Uno Stato fallito

Al buio. In tutti i sensi. Un Paese in ginocchio, senza luce, senza lavoro. Senza futuro. È il Libano oggi. Predato, violato, messo in ginocchio da miliardari spacciatisi per leader politici, in balia di un anti Stato che ha occupato lo Stato. In nome e per conto della teocrazia di Teheran.
UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Uno Stato fallito. Al buio. In tutti i sensi. Un Paese in ginocchio, senza luce, senza lavoro. Senza futuro. È il Libano oggi. Predato, violato, messo in ginocchio da miliardari spacciatisi per leader politici, in balia di un anti Stato che ha occupato lo Stato. In nome e per conto della teocrazia di Teheran. Il Paese dei Cedri sta morendo. Nel silenzio della comunità internazionale. Libano, il passato che non passa, lo spettro della guerra civile che si materializza di nuovo.

Le armi non possono tornare a essere un mezzo di comunicazione tra i partiti libanesi, perché siamo stati tutti d’accordo nel voltare quella pagina oscura della nostra storia.

Il presidente libanese Michel Aoun ha commentato così la giornata di scontri e violenze avvenuta giovedì a Beirut, che a molti ha ricordato i momenti più tragici della guerra civile combattuta nel paese tra il 1975 e il 1990 e legata a profonde divisioni tra le componenti religiose del Libano.

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Le violenze sono state compiute durante una manifestazione organizzata dai partiti radicali sciiti Hezbollah e Amal. A un certo punto sono stati sparati diversi colpi di arma da fuoco dagli edifici dell’area dove si stava tenendo la manifestazione, che hanno ucciso sei persone e ne hanno ferite altre trenta. Non si sa ancora chi abbia sparato, ma l’attacco ha provocato la reazione dei manifestanti, che a loro volta hanno sparato verso gli edifici cercando di colpire i cecchini. I colpi d’arma da fuoco sono stati sparati quando il corteo si è spostato verso sud, nei pressi della rotonda Tayouneh. Gli spari sono arrivati da alcuni palazzi del quartiere Ain El Remmaneh, dove abitano molti cristiani maroniti, che la rotonda separa dal quartiere Chiyah, dove invece risiede soprattutto la comunità sciita.

Proprio quel luogo fu al centro dell’evento che diede inizio alla guerra civile libanese: il 13 aprile 1975, mentre si stava svolgendo una cerimonia di consacrazione di una chiesa maronita a Ain El Remmaneh, da un’automobile partirono raffiche di mitra sparate da profughi palestinesi. Ore dopo alcuni militanti del partito cristiano maronita delle Falangi Libanesi spararono contro un autobus che stava passando nel quartiere a bordo del quale c’erano 27 palestinesi, che vennero tutti uccisi.

Il rapporto della Banca Mondiale

Secondo molti analisti il Libano è un Paese già fallito. Per altri manca molto poco al crack. Certo è che il paese sta subendo una grave e prolungata depressione economica. Secondo l’ultimo rapporto della Banca Mondiale, Bank Lebanon Economic Monitor (Lem), pubblicato a giugno, la crisi economica e finanziaria del Paese dei cedri è tra le peggiori di sempre nella storia, addirittura da metà del 1800.

Per alcuni economisti quella libanese rientra nella top 10 dei default finanziari, per altri addirittura nella top 3.

Di fronte a sfide colossali, la persistente inazione politica e l’assenza di un governo pienamente funzionante, continuano ad aggravare condizioni socio-economiche già disastrose e una fragile pace sociale senza un chiaro punto di svolta all’orizzonte,

scrive l’istituto di Washington.

Il titolo del rapporto della Banca Mondiale non promette nulla di buono: “Lebanon Sinking: To the Top 3”. La pubblicazione presenta i recenti sviluppi economici ed esamina le prospettive del Paese con i rischi annessi. Per oltre un anno e mezzo, il Libano ha affrontato sfide differenti: la più grande crisi economica e finanziaria in tempo di pace, la pandemia da Covid-19 e l’esplosione del porto di Beirut, avvenuta il 4 agosto dell’anno scorso. 

Come evidenziato dagli osservatori internazionali tutte le risposte politiche ed economiche della politica libanese a queste sfide sono state completamente inadeguate e fallimentari. Nel paese non si è mai arrivati a un consenso su iniziative politiche efficaci. L’unità d’intenti, invece, si è trovata nella difesa strenua di un sistema economico fallimentare che continua a favorire pochi a danno della maggioranza. A peggiorare la situazione, una prolungata guerra civile che ha aggravato condizioni socio-economiche sempre più disastrose che rischiano di provocare fallimenti nazionali sistemici con effetti regionali e potenzialmente globali. 

I numeri della Banca Mondiale non lasciano scampo e tratteggiano uno scenario da incubo. L’istituto stima che nel 2020 il Pil si sia contratto del 20,3 per cento dopo un calo del 6,7 per cento nel 2019. Di fatto, il Pil libanese è crollato dai quasi 55 miliardi di dollari nel 2018 a circa 33 miliardi di dollari nel 2020, mentre il prodotto pro capite è sceso di circa il quaranta. Una contrazione così forte, normalmente, è associata, spiega la Banca Mondiale, a conflitti o guerre. “Le condizioni monetarie e finanziarie rimangono altamente volatili; nel contesto di un sistema di tassi di cambio multipli”. Il cambio medio della Banca Mondiale si è deprezzato del 129 per cento nel 2020. L’effetto sui prezzi si è tradotto in un’impennata dell’inflazione, con una media dell’84,3 per cento nel 2020. Soggetto a un’incertezza eccezionalmente alta, si prevede che il Pil si contrarrà di un ulteriore 9,5 per cento anche quest’anno. 

Il Libano affronta un pericoloso esaurimento delle risorse, compreso il capitale umano, e la manodopera altamente qualificata è sempre più propensa a cogliere opportunità all’estero, creando una perdita sociale ed economica permanente per il Paese,

ha detto Saroj Kumar Jha, direttore regionale del Mashreq della Banca Mondiale.

Solo un governo riformista, che intraprenda un percorso credibile di ripresa economica e finanziaria, e che lavori a stretto contatto con tutte le parti interessate, può invertire la rotta di un’ulteriore caduta e prevenire una maggiore frammentazione nazionale.

Ma anche la peggiore impasse può diventare un’occasione per ampliare il proprio potere, la propria influenza, anche se al prezzo di un innalzamento della tensione geopolitica. Come è accaduto il lo scorso 19 agosto, quando il leader di Hezbollah (partito che controlla la politica di difesa nazionale), Hassan Nasrallah, per dare risposte alla rabbia dei libanesi, ha annunciato un accordo con l’Iran per l’invio in Libano di tre petroliere (l’accordo non poteva essere formalizzato dal governo transitorio perché avrebbe violato l’embargo imposto dagli Stati Uniti sull’acquisto di petrolio da Teheran), scatenando l’ira sia di Washington, sia dei partiti rivali, preoccupati dall’esito dell’interferenza. Samir Geagea, leader delle forze cristiane libanesi, se l’è presa con il presidente Aoun:

Stai permettendo a Hezbollah di gestire la questione con metodi illegali a livello internazionale, e questo esporrà il Libano a una vera catastrofe.

Dunque Hezbollah come uno “stato nello stato”, comprese le minacce a Stati Uniti e Israele di non interferire sulla spedizione: «Considerate quelle petroliere come territorio libanese». La prima delle navi, secondo quanto riporta la Reuters, dovrebbe attraccare in Siria e da lì il petrolio sarà portato via terra in Libano.

Sostiene l’analista politico libanese, Bachar El Halabi:

I funzionari di Hezbollah vogliono dimostrare che posso provvedere alle necessità dei propri elettori, e non solo. Inoltre, se gli americani o gli israeliani avessero deciso di attaccare le petroliere, sarebbe stata un’altra vittoria per Hezbollah: avrebbero detto che è la prova che il mondo occidentale sta assediando il Libano.

Da Twitter: “Un’immagine della manifestazione pacifica organizzata oggi da Hezbollah per le strade di Beirut” (العميد ركن أحمد رحال @rahhalahmad06)

Il rapporto di Chatham House

Di recente è stato pubblicato un report molto dettagliato e documentato da parte del think tank inglese, Chatham House, dove si analizza in profondità la situazione del Libano e il pericolo che il paese dei cedri correrebbe se Hezbollah conquistasse il potere. Hezbollah opera indisturbato con traffici illeciti godendo della collaborazione e della copertura di funzionari corrotti della politica e delle istituzioni. Le milizie al confine siriano gli sono fedeli e questo ha consentito di far passare droga e merci e, naturalmente, armi inviate da Teheran.

Da alcune indiscrezioni trapelate sembra che spesso l’organizzazione logistica di Hezbollah ottenga documenti falsi rilasciati direttamente dal Ministero dell’Agricoltura per far entrare, attraverso il confine, carichi di droga spacciandoli per sementi e affini. Inoltre, le stesse fonti riferiscono che le milizie sciite abbiano libero accesso, con la compiacenza di direttori generali corrotti, ai fondi ministeriali stanziati anche in favore di Ong affiliate, potendoli quindi utilizzare senza necessità di ulteriori iter autorizzativi da parte dei ministri. 

È in questo contesto che, lo scorso 4 ottobre, il Libano è stato investito dallo scandalo dei Pandora Papers. I libanesi hanno scoperto che la classe dirigente e politica – già ampiamente accusata della paralisi e del sistema di corruttele che regola tutti gli equilibri interni al paese – è tra le più coinvolte nell’inchiesta sulle società offshore. Gli alti papaveri ai vertici delle istituzioni ci sono tutti: l’attuale primo ministro Najib Mikati, il governatore della banca centrale Riad Salameh, l’ex primo ministro Hassan Diab, il potente banchiere Marwan Kheireddine, e persino l’ex responsabile anticorruzione della Banca Centrale Libanese Mohammad Baassiri.

“Siamo campioni del mondo”, osservava con caustica ironia il quotidiano francofono di Beirut L’Orient le Jour sottolineando come, con 346 società, il Paese dei Cedri è il miglior cliente della società Trident Trust, specialista nella domiciliazione di società offshore. Secondo, a distanza, con appena 151 società è il Regno Unito. Ora, se possedere una società offshore non è necessariamente contro la legge, che figure politicamente esposte cerchino di nascondere la propria ricchezza risulta quantomeno inquietante. “Mentre il paese attraversava una crisi economica senza precedenti – sintetizza The Conversation – la classe dirigente libanese è corsa a nascondere all’estero ricavi su cui andrebbe fatta piena luce”.

Diseguaglianze in Libano (da ISPI, fonte al Jazeera)

Annota Ugo Tramballi, tra i giornalisti italiani che meglio conosce la realtà mediorientale, oggi ISPI Senior Advisor:

La ricchezza non è necessariamente accumulata a spese del bene pubblico”, ha spiegato Najib Mikati, uno degli uomini più ricchi del Libano, ancora premier, ora nei “Pandora Papers”. Con lui altri 345 libanesi, compreso il governatore della Banca Centrale: per nazionalità, è il gruppo più numeroso. Sul piano legale forse Mikati ha ragione. Ne avrebbe di più se facesse il premier gratuitamente, se con parte della sua ricchezza aprisse un fondo sociale, se facesse riforme che invece non vuole nessuno. Secondo la Banca Mondiale quello libanese è il crollo peggiore degli ultimi 150 anni; ora il blackout e un’altra esplosione. La classe dirigente pensa ai suoi affari, non al paese. Solo Hezbollah non ruba. Ma vuole riformare meno degli altri: ha creato uno Stato nello Stato che indebolisce il Libano quanto la crisi finanziaria.

Così è. E pensare che il salvatore della patria libanese possa essere l’uomo diretto da Teheran, Hassan Nasrallah, non è una illusione. E’ un insulto alla storia e al popolo libanese. 

Immagine di copertina: da Twitter هاكان الأصفر@sarihakann

Uno Stato fallito ultima modifica: 2021-10-15T19:00:09+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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