğan può inviare se impone le sanzioni. Non è la prima volta che milioni di ostaggi siriani sono diventati una merce di scambio vincente per la Turchia contro l’Ue.

Aggiunge poi:

Il rinvio delle discussioni sul blocco della Turchia a dicembre è legato alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Come i loro omologhi in tutto il mondo, i leader europei e turchi non possono nemmeno immaginare chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. Nonostante i rimproveri del dipartimento di stato, i rapporti personali di Erdoğan con Donald Trump sono eccellenti. Trump ha fermato il Congresso e il piano della Nato di imporre sanzioni alla Turchia quando ha acquistato i sistemi missilistici antiaerei S-400 russi. Erdoğan ha promesso a Trump che non avrebbe usato i missili prima delle elezioni, ma la settimana scorsa la Turchia ha tenuto un’esercitazione con i missili. La Turchia è stata esclusa dal piano di costruzione degli aerei F-35, ma continuerà a produrre pezzi anche per loro in parte del 2021. Trump si è anche astenuto dallo scontrarsi con Erdoğan sulla questione della guerra nel Nagorno-Karabakh, dove le forze turche stanno combattendo a fianco dell’Azerbaijan. Il presidente si è unito all’appello di Francia e Russia per il cessate il fuoco, ma da allora è diventato muto e si è offerto di ospitare solo negoziati tra le parti negli Stati Uniti. Trump non può biasimare l’Armenia perché ha bisogno di 1,5 milioni e mezzo di voti armeni dei cittadini americani, concentrati soprattutto nelle città democratiche di New York, Boston e Los Angeles. Ma è anche restio a dare la colpa ad Ankara perché vuole proteggere il suo amico… Che si tratti del conflitto israelo-palestinese, della guerra in Libia e nel Nagorno-Karabakh, della prospezione petrolifera nel Mediterraneo, dei curdi in Siria o del patto di difesa con il Qatar, Erdoğan promette che la Turchia sarà ovunque e nessuno la fermerà. Nei suoi primi passi come primo ministro della Turchia, Erdoğan ha raggiunto il potere politico grazie al fulmineo successo economico a cui ha portato il suo paese. Negli ultimi anni, nonostante la crescente crisi economica, Erdoğan ha costruito la Turchia come una potenza regionale e diplomatica che non può essere ignorata o liquidata, pronta a confrontarsi con l’Europa, la Russia e gli Stati Uniti.

Ciò significa che il presidente turco ha il vento in poppa? Sembra, ma non è così.

Da uno Stato che cercava un angolo caldo nel Medio Oriente arabo la Turchia è diventata uno Stato conflittuale visto da molti Stati arabi come un nemico. Questo mese l’Arabia Saudita ha imposto sanzioni economiche alla Turchia in seguito alle dichiarazioni di Erdogan sull’omicidio del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi. L’Arabia Saudita ha boicottato formalmente la Turchia per circa un anno, ma ora il boicottaggio viene attuato dagli uffici commerciali, dagli importatori, dai commercianti e dai civili. Il capo della Camera di Commercio Saudita, Ajlan Al Ajlan, ha copiato e incollato lo slogan del movimento di boicottaggio contro Israele in Arabia Saudita, dichiarando che con la Turchia ‘non ci saranno investimenti, né commercio né turismo’.

Rimarca ancora Bar’el:

Questo boicottaggio non riguarda solo le merci turche, ma anche marchi e prodotti in parte prodotti in Turchia e commercializzati in Arabia Saudita. Il danno stimato per l’economia turca è di tre miliardi di dollari, una somma considerevole per uno stato la cui moneta sta crollando e che soffre di un’alta disoccupazione, un’inflazione del dodici per cento e un enorme deficit di bilancio del 4,9 per cento del prodotto interno lordo, contro un’aspettativa del 2,9 per cento. Erdoğan ha avuto una replica particolarmente pungente a questo boicottaggio: ‘Non dimenticate che questi stati (del Golfo) non esistevano ieri e probabilmente non esisteranno domani, ma continueremo ad issare la nostra bandiera nella regione per sempre, se Allah vuole’. 

Ma Allah non gioca in borsa. E, soprattutto, non ha le armate necessarie per vincere al Risiko mondiale intentato da Erdoğan. Tanti, troppi, sono i fronti aperti: lo scontro frontale con gli interessi dell’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi avviene in Libia, in Sudan, nei paesi del Corno d’Africa, nel Mediterraneo Orientale e pure nelle lotte intestine palestinesi. Quello con Arabia Saudita ed Emirati anche in Siria e Yemen.

Ora l’ennesimo ring su cui i pesi massimi della Lega Araba e il sultano Erdogan stanno salendo è il Nagorno-Karabakh, povero ma strategico lembo di terra fra Armenia e Azerbaigian di cui nessuno si ricorda. Tranne quando il nemico cerca di appropriarsene definitivamente.

Annota in una intervista a Policy Maker Gaetano Sabatini, direttore dell’ISEM-CNR, Istituto di Storia delle Europa Mediterranea e professore ordinario di storia economica presso l’Università degli Studi Roma Tre, dove ha insegnato anche geopolitica economica:

Dietro vi è, indubbiamente, la gravissima crisi economica della Turchia che Erdoğan sta disperatamente cercando di coprire. Sulla Turchia sta per abbattersi una tempesta finanziaria, che potrebbe risultare fatale e alla quale Erdoğan rischia di non sopravvivere politicamente. Solo un cospicuo prestito internazionale potrebbe salvare la Turchia dal collasso, ma al contrario il presidente turco prova a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle questioni economiche accendendo il nazionalismo con azioni in patria e nel Mediterraneo. La riconversione di Santa Sofia in moschea e le provocazioni militari nei confronti della Grecia in materia di esplorazioni energetiche possono essere lette in quest’ottica. Contemporaneamente però Ankara cerca un accordo internazionale per dare ossigeno alle casse turche, rivolgendosi come sempre a Stati Uniti, Fmi, Ue e agli altri partner internazionali.

Il settanta per cento circa dei lavoratori associati di un sindacato riceve un salario che non basta nemmeno a soddisfare i bisogni e le spese di un mese e non dispone di altra fonte di reddito per sopravvivere. Il 23,8 per cento può contare su uno stipendio sufficiente per i prossimi tre mesi, non oltre. È quanto emerge da un sondaggio effettuato fra i propri iscritti dal sindacato turco DSK Genel – alcuni suoi dirigenti vennero arrestati nel maggio scorso – che ha voluto analizzare l’impatto della pandemia di nuovo coronavirus sul mercato del lavoro e il potere di acquisto dei salari.

Una situazione critica, già emersa nelle scorse settimane in cui si parlava di situazione di “rischio” per l’82 per cento degli occupati. All’inchiesta hanno partecipato oltre 1300 lavoratori dei vari settori e distribuiti in diverse parti del paese. Il 69,8 per cento dei rispondenti afferma che lo stipendio basta per poco meno di un mese, mentre il 23,8 per cento per tre mesi al massimo. In tema di salari, il 60,1 per cento percepisce fra le 2300 lire turche (poco più di 300 dollari) al mese, il minimo di legge, e le 3500 lire; il 15,9 per cento fra 3501 lire e quattromila lire; il 14 per cento fra 4001 lire e cinquemila lire, il dieci per cento oltre le cinquemila e il restante 6,7 per cento il minimo garantito (e in alcuni casi anche meno).

A dispetto delle promesse fatte dal presidente turco che ha usato la carta del nazionalismo e dell’islam (la vicenda legata a Santa Sofia lo dimostra) per mascherare le difficoltà economiche, l’88,8 per cento dei lavoratori non percepisce alcun sussidio, né assistenza dall’agenzia del lavoro. Il 9,3 per cento parla di un contributo minimo, inadeguato per fronteggiare spese e necessità. 

Non basta. Con il crollo della lira è diventato estremamente difficile ripagare i debiti, dal momento che serve sempre più lira per comprare i dollari, innestando il rischio di una crisi bancaria a tutti gli effetti. Inoltre, le banche turche non hanno prestato denaro, in dollari, solo a imprese e attività, ma hanno anche aperto ampie linee di credito, in valuta turca, per i singoli in cerca di prestiti da spendere in beni durevoli e immobili. Per soddisfare la crescente domanda di credito le banche, a partire dal 2008, hanno deciso di iniziare a convertire cospicue somme di dollari in lira. Questo ha creato un secondo rischio all’interno del sistema bancario: nel caso in cui gli interessi sulla lira dovessero lievitare, il prezzo del credito salirebbe tagliando i profitti che le banche ricevono da tali linee di credito.

Erdoğan, concordano analisti economici e di geopolitica ascoltati da ytali, ha davanti a sé poche vie per uscire dalla crisi e tutte con un altissimo livello di rischio. Se il governo dovesse far crollare la lira, le compagnie turche, in questo momento, farebbero grandissima fatica a ripagare i loro debiti in dollari, creando le premesse per un collasso del sistema bancario. Nel caso opposto, se il cambio della lira fosse staccato da quello del dollaro e i tassi di interesse lasciati crescere, la valuta potrebbe essere stabilizzata, ma l’assenza di credito getterebbe l’economia in una profonda recessione, come nel caso della crisi europea del 2010. Terza via: quella di non fare niente, sperando che la crisi rientri, attirando nel frattempo l’attenzione dell’elettorato verso un nuovo obiettivo.

L’obiettivo di un nuovo impero ottomano. L’azzardo di un sultano d’argilla.

Militari turchi e azeri. La Turchia ha sostenuto l’Azerbaijan nello scontro con l’Armenia per il Nagorno-Karabakh 

 

Erdoğan, sultano dai piedi d’argilla ultima modifica: 2020-10-28T20:11:49+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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