“L’Italia può guidare la transizione verde”. Parla Ermete Realacci

Nei “10 selfie” presentati oggi dalla Fondazione Symbola si scopre un paese leader nella green economy e nell’economia circolare
scritto da MATTEO ANGELI
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È la fotografia di un’Italia che fa l’Italia: con “L’Italia in 10 selfie”, la Fondazione Symbola propone anche quest’anno il suo rapporto sui primati del nostro paese. Lo fa con dieci storie che raccontano casi di successo, merito anche di multinazionali tascabili, piccole e medie imprese, all’avanguardia nell’economia circolare, nella green economy, nel design.

È il nostro modo di ragionare sul futuro partendo dall’Italia che è già in campo – spiega Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, protagonista e testimone della storia recente dell’ambientalismo italiano – Prepararsi al domani è più importante che mai, perché, come dice papa Francesco, peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla.

Ermete Realacci è presidente della Fondazione Symbola, presidente onorario di Legambiente e, dal 2001 al 2018, parlamentare con l’Ulivo e poi con il Pd

Ermete Realacci, da cosa partire per non “sprecare” questa crisi?
Va innanzitutto detto che affrontare con coraggio la doppia crisi che abbiamo davanti – quella prodotta dalla pandemia e la crisi climatica – non è solo necessario ma rappresenta, come afferma il Manifesto di Assisi, una grande occasione per rendere la nostra economia e la nostra società più sostenibili, più forti, e per questo più capaci di futuro. È una sfida enorme che richiede il contributo delle migliori energie tecnologiche, istituzionali, politiche, sociali, culturali. Va portata avanti senza lasciare indietro nessuno, senza lasciare solo nessuno.  

È una sfida che trascende i nostri confini. Con NextGenerationEU l’Unione europea mette in campo 750 miliardi di euro per rilanciare l’economia, di cui ben 209 destinati al nostro paese. L’Italia è pronta a cogliere quest’occasione storica?
Con Mario Draghi abbiamo sicuramente la persona migliore. L’Europa sta facendo la sua parte e questo non era scontato. Fino a qualche tempo fa, l’Unione europea sembrava aver perso la sua missione. Il trauma della Brexit l’ha in un certo senso risvegliata. La spinta europea sulla transizione verde è infatti precedente al Covid, comincia con la presidenza von der Leyen, e attraversa tutte le politiche europee. Il finanziamento ordinario dell’Ue per il periodo 2021-2027 prevede 1.074,3 miliardi di euro: di questi un terzo andrà alla transizione verde.  

Come spiega questa enfasi sulle questioni ambientali?  
Da un lato, la crisi climatica è sempre più percepita come un problema serio. Dall’altro si è capito che questa è una frontiera economica: chi arriva primo ridisegna le relazioni commerciali e geopolitiche del mondo. Questo tema, ad esempio, sarà importante per ricostruire l’asse atlantico. L’obiettivo che per prima l’Europa si è data – di azzerare le emissioni nette di CO2 entro il 2050 – è un obiettivo che è stato fatto proprio anche dal Giappone, dalla Corea del Sud e sta per essere assunto dall’America di Joe Biden. La Cina lo ha collocato al 2060 e anche l’India andrà probabilmente nella stessa direzione.

Questo per l’Europa è un recupero di senso, che mi ricorda il discorso dell’uomo sulla luna di Kennedy. Quando il presidente americano disse nel 1962 che avrebbe portato entro il decennio un uomo sulla luna, molti non lo presero sul serio. Ma gli Stati Uniti ce la fecero, non solo perché misero in campo le loro migliori risorse economiche e tecnologiche, ma anche perché seppero muovere l’orgoglio degli americani.
Ora dobbiamo fare la stessa cosa in Europa. 

Il made in Italy è sempre più green. Secondo il rapporto di Symbola, sono oltre 432 mila le imprese italiane dell’industria e dei servizi con dipendenti (31,2 per cento del totale) che hanno investito nel periodo 2015-2019 in prodotti e tecnologie green. In pratica quasi una su tre. Dal 2015 il numero di investimenti è quasi triplicato: passando da una quota del 7,9 per cento delle imprese al 21,5 per cento del 2019 (pari a 300 mila imprese).

Gli europei però non sono gli americani. Politici e media italiani hanno la consapevolezza della portata della sfida che abbiamo davanti?
Se si legge la realtà a partire dalla soggettività degli attori in campo, allora la risposta è “no”, per quanto riguarda sia il mondo della politica sia quello dell’informazione. Il problema di fondo è che le nuove sfide richiedono nuove idee e questo in Italia spesso manca.  

In Italia il divario che separa da un lato economia e società e dall’altro politica e informazione sembra più vasto che negli altri paesi. È così?
Questo è un problema tutto italiano. I nostri “10 selfie” registrano un’economia che in molti settori è più avanti degli altri. Ad esempio, l’Italia è il paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti. Con il 79,3 per cento di rifiuti avviati a riciclo presenta un’incidenza quasi doppia rispetto alla media UE (39,2 per cento) e superiore agli altri grandi paesi europei: Francia (55,8 per cento), Regno Unito (50,5 per cento), Spagna (43,5 per cento), Germania al (42,7 per cento). La sostituzione di materia seconda nell’economia italiana determina un risparmio annuale pari a 23 mln di tonnellate equivalenti di petrolio e a 63 mln di tonnellate di CO2.

Ciò non è merito di scelte politiche lungimiranti, ma piuttosto dell’antropologia produttiva italiana che fa i conti coi limiti del paese in termini di materie prime e che usa quella fonte di energia rinnovabile non inquinante che è l’intelligenza umana. Questo si trova in tutti i settori dell’economia, ma nel dibattito politico non c’è. O meglio, oggi c’è solo perché è l’Europa che porta avanti questo tema.  

Campioni europei nell’economia circolare. Secondo il rapporto di Symbola, la sostituzione di materia seconda nell’economia italiana determina un risparmio annuale pari a 23 mln di tonnellate equivalenti di petrolio e a 63 mln di tonnellate di CO2. Siamo primi tra i grandi Paesi Ue anche per riduzione di rifiuti: 43,2 tonnellate per milione di euro prodotto, la Spagna ne produce 48,7, la Gran Bretagna 60,8, la Germania 59,5, la Francia 74,7 (media Ue 78,8).

Quali sono le ragioni di questa miopia tutta italiana?
In Italia l’informazione dà più spazio alle questioni climatiche rispetto al passato, ma lo fa in maniera vecchia: oggi il tema va incrociato con le questioni di economia, politica e società. Si pensi alla generazione Greta: il problema per la politica non è applaudirla o meno, ma darle delle risposte. Bisogna capire e far capire che questa non è solo la partita più giusta, ma anche quella più efficace per rilanciare l’economia.

L’inviato americano per il clima, John Kerry, quando è venuto in Italia per il G20 ha ricordato che prima della pandemia il maggior numero di nuovi posti di lavoro in America erano creati in due settori, il solare fotovoltaico e l’eolico. Ma è soprattutto l’amministrazione Trump che ha mostrato il divario che esiste tra economia e politica. Trump fu eletto promettendo il rilancio del carbone, con uno slogan che alludeva all’autarchia americana. Tuttavia, nei suoi quattro anni di presidenza il consumo di carbone è calato di molto. Attualmente gli Stati Uniti consumano meno carbone che nel 1905, hanno chiuso cinquanta centrali di carbone e nel giugno scorso tutti i nuovi impianti di produzione di energia elettrica erano alimentati da rinnovabili. Il motivo? Conviene.  

NextGenerationEU dà delle priorità molto secche in termini di investimenti “verdi”. L’Italia saprà rispettarle?
L’Europa indica tre priorità: inclusione e coesione – che vuol dire anche sanità, transizione verde e digitale, e dice che i progetti finanziati devo essere finiti entro i sei anni. Questo può dare una scossa alla politica e dare una spinta a quella parte d’economia che è già in moto. Per fare ciò, però, il Recovery Plan non può essere visto come una grande legge di bilancio, gratuita perché pagata dall’Europa, in cui ognuno fa quello che vuole. Questo approccio rischiava di prevalere nei mesi scorsi. Mi auguro che la rotta sia davvero cambiata.

Non sempre il settore economico sembra pronto ad abbracciare la transizione ecologica. Si pensi all’agricoltura, che in Italia, anche secondo il vostro rapporto, è tra le più sostenibili in Europa. Qui si vede ad esempio una certa reticenza da parte delle lobby agricole rispetto alla Farm to Fork, il braccio “agricolo” del Green Deal europeo. La paura principale è che il consumatore non sia disposto a pagare di più per un prodotto di maggiore qualità.
È chiaro che si può fare ancora di più. Quando l’Europa dice che il trenta per cento delle risorse di NextGenerationEU vanno nella transizione verde, questo significa che molti di quei fondi andranno all’agricoltura. In questa partita l’Italia è messa bene: la forza della nostra agricoltura sta nella qualità del suo prodotto. Secondo una recente indagine di Ipsos, la percezione della sostenibilità nei cittadini è legata a tre fattori: uno etico, uno legato al bisogno di sicurezza e un ultimo legato alla qualità. Questo vuol dire che in tutti i settori il cittadino vede il prodotto “sostenibile” anche come “migliore”. Sarà avvantaggiato chi andrà in questa direzione. L’idea di produrre tanto a poco prezzo è perdente per la nostra economia.

In tal senso, già prima della pandemia era in corso una tendenza ad accorciare le catene produttive e di valore. L’Italia è il secondo paese al mondo per reshoring, dopo gli Stati Uniti, non perché abbiamo fatto delle norme apposite, ma perché abbiamo capito che anche i consumatori stranieri vogliono un prodotto fatto in Italia, perché la sua qualità è maggiore.

Agricoltura italiana leader in Europa per sostenibilità. Secondo il rapporto di Symbola, l’agricoltura italiana è tra le più sostenibili in Europa, con una quantità di emissioni pari a 30 mln di tonnellate di CO2 equivalenti, nettamente inferiori a quelle di Francia (76 mln), Germania (66 mln), Regno Unito (41 mln) e Spagna (39 mln).

Tuttavia, il timore abbastanza diffuso è che “troppa” attenzione all’ambiente finisca per danneggiare la produzione economica. È davvero così?
Il punto oggi è piuttosto l’opposto. Se non imbocchiamo la via della transizione verde si danneggia l’economia. C’è anche questo dietro la posizione di BlackRock, il più grande fondo d’investimento al mondo che amministra risorse pari a quattro volte il Pil italiano.

L’Italia in questa sfida non parte certo svantaggiata, grazie alla sua capacità di tenere insieme competitività, ambiente e coesione sociale, innovazione e tradizioni antiche, empatia e tecnologia, bellezza, capitale umano e comunità. Abbiamo una capacità di adattamento senza paragoni e siamo in campo in tantissimi settori: l’Italia è campione europeo nell’economia circolare, italiano è il più grande operatore nelle rinnovabili, il made in Italy è sempre più green, l’Italia è seconda per export di prodotti green e via dicendo. Non c’è nulla di sbagliato in Italia che non può essere corretto da quanto c’è di giusto. Il nostro paese va guardato con empatia e senza pigrizia. Questo è quello che abbiamo cercato di fare coi nostri “10 selfie”. 

 

“L’Italia può guidare la transizione verde”. Parla Ermete Realacci ultima modifica: 2021-04-08T13:00:00+02:00 da MATTEO ANGELI

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