Napoli cambia, il centrosinistra napoletano no

In una città in trasformazione ed evoluzione il Pd va alla campagna elettorale per la conquista di Palazzo San Giacomo con un vertice visibilmente cambiato per dato anagrafico e culturale, ma non per la pratica.
MICHELE MEZZA
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[NAPOLI]

Il 17 settembre del primo anno della pandemia, il maledetto 2020, a Napoli il decano del senato accademico dell’Università Federico II, la più antica istituzione scolastica pubblica europea, professor Angelo Alvino, non senza un’esplicita forma di sorpresa, annunciava che nelle elezioni per il rettore, a cui avevano partecipato un numero record di votanti, più di cinquemila, nessuno dei due candidati in lizza aveva raggiunto il quorum previsto. Il direttore del dipartimento di neuroscienze e scienze riproduttive professor Luigi Califano, che era riuscito a coagulare la potentissima lobby di medicina, un’università nell’università, infatti aveva superato, seppur di un solo voto, il vincitore in pectore, professor Matteo Lorito, direttore dello smilzo dipartimento di Agraria ma indicato come suo successore dal rettore uscente Gaetano Manfredi, che aveva per due mandati regnato sul ramificato impero universitario napoletano ed era da qualche mese ministro dell’università e dunque sacerdote unico dei riti di distribuzione delle risorse che determinano le fortune o le disgrazie di intere filiere scientifiche italiane. 

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Al secondo turno, proprio il professor Lorito è riuscito poi a staccare lo sfidante di medicina e a confermare gli auspici del neoministro, ma il primo colpo a vuoto era suonato come un allarmante segnale per il futuro politico dell’ex rettore, al quale già si pronosticava un’investitura a sindaco della città, dopo un anno. 

L’Università Federico II è più di un test preelettorale. Stiamo parlando infatti di un tradizionale serbatoio del centro sinistra partenopeo. Anche in stagioni dove governavano formule di centro o esplicitamente di destra, la sede del rettorato al rettifilo, come si chiama a Napoli corso Umberto su cui si affacciano gli uffici centrali del governo universitario, era rimasto saldamente al centrosinistra.

Lo spostamento stabile del comparto scientifico matematico, guidato da Ingegneria, che aveva dato alle varie giunte di sinistra, comprese quelle di Antonio Bassolino, assessori e consulenti di vaglia, aveva permesso al blocco umanistico e giuridico di affermarsi sul pianeta di medicina sempre scomposto da interessi troppo divergenti dei diversi baroni che lo guidavano.

Un destino che sembrava ancora doversi prolungare, tanto più che il deus ex machina delle elezioni era proprio nella doppia veste di Ministro in carica e rettore uscente, un driver fortissimo per il candidato dell’area progressista che non aveva di suo un richiamo adeguato.

Invece la sorpresa del pareggio, al di là della curiosità di un sostanziale ex aequo su un corpo elettorale certo non esiguo come i cinquemila docenti dell’ateneo napoletano, raccontava di cambiamenti rilevanti non solo nell’ambito accademico ma nell’intera struttura culturale e professionale della città.

L’emblematicità dello spaccato universitario per la sinistra napoletana equivale al valore simbolico dello spostamento a destra di Sesto San Giovanni, la mitica cittadella operaia degli anni Sessanta a Milano, o della Bolognina, il quartiere della svolta di Occhetto nel capoluogo emiliano.

La defaillance della candidatura del fronte di centrosinistra ci dice tre cose che oggi, all’inizio di una ancora soffusa e balneare campagna elettorale, sembrano pesare molto sulle aspettative dell’ex rettore e ex ministro Manfredi che, come da aspettative, è il candidato a sindaco di un’alleanza tra Pd e 5S quanto mai precaria e intermittente.

La prima riguarda uno scollamento dell’identità della sinistra, prima ancora della sua organizzazione. 

Giuseppe Conte e Gaetano Manfredi nella storica pizzeria da Michele

Le diverse anime della gloriosa area social comunista napoletana, che sono state celebrate nello spoon river che il centenario della fondazione del Pci ha inevitabilmente indotto, oggi appaiono assolutamente una versione politica del comunque più vivace museo nazionale di archeologia che è diventato un vanto della città, proprio per la sua capacità di ibridare antico con il nuovo, creando suggestioni ed elaborazioni assolutamente originali e pertinenti alla visione ipertestuale tipica del digitale. La sinistra rimane invece culturalmente analogica e lineare, priva di ogni stimolo e capacità di adeguarsi a una trasformazione della città che in pochi decenni ha consumato ogni traccia sociale e economica della Napoli di Amendola o di De Martino, per ricordare i due pater familias delle aree comunista e socialista.

Come spesso è capitato a Napoli, la sua arretratezza rispetto a una modernità che era in evoluzione è diventata iper-maturità, collocando il modello socio-produttivo del capoluogo campano al vertice della nuova economia della narrazione e della comunicazione.

Dalla città che cercava nell’Italsider o nell’Alfa Sud un impossibile sogno industrialista siamo oggi alla città dei mille set televisivi e cinematografici che rendono i quartieri napoletani fabbriche multimediali a cielo aperto. Prima del Covid, nell’ultimo quinquennio a Napoli si incontravano in media circa 19 set di produzione audiovisiva mentre a Milano erano otto e a Londra undici. Alla Mostra di Venezia del 2018 delle tredici pellicole presentate a vario titolo e per diversi concorsi undici erano prodotte e parlavano di Napoli. E non era solo Gomorra

Anzi, sulla scia di quella suggestione che rimane, forte era il richiamo dell’immaginario letterario e musicale di quella città. Dai nuovi rap mediterranei alle versioni televisive dell’Amica Geniale, Napoli ha trovato modo di prolungare il miracolo di Un Posto Al Sole, cioè di una fiction che diventa catena di montaggio permanente, in un caleidoscopio di creatività ipermediale, dove video, testi e musica s’intrecciano in una varietà infinità di format.

L’effetto di questo lievitare, pressoché spontaneo, senza una politica e tanto meno un gruppo dirigente, ha da una parte distribuito in maniera spontanea nella città, senza seguire interessi polarizzati in gruppi o partiti, gli effetti di questa geo valorizzazione. Il turismo è esploso, con un’espansione dell’offerta di servizi e ospitalità nel ventre della città, dai quartieri del decumano a quelli spagnoli, risanando automaticamente zone di sussistenza malavitosa e rendendo conveniente la bonifica del territorio. Così come si è consolidato un mercato professionale avanzato di tecnicalità del circuito televisivo e cinematografico e di artigianalità delle linee narrative.

Dall’altra parte, si è integrata e completata quella fabbrica di talenti che in passato aveva comunque prodotto semilavorati e semipersonaggi, che pativano la mancanza di un mercato di sbocco diretto. Oggi la rete ha rimosso questo limite dando un palcoscenico quotidiano a migliaia di produttori della fabbrica dell’immaginario, molti dei quali sono arrivati fortunatamente al grande pubblico.

Un comizio di Antonio Bassolino in piazza Carità, nel cuore di Napoli

Questi due motori hanno riclassificato socialmente e anche urbanisticamente la metropoli creando un’area di disintermediazione della politica e di alta qualità della domanda di relazione sociale. Siamo nei primi anni del 2000 quando la sinistra napoletana si autoaffonda con la suggestione del partito personale che Bassolino governatore impersona e semplifica con il suo carisma. Il plebiscitarismo diventa una scorciatoia rispetto all’analisi sociale e soprattutto il controllo dei flussi elettorali sostituisce la rappresentanza degli interessi. Ma proprio la natura di questa forma di richiamo leaderistico diventa quanto mai instabile e provvisoria quando subentra, come identità dei ceti medi radicalizzati, l’antielitarismo, che spinge fuori da ogni solco politico la pressione sociale.

La sinistra smette così di produrre senso comune e richiamo intellettuale, e si allentano i primi rapporti con il mondo delle professioni e della ricerca che pure a Napoli comincia a radicarsi.

Il secondo elemento critico che la defaillance universitaria denuncia riguarda il rattrappirsi della forma partito. Infatti le sfaccettature sociali che lo sviluppo multimediale della città genera non sono né intercettate né tanto meno rappresentate da forme politiche. E un partito senza rappresentanza diventa puro strumento di poteri miopi e bolsi come quelli esercitati dai miseri capo bastoni clientelari che si contendono i posti in lista. Nella stagione più fulgida delle primarie, quelle a cavallo del 2012-2015, Napoli è l’unica città dove ogni volta che va in scena il rito dell’apertura del partito alla società arrivano i carabinieri. Denunce, brogli, scorrettezze, scambio di soldi e favori spiegano meglio di un saggio cosa sia un partito senza popolo. Sono gli eletti che scelgono gli elettori. 

Nel nuovo Pd che va ora alla campagna elettorale per la conquista di Palazzo San Giacomo il vertice è visibilmente cambiato per dato anagrafico e culturale, non per la pratica.

Gaetano Manfredi con il vicesegretario del Pd Beppe Provenzano, al centro, e Marco Sarraccino, segretario metropolitano Pd Napoli

La dipendenza della strategia dai destini elettorali del leader locale è stata sostituita con la dipendenza dagli umori di un leader nazionale. Per questo a freddo si decide di legare le sorti del centrosinistra a un’improbabile, e insondabile nelle eventuali convenienze, alleanza tra Pd e 5S. Due mondi che si erano aspramente combattuti, a Napoli più che nel resto del paese, composti da esperienze entrambe largamente minoritarie, anche nelle stagioni più fortunate dei due marchi politici, cercano un improbabile successo solo nell’impresentabilità dell’esperienza amministrativa uscente, quale quella dell’ex magistrato Luigi De Magistris.

Un dato che testimonia invece proprio la debolezza dei due nuovi partiti di governo. Infatti proprio l’eclettica ed evanescente proposta di De Magistris, nonostante l’evidente impresentabilità sia politica che programmatica della sua compagine, non a caso è riuscita due volte a sconfiggere sia il Pd che i 5S, ratificando la sostanziale estraneità dei due apparati politici nella città.

Questa volta s’aggiunge alla contesa una destra abile a mascherarsi dietro a un’alleanza civica guidata da un magistrato come Catello Maresca, che si presenta al voto senza palesi scheletri nell’armadio e con una leggera disinvoltura politica che gli viene dal non essere condizionato formalmente dalle forze politiche che localmente non erano riuscite a sfondare nemmeno contro avversari fragili. Con questa leggera disinvoltura Maresca sta pescando ampiamente nelle fila dello stesso centrosinistra che proprio con la sua alleanza a freddo con i grillini ha autorizzato ogni libera uscita di elettori e dirigenti.

Ma è la scacchiera sociale del territorio che segnala una volatilità della presa politica del centrosinistra. Nelle periferie la morsa clientelare, anche quando non inquinata dalla camorra, non viene ormai minimamente contrastata, al massimo si tenta di sostituirla, omologando linguaggi e legami. Verticalmente i grandi interessi economici – dall’eterno comparto immobiliare alle aree di intreccio fra impresa e ricerca, fino all’artigianato evoluto – rimangono all’asta, senza identità o preferenze. Il grande serbatoio di San Giovanni, dove proprio il rettore Manfredi ha lasciato un solco profondo con le esperienze delle academy miste con i privati che in qualche modo hanno affievolito il senso critico e negoziale dei segmenti scientifici rispetto agli sponsor, da Apple ad Accenture, resta un fungo nel deserto. La zona est langue ancora da trent’anni in attesa di un progetto che trasformi gli scheletri della depressione industriale in chance come a Liverpool o a Lille. A Bagnoli ormai siamo alla gag: da quarant’anni si consumano miliardi e commissari senza cavare un coniglio bianco dal cilindro, anzi desertificando quel poco che era stato costruito, come il deperimento di Città della Scienza dimostra. Questa è materia per il partito dell’università. 

Ma niente sembra in cottura. Non si parla di una finalizzazione delle risorse del Recovery Fund, non si apre una discussione sul destino tecnologico della città, non si raccoglie la proposta della CGIL di un piano regolatore del 5G, che renda il comune impresario di una strategia di connettività e di riorganizzazione dei servizi. Temi su cui si potrebbe identificare una identità politica, trovando spazio autonomo rispetto alla totalitaria gestione delle risorse da parte del governatore De Luca. Ma anche su questo la tattica prevale sulla strategia e si preferisce il quieto vivere rispetto a una forte marca progettuale. 

Il PD in questo scenario non può che cercare nicchie di voti come tenta goffamente aprendo ai centri sociali di Insugencia o raccogliendo adesioni culturali per contrastare il logoramento che la candidatura di Bassolino comunque produrrà.

Infine il terzo buco nero che si intuiva dalle difficoltà del voto elettorale è l’insofferenza baronale per i baroni. Diciamo quella forma di antielitarismo dall’alto, tipico del gattopardismo napoletano, che vede ceti dirigenti e proprietari mettersi alla testa di ondate protestatarie per guidarle contro i propri nemici. Napoli è gia oggi una trincea di una spinta a destra. Quell’inconsapevole capolavoro culturale che Lega e Fratelli d’Italia stanno conducendo, impossessandosi della bandiera della libertà personale contro l’ossessione statalista, come chiamano persino la cautela sanitaria, in una città che deve sempre trovare un caproerspiatorio per i propri fallimenti è davvero manna dal cielo. Nelle prossime settimane, via via che la liberalizzazione dai vincoli della pandemia aprirà varchi e ripristinerà comportamenti, la destra si intesterà ogni provvedimento ergendosi a tutrice della quotdianità borderline con la legge. Una spinta a destra che vedrà proprio Napoli palcoscenico e motore di un ribellismo neoborbonico antipubblico. Nessuna esperienza di conflitto sociale, di negoziato culturale, di attrito politico sembra oggi animare l’orizzonte della sinistra che si propone solo come una versione affidabile e più sperimentata dello stesso tran tran amministrativo. 

Mentre la destra soffia nelle trombe della sovversione dall’alto, come diceva Gramsci.

Contro questa ondata non ci sono vaccini ma solo testimonianze. Il sorriso di De Giovanni, con il suo retorico senso comune, o i richiami di Macri o del redivivo Erri de Luca, tornato in città. Élite che confermano la spinta antielitaria dove nessuna rete sociale potrà opporsi allo scambio molecolare tra autodeterminazione e impunità che verrà offerto dalla destra, con il volto rigoroso del candidato magistrato.

Napoli cambia, il centrosinistra napoletano no ultima modifica: 2021-06-18T20:33:01+02:00 da MICHELE MEZZA

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