Zan e la sfida dell’identità di genere

Tra appelli e fake news, le femministe si dividono su un concetto che porta non solo le donne ma tutta la società a riflettere sulla propria identità.
MATTEO ANGELI
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A chi s’oppone al ddl Zan, non sembra vero di poter contare sull’appoggio di una parte del mondo femminista. “Femministe contro la legge Zan: No all’identità di genere”, “Perché le femministe chiedono di stralciare l’identità di genere dal Ddl Zan”, “Perché anche a sinistra, femministe e lesbiche sono contrarie alla legge Zan”: sono solo alcuni dei titoloni comparsi nell’ultimo mese sulla stampa nazionale. Che soddisfazione per i detrattori del disegno di legge contro l’omolesbobitransfobia! Neanche le femministe vogliono la legge, “segno che qualcosa, davvero, non va”, scrivono compiaciuti.

Ma di chi e di cosa parla la stampa italiana quando titola “le femministe contro Zan”?

La polemica s’è accesa lo scorso giugno, quando “Se non ora quando – Libere”, gruppo di donne che raccoglie molte delle fondatrici dell’omonimo movimento, ha indirizzato una lettera ai parlamentari. La loro richiesta principale? Che il termine “identità di genere” venga tolto dal disegno di legge e sostituito con “transessualità”. Il ddl infatti – nella versione dei suoi ideatori, passata alla Camera e ora ferma in Senato – punta a iscrivere nel codice penale e punire con aggravanti: misoginia – gli “atti discriminatori fondati sul genere”, abilismo – “gli atti discriminatori fondati sulla disabilità” e appunto omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia – ovvero “gli atti discriminazione fondati sull’orientamento sessuale e l’identità di genere”.

“Identità di genere”, l’oggetto della disputa, indica la percezione che un individuo ha di sé in quanto maschio o femmina, indipendentemente dai suoi caratteri sessuali. Per essere chiari, non si tratta di un neologismo introdotto dai propositori del ddl Zan, ma, come fa notare Simone Alliva, il termine è presente in diversi trattati internazionali (come la Convenzione di Istanbul), nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e, in Italia, nell’ordinamento penitenziario e in materia di riconoscimento dello status del rifugiato. 

Nel ddl Zan, la parola è usata per circoscrivere il campo della transfobia – “gli atti di discriminazione fondati sull’identità di genere” e quindi diretti contro quelle persone la cui percezione in quanto uomo o donna non coincide con il loro sesso biologico. Stiamo parlando degli individui transgender, aggettivo inglese che indica un gruppo composito di persone: a) uomini e donne transgender, cioè coloro che s’identificano in maniera permanente con un genere diverso da quello assegnato alla nascita; b) le persone “gender fluid”, che s’identificano in modo transitorio con un genere diverso da quello assegnato; c) le persone “non binarie”, la cui identità di genere non corrisponde totalmente né al maschile né al femminile.

Un grafico per esprimere la complessità del mondo transgender:
– Identità di genere: femmina/donna/ragazza o maschio/uomo/ragazzo o altro
– Espressione di genere: mascolino, femminile, altro
– Sesso assegnato alla nascita: femmina, maschio, altro/intersex
– Fisicamente attratto da: donne, uomini, altro
– Emozionalmente attratto da: donne, uomini, altro
(Fonte: Trans Student Educational Resources)

Il nodo della questione è il seguente: le persone transgender possono essere definite solo in alcuni casi “transessuali”, cioè solo quando si sottopongono a una serie di operazioni mediche per modificare le proprie caratteristiche anatomiche e diventare il più possibile simili al sesso d’elezione.

Questo vuol dire che usare il termine “transessuali” al posto di “identità di genere” – come suggerito dalle esponenti di “Se non ora quando-Libere” – escluderebbe dai reati disciplinati dal ddl Zan l’odio contro tutte le persone transgender che non si sono sottoposte a un intervento per modificare i propri genitali. Un ragazzo che viene picchiato perché si veste, si comporta e si percepisce come una ragazza non potrebbe fare appello alla nuova legge, perché di fatto escluso dalle categorie tutelate. La causa della violenza che egli subisce continuerebbe a essere negata dallo Stato. 

Ciononostante, non sono solo le esponenti di “Se non ora quando-Libere” a insistere per togliere dal testo il termine “identità di genere”. Il 13 aprile varie personalità riconducibili alla sinistra hanno pubblicato un appello in cui chiedono che i diritti continuino a essere riconosciuti in base al sesso e non al genere. Come in maniera simile avevano fatto già lo scorso anno una serie di esponenti di Arcilesbica, Udi, Libreria delle donne e altre organizzazioni femministe, chiedendo ad Alessandro Zan di “scrivere transessualità invece di identità di genere”. 

Perché il termine “identità di genere” dà loro tanto fastidio? 

Scrivere ‘identità di genere’ permette a chiunque di autocertificarsi con un sesso diverso da quello con cui è nato. Un uomo può dichiararsi donna, una donna può dichiararsi uomo, a prescindere dalla realtà del corpo,

si legge nel comunicato pubblicato da Arcilesbica. In altre parole, la paura è che l’inclusione nella categoria di “donna” rivendicata dalle donne transgender finirebbe per danneggiare le persone biologicamente donne.

Come?

Se a livello istituzionale si sostituisce la nozione di sesso con quella di identità di genere, i diritti delle donne ne riceveranno un danno. A livello politico ad esempio, laddove esistono quote o incarichi destinati alle donne, questi potranno essere occupati da persone con identità di genere femminile,

si legge nella lettera di “Se non ora quando – Libere”. 

Marina Terragni, presidente di Radfem Italia, si spinge oltre, raccontando:

In Norvegia la deputata Jenny Klinge è stata denunciata per aver detto che solo le donne partoriscono.

Peccato per lei che la notizia si sia rivelata una fake news, ripresa però purtroppo dalla stampa italiana. Un discorso analogo vale per un’altra notizia, secondo la quale “In California 261 detenuti che si identificano come donne chiedono il trasferimento in carceri femminili”, riportata anch’essa dai giornali. Lungi dall’essere una moda, solo l’1 per cento della popolazione carceraria californiana – 1,129 persone – si è identificato come non-binario, intersex o transgender. 

Questa retorica – portata avanti da parte del mondo femminista italiano con l’aiuto di parte dell’informazione – svilisce la complessa questione dell’identità di genere a una semplice auto-certificazione, a un tentativo finalizzato a togliere spazio alle donne biologiche, sulle liste elettorali, nei consigli d’amministrazione, nelle competizioni sportive e… persino nei bagni. 
È un aut aut: sesso o genere. Nel movimento femminista, questo tipo di dibattito esiste da tempo. Coloro che ritengono che il concetto di donna vada definito in base al sesso biologico, al corpo femminile, sono le cosiddette “femministe essenzialiste”. La loro – va riconosciuto – è una posizione importante nella storia del movimento, perché ha portato all’emancipazione e alla consapevolezza delle donne. 

Tuttavia, questa posizione ha cominciato a essere decostruita a inizio anni Novanta, dalla filosofa americana Judit Butler, che ha messo in discussione l’apparente ovvietà del sesso come fatto biologico naturale, sostenendo la necessità di una critica del sesso come prodotto di un discorso. 

Tale approccio, adottato dai movimenti femministi più recenti, non teme, a differenza delle femministe essenzialiste, che l’identità di genere annulli o peggio distrugga il sesso biologico. Non teme che le donne transgender e le persone non binarie vadano ad intaccare lo spazio destinato alle donne. 

È questa la posizione – a cui è stata data meno visibilità dalla stampa – dell’altra faccia del femminismo italiano, quello favorevole all’inclusione del concetto d’identità di genere nel ddl Zan. In un appello, sostenuto da oltre duecentocinquanta femministe – tra le quali Laura Onofri, Bianca Pomeranzi, Giorgia Serughetti e Maria Luisa Boccia e tante altre, si legge

Per alcune esponenti del femminismo, l’uso della categoria di “identità di genere” minaccia il sesso biologico, aprendo a una fluidità di identificazioni e cancellando il corpo con cui siamo nate. Ma a questo proposito serve a nostro avviso un po’ di chiarezza. In primo luogo, la legge punisce i discorsi e i crimini d’odio per motivi legati all’identità di genere, ma nulla prevede rispetto alle procedure per le “rettificazione anagrafica del sesso”, ad oggi ancora regolate (con criteri più che rigidi) dalla legge 164 del 1982. In secondo luogo, parliamo di un concetto largamente acquisito nel nostro ordinamento, riconosciuto in testi di legge e in convenzioni internazionali, di cui parlano da anni corti di merito e su cui più volte si è espressa la Corte Costituzionale. Non è dunque un concetto nuovo o un artificio linguistico introdotto in questo testo. Ci sembra un errore pensare di sostituirlo con il riferimento alla “transessualità”, termine che peraltro in ambito giuridico non ha alcun riscontro.

Una mossa che finirebbe per condannare ad un perenne stato di transizione le persone interessate, privandole di qualunque forma di cittadinanza giuridica, sociale, politica. Il testo che abbiamo letto e analizzato ci sembra non minacci l’esistenza di nessuna, che ampli anzi le forme di protezione da discriminazione e violenza a tutte le soggettività riconosciute.

Il dibattito sull’identità di genere va insomma contestualizzato alla legge Zan, come cercano di fare le duecentocinquanta firmatarie dell’appello. Una legge che, per quanto ambiziosa, non vuole certo risolvere tutti i problemi delle minoranze sessuali o le dispute interne al mondo femminista, ma introdurre un principio elementare nel codice penale italiano, da troppo tempo atteso: rendere identificabile e punibile l’odio verso le persone Lgbtq+ e verso le donne. Servono i mezzi per additare l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia e giudicarle aberranti, così come servono gli strumenti per smascherare e denunciare la misoginia.

Contrariamente a quanto vorrebbero far credere i detrattori della legge, per donne e persone Lgbtq+ questa è una battaglia comune, perché l’odio contro di loro ha una matrice comune. Quella dell’etero-patriarcato, un termine forse un po’ vecchio, ma che purtroppo spiega ancora tante cose. 

* In una versione precedente, l’articolo riportava erroneamente che “delle duecentosessantuno richieste, solo sei chiedevano il trasferimento in un carcere femminile”. Le richieste di trasferimento nelle prigioni femminili sono duecentocinquantacinque.

Zan e la sfida dell’identità di genere ultima modifica: 2021-04-28T10:12:23+02:00 da MATTEO ANGELI

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