So in America

Tutto qui è falso, tranne ciò che è vero. Un romanzo autobiografico.
JEAN-JACQUES KUPIEC
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versione francese

Abbiamo il piacere e l’onore di pubblicare un ampio stralcio di un romanzo, autobiografico, scritto dal nostro caro amico Jean-Jacques Kupiec, che di mestiere è biologo ed epistemologo, peraltro di grande fama, ma che qui si cimenta, magnificamente, con la narrativa, raccontando episodi di un viaggio “di formazione” negli Usa, agli inizi degli anni Settanta. Il libro è ancora in bozza, ma, dietro nostra insistenza, Jean-Jacques ha accettato di pubblicarne un’anticipazione, nella versione francese e in quella italiana (traduzione mia e di Marco Michieli). Buona lettura, G. M.

Prologo

La guerra del Vietnam è considerata una grande sconfitta per gli Stati Uniti. Non solo portò all’abbandono di tutta l’Indocina e alla sua deriva verso la sfera comunista, ma ha anche a un rifiuto di massa della politica americana da parte dei giovani di tutto il mondo negli anni Sessanta e Settanta. Eppure, c’era qualcosa di ambivalente nel rifiuto dell’America. Che, allo stesso tempo, esercitava un enorme fascino. Gli anni Sessanta e Settanta hanno anche visto gli Stati Uniti stabilire il loro totale dominio culturale (almeno per quanto riguarda il XX secolo).
Fu in quel periodo che feci il mio primo viaggio transatlantico. Sono grato al mio amico Guido Moltedo per la pubblicazione di questo testo in cui racconto la storia del primo giorno passato a New York nel 1972.
Mi è capitato di incontrare Guido in quella città qualche giorno dopo. Spero di avere ancora abbastanza energie per raccontarlo prossimamente.

Di solito capita solo nei film, mica nella vita reale. Be’, a me è successo, proprio all’inizio del viaggio! Fantasia estrema, amici miei! Insomma: quasi estrema.

Mi trovavo a viaggiare su un jumbo della Pan American Airways che era quasi vuoto. All’epoca accadeva, non era un problema, non si cancellava un volo per così poco per poi chiederci di prendere quello successivo.

Naturalmente non deve sorprendere se, in condizioni così, la compagnia sia fallita poco dopo. Quanto all’emissione di carbonio per passeggero trasportato, chi mai aveva mai sentito parlare di un simile concetto?

Ma tutto questo è secondario. Chi scrive non ha alcuna intenzione di intrattenervi sulla crisi climatica, sulla grande catastrofe ecologica in corso o sul collasso generalizzato annunciato da uccelli del malaugurio. Che ci volete fare?

È un vecchio sessantottino attardato, uno di quei figli viziati del baby boom, un godereccio disinibito che ha beneficiato di trent’anni gloriosi, non ha mai conosciuto altro che la piena occupazione, ha vissuto senza preoccuparsi del domani e sta lasciando un mondo marcio ai suoi figli… Almeno, questo è quello che ti dicono le malelingue, gli invidiosi, i malmostosi. Non ho intenzione di discutere con questa bella gente. Meglio iniziare la mia storia.

L’hostess stava percorrendo la parte deserta dell’aereo. Camminava lungo il corridoio tra file di posti vuoti, aria altezzosa, dritta sui tacchi, indosso un abito elegante. Alcuni passeggeri si erano messi seduti vicino e avevano fatto conoscenza. Avevano l’aria di divertirsi. Potevo anche vederli ridere a volte.

Io, invece, me ne stavo seduto da solo in fondo, con diverse file di posti liberi intorno a me. Indossavo un pullover senza maniche, d’un tessuto che sembrava scamosciato, che mia madre aveva fatto per me, su mia richiesta, prima di partire. L’avevo messo per il viaggio, pensavo facesse elegante e casual.

Arrivata alla mia altezza, mi chiede se va tutto bene e mi dice che ho l’aria stressata. Penserete che sto esagerando, lo so, paranoico come sono, ma all’inizio penso che si stia chiedendo se sono uno di quei terroristi che già allora facevano notizia e se mi sto preparando a lanciare una bomba.

Era il clima di quei tempi, anche se le cose sono cambiate pure in questo campo. I terroristi facevano mostra di una certa civiltà. Non si facevano saltare in aria con l’aereo e i passeggeri. S’accontentavano di dirottarlo, prendere ostaggi e avanzare le loro richieste. Solo in seguito, se non ottenevano soddisfazione, avrebbero iniziato a uccidere e a far esplodere bombe. Oggi, quasi quasi ci mancano quei terroristi degli anni Settanta.

Può darsi che sembrassi davvero stressato o triste. Me lo dicono a volte, anche se non me ne rendo conto e non mi sembra di esserlo più di chiunque altro. Mi ci sono abituato. Ma ora, in quel preciso momento sull’aereo, ero piuttosto annoiato. Forse anche lei s’annoiava.

Dato il numero ridotto di passeggeri, non aveva molto da fare, quindi il tempo doveva sembrare lungo. In ogni caso, prima che potessi dire qualcosa, si siede accanto a me e inizia a parlare. Il mio cuore comincia immediatamente a tambureggiare.

Non so di cosa abbiamo parlato. Di tutto, di niente. Mi fa domande: dove vado, perché, e altre cose che ho dimenticato. Sono alquanto intimidito da questa donna, più anni di me, che indossa un’uniforme che le dà autorità e che appare alla mia mente giovanile come un muro impenetrabile che blocca permanentemente l’accesso al suo corpo.

Ma si rivela così gioviale e sciolta che il mio imbarazzo scompare rapidamente. Comincio a parlarle con entusiasmo. Le parole m’escono di bocca spontaneamente, facilmente, senza che debba pensare a cosa dire. Una misteriosa alchimia ha preso piede. Perdo la cognizione del tempo e dimentico dove mi trovo, finché non mi dice, trafiggendomi di nuovo con i suoi due occhi acuti:

“Le va dello champagne? Ce n’è ancora tanto in frigo. Non abbiamo servito quasi niente”, e senza aspettare risposta, s’alza e aggiunge: “Venga, mi segua!”. E lo dice in modo così naturale che m’alzo immediatamente e la seguo. Risaliamo verso la parte anteriore dell’aereo. D’improvviso mi sento come in un sogno, come non abbia alcun controllo su ciò che sta accadendo. Qualcuno deve aver spento il suono, la cabina dell’aereo s’è fatta silenziosa, non sento più il rombo dei reattori. I corpi hanno perso la gravità, cammino sull’ovatta, il mio cuore batte sempre più forte.

Entra nello scompartimento dove sono tenute le bevande e i pasti. Ho un attimo di esitazione, ma lei si gira e mi fa un cenno con la mano, come per dirmi d’entrare anch’io. Ora siamo faccia a faccia, siamo molto vicini. Apre il frigorifero e tira fuori una bottiglietta di champagne, ne riempie una coppa e me la porge, poi un’altra per sé:

“Sa, non dovrei berlo. Sono al lavoro, dopo tutto”, mi dice, sbattendo le palpebre con un leggero sorriso. Siamo sempre più vicini, sento il soffio del suo respiro accarezzarmi il viso, e poi, cosa sia successo, non saprei dirlo, il fantasma s’è interrotto improvvisamente. Torna il suono, ecco di nuovo il rombo dei reattori; sento il pavimento sotto piedi, i corpi hanno riacquistato la loro gravità. Ci guardiamo in silenzio. Cerco qualcosa da dire. Invano. Le parole non m’escono più dalla bocca, ormai una sorgente inaridita. La misteriosa alchimia s’è interrotta. La cosa va avanti per un po’ finché non sentiamo il segnale che la discesa verso l’aeroporto Kennedy sta per iniziare. Usciamo dallo scompartimento e vado a riprendere il posto a sedere. E lei torna al suo lavoro.

Jeannot era in attesa nel salone dell’aeroporto, davanti all’uscita degli arrivi internazionali. Era seduto in mezzo a una schiera di tizi e donne che stavano anche loro aspettando qualcuno. Aveva la testa ficcata in un giornale, facendo finta di leggere senza vedermi, con aria assorta. Gli piaceva fare scherzi, a Jeannot, lo dicevano tutti. L’individuo immediatamente, m’avvicino e mi pianto di fronte a lui. Lui continua a fingere di non vedermi. Gli dico “Jeannot”. Alza lo sguardo e sorride: “Era per vedere se mi riconoscevi ancora dopo tutto questo tempo!”

La corsa folle ora inizia davvero.

Uscendo dal terminal, l’afa della metropoli

Uscendo dal terminal, sento il calore della città, soffocante, umido, è un blocco di cemento spesso che mi schiaccia. Ho l’impressione di sprofondare nell’asfalto e mi dico che non ce la farò. Le persone intorno a me invece non sembrano soffrire. Viaggiatori appena sbarcati, poliziotti, lavoratori dell’aeroporto vanno e vengono, s’affollano e s’incrociano in tutte le direzioni. Si sentono suonare i clacson, i motori di auto e autobus. Grandi taxi gialli arrivano e partono in continuazione in un giro incessante. C’è chi fa segni, chi grida per prenderne uno, correndo sulla strada prim’ancora che si fermino. Si direbbe che sono esseri che hanno perso il senso dell’orientamento, vagando senza meta come particelle elementari soggette al moto browniano. Ma è un disordine apparente. Hanno desideri e sanno dove vogliono andare. Ognuno a turno si stacca dalla folla e segue un proprio percorso. Lo so perché sono uno di loro.

Jeannot mi dice:

Verrai a stare da me, ma prima passiamo a casa dei miei genitori. Mia madre è in montagna in vacanza, con Roger e Pierrot, ma mio padre è lì. Vorrebbe vederti.

Saliamo su un taxi. M’accomodo sull’enorme e solido sedile. Ho una sensazione di leggerezza e dondolamento. L’autista apre il finestrino interno che separa la parte anteriore da quella posteriore dell’auto per chiedere l’indirizzo dove portarci. La famiglia di Jeannot abita a Nostrand Avenue, all’estremità di Brooklyn, vicino a Coney Island. Jeannot dà l’indirizzo all’autista con alcuni dettagli per indicargli la strada. Si scambiano un paio di frasi, ridendo.

Nostrand Avenue oggi

Faccio fatica a capire. L’inglese che parlano sembra molto diverso dall’inglese che ho imparato. L’autista chiude il finestrino, gira la chiave d’accensione e l’auto parte. Il taxi esce dall’aeroporto e si dirige verso la città.

Mentre continuiamo a chiacchierare, Jeannot e io, sbircio dal finestrino dell’auto. Il paesaggio che scorre davanti ai miei occhi non è particolarmente interessante, ma l’osservo con curiosità: magazzini dal tetto piatto, costruiti con mattoncini rossi, separati tra loro in certi punti da terreni incolti dove marciscono carcasse di furgoni arrugginiti, il terreno coperto di erba ingiallita rinsecchita o di vecchio catrame che si scioglie per la calura; qua e là, periferie abitate, case o piccoli edifici; a volte, si riesce a vedere dall’altra parte l’oceano brillare al sole. Jeannot mi dice sussurrando:

Sai, mio padre sta molto male. Un cancro al pancreas. La notizia mi coglie di sorpresa. I miei genitori non lo sapevano. i Trajer non ce l’avevano detto nelle lettere che ci eravamo scambiati prima della mia partenza.

Dopo una trentina di minuti siamo in un ampio viale fiancheggiato da edifici di pietra giallo crema, tutti costruiti secondo lo stesso modello. Il taxi si ferma davanti a uno di loro.

“Sono case popolari, housing project, sovvenzionati dal comune”, precisa Jeannot. Scendiamo dal taxi, l’autista apre il bagagliaio e prendo la valigia.

Il sole è ancora alto nel cielo e fa ancora caldo; tra il marciapiede e il palazzo c’è un marciapiede molto largo con aiuole fiorite tenute alla bell’e meglio, qualche albero fornisce una parvenza d’ombra. Ci dirigiamo verso l’entrata del caseggiato. Si sentono grida e risate. I bambini si lanciano petardi a vicenda. Si riuniscono concitatamente intorno a chi ne accende uno, poi si disperdono correndo e saltando. Jeannot mi spiega che è l’Independence Day, un giorno festivo in America, come il 14 luglio in Francia.

Il signor Trajer era rimasto a New York per lavorare nonostante il tumore che aveva allo stomaco. Era responsabile della manutenzione tecnica in un grande hotel di Manhattan, il Waldorf, credo. Non vedevo i Trajer da quando avevano lasciato la Francia dodici anni prima. La signora Trajer aveva un fratello negli Stati Uniti che li aveva convinti a emigrare e aveva facilitato il processo di ottenimento dei visti. La loro partenza era stata un piccolo evento nel gruppo di amici che avevamo formato a Parigi.

Adesso vivevano in un grande appartamento con tutte le comodità, ma arredato semplicemente, senza eccessivo lusso. Quando arriviamo, il signor Trajer è in sala da pranzo e sorseggia un tè, indossa pantaloni di stoffa leggera grigio-azzurro e una maglietta bianca. Lo riconosco subito, non è cambiato, è forte come sempre, nonostante la malattia. Il viso ha tratti regolari, equilibrati, anche se un po’ marcati.

Si sarebbe potuto immaginarlo come un attore; sarebbe stato bene nella parte dell’avventuriero in un film d’azione. Emanava come un senso di durezza e severità. Da bambino mi faceva anche un po’ paura, ma ora m’accoglie con molto calore. Prima ci scambiamo le solite banalità di rito, poi mi chiede quanti anni ho ed esclama:

Vent’anni! Impossibile! Ah! Jean-Jacques! Incredibile come sei cambiato. L’ultima volta che ti ho visto eri così piccolo! Ora sei un uomo!

Mi chiede poi dei miei genitori, di mio padre in particolare, con il quale aveva combattuto in Spagna nelle Brigate Internazionali, prima di unirsi alla Resistenza durante la guerra. Parliamo della vita a Belleville negli anni Cinquanta e delle vacanze che trascorrevamo insieme dopo che i miei genitori avevano comprato un pezzo di terra e una bicocca a Ozoir-La-Ferrière, dove venivano spesso a trovarci.

Spuntano i tanti ricordi che si susseguono nella nostra memoria e che lui evoca con nostalgia. Finisce persino per sembrare malinconico. Mormora, pensoso, sia a se stesso sia a me:

“Ha fatto bene Ajzyk! Ho sempre saputo che era un ragazzo capace, un mentsh“. Sorride e piega leggermente la testa fissando lo sguardo verso di me, ma non sembra vedermi, come se stia vedendo qualcosa in lontananza dietro di me.

Capisco che anche se le condizioni dei Trajer sono migliorate, l’America non ha mantenuto tutte le sue promesse e non li ha ripagati con i suoi benefici. La loro situazione resta lontana dai sogni che coltivavano e che avevamo condiviso con loro prima della loro partenza.

Il signor Trajer era rimasto un operaio e aveva dovuto lavorare duramente fino agli ultimi giorni della sua vita, che era stata, in fondo, un susseguirsi di prove: la guerra, la scomparsa dei suoi genitori, un’esistenza da rifugiato a Parigi, poi un altro esilio negli Stati Uniti all’età di cinquant’anni, e ora questo cancro che lo divorava e che lui sopportava senza lamentarsi.

Eppure, per tutto il risentimento che poteva provare, non era amareggiato. Non per niente era stato nella Resistenza. Sopportava la prova con distacco e, per quanto lo riguardava, non s’aspettava molto dal trasferimento in America. Era soprattutto il desiderio di sua moglie.

La discussione, a un certo punto, prende una piega del tutto inaspettata che mi lascia di stucco. Jeannot e il signor Trajer urlano l’uno contro l’altro, prendendomi come testimone. Il signor Trajer è un fumatore accanito. Un pacchetto di Winston è sul tavolo e lo prende per accendersi una sigaretta. È allora che Jeannot grida:

“Perché continui a fumare? Lo sai che è veleno. Devi smettere!”. Una smorfia di disgusto gli deforma il viso.

“Lasciami in pace”, risponde il signor Trajer. Ma la mancanza di convinzione nella voce ne tradisce lo smarrimento. Si volta verso di me e dice, con aria contrita e rassegnata, implorando la mia comprensione:

“So che è un veleno. Vorrei smettere ma non ci riesco”.

È solo l’inizio.

Era inevitabile che si arrivasse alla politica. Un giornale yiddish è posato davanti a lui, accanto alla sua tazza di tè. Gli chiedo che giornale è. Lo prende in mano e me lo mostra:

“È Forverts. Un buon giornale. Progressista. Ma niente a che vedere con Naïe Press!“

Nonostante i dodici anni passati negli Stati Uniti, non ha rinunciato al suo impegno, le sue convinzioni sono rimaste intatte. È ancora socialista, se non comunista. Mi spiega che in America non è come in Francia, che i sindacati sono in mano alla mafia, che non bisogna aspettarsi molto dalla classe operaia, che i lavoratori sono alienati, privi di coscienza politica. Anche se mi parla in francese, percepisco nella sua voce, nel suo tono mutevole, nelle sue inflessioni, nel suo ritmo a scatti, una melodia familiare, quella dello yiddish che, in una discussione politica, non è parlato. È scandito. Martellante.

Marlon Brando legge Forverts sul set di Bulli e pupe, 1955. (Photo credit: Phil Stern)

Jeannot contraddice suo padre, con insolenza. Un sorriso ironico, all’angolo della bocca, dichiara il marxismo un cumulo di spazzatura che è tempo di dimenticare. È troppo per suo padre, che urla:

“Come può mio figlio dire queste cose? Cose così stupide?” L’amarezza gli raschia il fondo della gola, ma Jeannot insiste.

“I comunisti e i socialisti sono bugiardi. Sono i peggiori sfruttatori. Guarda cosa succede in Russia”.

Lo sguardo del signor Trajer si fa di nuovo scuro e picchia, gli occhi neri di rabbia:

“Pensa di sapere, ma non sa niente! Non ha cultura politica! Non sa niente della storia! Niente di niente, come tutti gli americani! È un idiota! Gli hanno fatto il lavaggio del cervello!”

Poi, d’improvviso. il signor Trajer s’intenerisce e sembra persino lì lì per piangere. E aggiunge:

“Come può accadere una cosa del genere? Dì, Jean-Jacques!”

Come si può immaginare, sono alquanto imbarazzato. Non ci vedevamo da dodici anni e, appena arrivato, mi trovo immerso in questo psicodramma familiare. Soprattutto perché anch’io a volte m’è capitato di litigare con mio padre. So di che si tratta. Non abbiamo combattuto per le stesse ragioni, ma il risultato è lo stesso. Quello di cui sono testimone a Brooklyn nell’appartamento dei Trajer è troppo simile a scene che c’erano state a casa dei miei a Parigi, e questo mi mette a disagio.

Il signor Trajer alla fine si calma e aggiunge:

“Su una cosa, però, ha ragione Jeannot, bisogna ammetterlo. Il tabacco. Ma non ci posso più fare nulla. È troppo tardi”.

Jeannot, poco dopo, telefona a sua madre. Parla con lei per un po’, poi mi passa la cornetta. Anche lei vuol sapere della mia famiglia, ma non come il signor Trajer.

“Come stanno i tuoi genitori? E Rosette? Ho sentito che ha divorziato. Cosa non andava in suo marito? Era un medico. E invece ha sposato un insegnante di scuola? Ma perché? È più felice ora? Tonia! Deve essere felice, Tonia! Ehi! a brokh! I bambini a volte non sai cosa gli passa per la testa! Tu fai delle cose e te ne infischi di quel che succede poi ai tuoi genitori!”

– “Sì… Sai…” Balbetto qualche parola, ma prima che possa dire qualcosa m’interrompe e cambia bruscamente l’argomento della nostra conversazione:

“Sai… è bellissimo qui! Dovresti venire!” Spiega che conosce il proprietario dell’hotel dove lui alloggiava mentre Roger lavorava come cameriere. Gli avrebbe chiesto se mi avrebbe assunto per unirmi a loro. Poi mi dice dolcemente:

“T’ha detto Jeannot? Simon, sta molto male… Brutta cosa, sai”.

Ne parlo con Roger. Era lui il mio amico a Parigi. Jeannot era amico di mia sorella. Ci diciamo che sarebbe molto bello se potessi venire anch’io a lavorare nell’albergo. Mi spiega che si trovano in una cittadina di villeggiatura sui monti Catskills. Mi ricorda anche la cicatrice che ha sulla fronte e di cui ero responsabile. Era venuto a trovarmi un giovedì pomeriggio, poco prima della loro partenza per l’America. Avevamo fatto la lotta. Aveva battuto la testa sull’angolo di un mobile accanto al mio letto e si era tagliato il cuoio capelluto. Aveva sanguinato copiosamente e gli avevano messo una grossa benda intorno alla testa che portava ancora quando è arrivato a New York. Ne ridiamo tutti, ripensandoci.

Saluto il signor Trajer e andiamo subito da Jeannot per lasciare la mia valigia. È in affitto in un appartamento al piano terra in una casa di legno circondata da un giardino in una zona più residenziale di Brooklyn. All’ingresso della casa, incontriamo il proprietario che vive al primo piano. Jeannot mi presenta e gli spiega che sarò suo ospite per qualche giorno. Mi guarda sorridendo:

“Ah! A friend from France! That’s nice. Welcome John-Jack!”

Rimaniamo solo pochi minuti. Mi fa fare un giro, mi mostra il bagno, il soggiorno, il divano letto dove dormirò, poi usciamo subito per passare la serata a Manhattan.

Dobbiamo prima prendere un autobus che percorre viali infiniti e attraversa quartieri tutti uguali, zone neutre senza identità dove non ci si ferma mai, dove ci si può perdere e sparire. Poi prendiamo la linea D della metropolitana. Corre in superficie attraverso Brooklyn, raggiunge Manhattan attraverso un ponte sull’East River, s’interra sotto la città in direzione nord per finire da qualche parte nel Bronx. Il tragitto è senza fine. Siamo in piedi nel bel mezzo del vagone. Il treno si ferma a ogni stazione, il suo progredire è lento, difficile. Una procedere monotono, stazione dopo stazione, tutte quasi identiche tranne che per i numeri della strada o del viale: Avenue D, Avenue E, Avenue F, 23rd Street, 25th Street, 31st Street…

La metropolitana s’affaccia su un viale che scorre davanti ai miei occhi, ma ora non presto più attenzione al paesaggio. Mi sento come se il vagone stia galleggiando sopra Brooklyn. Improvvisamente penso agli ultimi giorni che avevo passato a Parigi prima della mia partenza. Stavo uscendo da una situazione dolorosa. Ero stato scaricato dalla mia ragazza. Una sera, mentre mangiavamo in un ristorante, mi aveva detto freddamente che aveva incontrato qualcuno. Uno più stabile, meno deprimente, che ha delle prospettive più chiare. Era difficile da sopportare. Era stata una mazzata. La mia autostima ne aveva sofferto.

Mi chiedo che ci sono venuto a fare in questo paese che concentra in sé tutto ciò che posso criticare. Perché non sono andato in Afghanistan con Nadine e Frédéric? (Oggi può sembrare strano, ma a quei tempi si poteva andare in Afghanistan in vacanza e molti lo facevano). Me l’avevano proposto e anche insistito. Li avevo incontrati all’università. Eravamo stati più volte alle stesse manifestazioni e siamo diventati amici. Si usciva la sera. Si fumava insieme spinelli ascoltando musica. Frédéric aveva comprato un’enorme mappa del mondo e l’aveva attaccata al muro all’ingresso del suo appartamento. Ci passavamo ore davanti, strafatti, immaginando i viaggi che avremmo fatto. Discutevamo i percorsi che avremmo fatto. L’estate precedente, noi tre eravamo andati in Marocco con la vecchia Seicento Fiat di Nadine. Era andata bene. Noi tre andavamo d’accordo ed ero tentato di tornare con loro, ma alla fine avevo detto di no.

Brooklyn Bridge

Manhattan

Ed ecco s’intravvede Manhattan, sembra un miraggio in lontananza, la sua sagoma grigia che squarcia un cielo ancora illuminato dal sole, declinante all’orizzonte verso ovest. Sono immediatamente ipnotizzato da questa immagine. Non riesco a distogliere lo sguardo. Diventa sempre più grande man mano che ci avviciniamo, fino a occupare tutto il mio campo visivo, quando ci troviamo sul ponte sul fiume. Improvvisamente i grattacieli sono lì, così vicini, così enormi che mi pare di poterli toccare con la mano. Ognuno ha una forma caratteristica che lo rende riconoscibile e gli dà una personalità propria, distinguendosi dietro il viluppo di magazzini e di edifici casuali che formano la prima fila lungo il fiume.

Il sole ora è un grosso pallone rosso che si posa dolcemente dietro Manhattan, sopra il New Jersey. Presto scompare e non restano che bagliori rossastri nel cielo. Tutto è catturato in una penombra e il tempo sembra essersi fermato. Prima che s’illuminino e comincino a brillare, i grattacieli sono diventati gigantesche ombre grigie. Mi fanno pensare a fantasmi giganti che si risvegliano e si preparano a vagare nella notte. Ma il momento dura poco. Sono bruscamente svegliato dal mio sogno da un enorme schianto. Stiamo attraversando il fiume e il treno corre sotto la città, ruggendo nel tunnel.

New York è diversa da qualsiasi altra città che avessi mai conosciuto. Lo spaesamento è totale, sto perdendo i punti di riferimento. Il contatto con un mondo che contiene qualcosa di inassimilabile e che rende magnetica l’America è brutale. Non ci sono passaggi intermedi per abituarsi. Prendere la metropolitana il primo giorno è come essere battezzati d’improvviso, senza un prete che ti dia la benedizione. Si è presi da uno stato d’animo difficile da immaginare per la città-faro degli Stati Uniti, la città più famosa del mondo. Si è presi da una sorta di timore misto a incredulità. All’esterno, i vagoni sono ricoperti da enormi graffiti composti da disegni e lettere dalle forme bizzarre da far pensare siano stati dipinti dagli artisti di un popolo extraterrestre che ha invaso i bassifondi.

All’interno, si è storditi dal cigolio degli assali che stridono, sono urla di un mostro di metallo agonizzante. Il violento sbandamento delle carrozze fa temere a ogni istante il cedimento e il distacco dei fissaggi. I sedili e le pareti sono rivestiti di materiali blu e arancioni. Esperti scienziati comportamentali devono aver consigliato l’uso di questi colori dal momento che esperimenti scientifici sui ratti hanno dimostrato il loro potere calmante, ma ora sono lacerati e tagliati. Evidenti atti di vandalismo.

Come l’esterno, l’interno delle carrozze è coperto da tantissimi graffiti. Formano motivi colorati, densi, sovrapposti, a casaccio, difficile trovarli belli, ma che, alla lunga, emanano un’estetica indefinibile, attraente e affascinante. Siamo in piedi in mezzo a una folla variopinta. Per non perdere l’equilibrio, mi aggrappo come meglio posso alla barra di metallo sospesa al soffitto, mentre sbircio furtivamente ai lati.

Sulla destra è seduto un tizio. Sonnecchia, il busto piegato in avanti, le braccia incrociate, la testa che fluttua nel vuoto sopra le ginocchia. Il corpo è scosso dai sobbalzi del vagone, movimenti erratici, da far temere che perda l’equilibrio da un momento all’altro e cadere per terra. Più volte è sul punto di rotolare definitivamente, ma all’ultimo momento, probabilmente allertato dall’istinto che sale dal profondo del suo essere quando si presenta il pericolo, si tira su in uno scatto salvifico che gli permette di evitare di sprofondare. Ha trasalimenti aprendo gli occhi, riesce a ricomporsi e a trovare una parvenza di equilibrio.

Quest’uomo deve essere sulla quarantina. Il suo viso ha un aspetto un po’ fanciullesco, anche se non è rasato e mostra prematuramente un po’ di rughe profonde. È biondo, occhi azzurri, una specie di Robert Redford di chissà dove. Indossa un abito beige chiaro di stoffa leggera e una camicia bianca con grandi scacchi blu, abiti sbiaditi che ovviamente non cambia da giorni. Li ha solo tolti per dormire? Eppure c’è una sorta di eleganza stracciona in lui che ricorda un giocatore professionista ormai senza fortuna e finito in tempi difficili, come quei personaggi dei film western: caduti in disgrazia, ma con un certo non so che di grazia cavalleresca rimasta in loro che gli permette di recuperare e riconquistare la donna che hanno perso. Questo qui ce la farebbe? C’è da dubitarne. Un po’ più in là, una donna sta mangiando un panino. È magra, secca e rigida. Il viso emaciato, logorato da una vita che si può immaginare dura e in cui dolcezza e amore sono esclusi. È mal vestita, ma non è una barbona. Quale può essere il suo lavoro, di cosa vive, dove abita? Sta lì, il suo viso inespressivo, impassibile, assente, un panino in mano, che morde avidamente e voracemente; sembra più motivata dal desiderio di afferrare qualcosa che non possa più essere portato via che dalla fame. La carrozza è immersa in una luce cruda e opaca, che attenua il rilievo delle cose e in cui lo spazio sembra perdere profondità. Mi figuro che queste immagini siano uscite da un dipinto realistico di Hopper. La luce è assorbita senza essere riflessa, così che le figure assumono un peso che le cristallizza nell’istante. Non ne sono sorpreso tanto il mio sguardo è saturo di tutte le immagini che l’America ci rimanda di se stessa. Dall’aereo che s’avvicinava all’arrivo, prima di atterrare all’aeroporto, avevo guardato dal finestrino le città che stavamo sorvolando e avevo visto le case, tutte rettangolari, identiche, incastonate in mezzo ai loro prati, allineate lungo i viali percorsi da grandi auto, e avevo avuto la sensazione di entrare in un film.

Di colpo, la cosa più sorprendente è che mi rendo conto che in metropolitana ci sono in realtà persone familiari, persone che sembrano condurre una vita normale. Le due donne alla nostra sinistra mi ricordavano le commesse di un grande magazzino. Devono essere appena tornate dal lavoro e stanno ovviamente commentando qualcosa che hanno vissuto insieme durante il giorno. Una giovane e il suo amico, un po’ più avanti, la loro conversazione è intervallata da risate, si scambiano sorrisi promettenti. C’è anche un tipo sulla trentina; indossa un vestito di stoffa pesante blu scuro e scarpe robuste da cantiere; si rivolge a noi quando sente che parliamo francese. È un idraulico che sta anche lui tornando a casa dal lavoro. È simpatico, aperto e felice di parlare con noi. Tutte queste persone sono certamente persone perbene e non c’è nulla di straordinario o minaccioso in loro. Assomigliano alla gente che si vede nella metropolitana di Parigi, solo che i loro vestiti sono meno omogenei, più informali, il che è comprensibile se hai sperimentato il clima americano, specialmente a New York.

Greenwich Village

Greenwich Village

Arriviamo a Washington Square. All’epoca, il Greenwich Village era ancora, per un breve periodo, il luogo d’incontro di outsider, artisti, studenti, hippy, beatnik, tutti che volevano sfuggire alla monotonia e alla noia del quotidiano, per vivere un’esistenza significativa, diversa dalla vita artificiale e assurda delle classi medie, il cui unico sogno era indulgere ai piaceri sciocchi della società dei consumi e diventare sempre più imborghesiti. È scesa la notte. Una notte d’estate. L’aria è densa, spessa, ci si può galleggiare e scivolarci su. È festa. Una folla vivace avanza lentamente e si sparge ovunque, come un’onda di marea inarrestabile, coprendo la superficie del parco e le strade circostanti. Intorno a chitarristi o artisti di ogni tipo si formano capannelli. Si comunica, si battono le mani, si ride, s’applaude. Si sentono grida e clamori per l’esibizione di un giocoliere o di un acrobata.

I caffè sono affollati. Camminiamo lentamente lungo i marciapiedi e ci lasciamo trascinare. A volte la folla è così densa da non potersi più muovere. Siamo bloccati. Dobbiamo resistere per non essere travolti dalla corrente contraria di coloro che vogliono andare nella direzione opposta. È un’epoca molto diversa. Nessun distanziamento sociale. Nessuno l’avrebbe capito. Più che prendere le distanze, volevamo avvicinarci, restare uniti. Eppure, tra il 1968 e il 1970, un’epidemia di influenza aveva ucciso un milione di persone. Chi se lo ricorda? Non posso nemmeno dire che non ci importava. Non ce ne siamo resi conto. È stato un non-evento. Le nostre menti erano altrove. Volevamo cambiare il mondo. Stavamo manifestando contro la guerra e il nazionalismo. Soffiava un vento di libertà. L’ordine stabilito vacillava. La famiglia, la morale sessuale, il lavoro, uno dopo l’altro, tutti i valori che formavano la base della società erano messi in discussione. Era questa la “controcultura”. Aveva assunto una portata eccezionale in America. Era una grande festa, un sogno ad occhi aperti. Nessuno immaginava quello che sarebbe seguito. Soprattutto non io…

Ci allontaniamo senza volere dal parco, in strade dove c’è meno gente. A Bleecker Street, un trio di musicisti suona jazz davanti a un vecchio edificio di mattoncini rossi. I passanti si fermano, molti s’attardano ad ascoltare, alcuni si siedono sulla scalinata che porta all’edificio e ci restano per un po’. Il sassofonista, il trombettista e il contrabbassista suonano una musica incredibile. È incredibile sentire musicisti così bravi che suonano sul marciapiede. Restiamo lì anche noi. Ho vent’anni, sono a New York, ascolto il jazz per strada, non ho sonno. A Parigi, sono le tre del mattino, tutti staranno dormendo. Ripenso alla mia partenza al mattino. Mia madre era rimasta al lavoro ma aveva incoraggiato mio padre a portarmi all’aeroporto in macchina. Mi aveva quindi accompagnato. Le separazioni familiari sono sempre un po’ difficili. I miei genitori non avevano più visto la loro famiglia dopo aver lasciato la Polonia. Nella grande sala di Orly-sud, in mezzo alla folla, aveva messo su una faccia solenne, dandomi qualche raccomandazione. Mi aveva chiesto di tenerlo aggiornato regolarmente. Questo era molto normale, ma facevo fatica ad ascoltare mio padre. Sentivo addosso un grande peso.

Ognuno dei musicisti, a turno, s’esibisce in un assolo. È una ricerca, una progressione irregolare durante la quale sembrano andare avanti, indietro o prendere strade laterali. Cercano, variando a caso la loro composizione, di creare un’armonia e raggiungere una forma di estasi musicale. A volte le variazioni sono solo piccole svisamenti, un’aggiunta o un giro di note, che il musicista ripete più volte per vedere dove lo porta, ma a volte fa un cambiamento più significativo nella melodia, un cambiamento brusco nel tempo o nell’accordo che sta suonando. Sembra allora perso, disorientato; deve ricominciare a comporre un arrangiamento di suoni per tentativi ed errori successivi. Il pubblico comunica e condivide ogni momento. Questo piccolo spazio sul marciapiede si è staccato dal resto del mondo. Le normali leggi della fisica non si applicano più. Sono sostituite da quelle della musica. C’è qualcosa di misterioso; il musicista perde il controllo del suo strumento; è sopraffatto dalla musica che lui stesso ha creato; sembra rincorrerla fino a raggiungere un climax in cui tutto sembra sospeso; la tensione accumulata allora si libera; i tre musicisti si gasano e ricominciano a suonare insieme con ancora più gusto, in un’ebbrezza che il pubblico condivide.

Jeannot è un chiacchierone. Parla facilmente con chiunque, in qualsiasi situazione, senza curarsi delle apparenze. Io sono troppo a disagio per farlo. Chiacchiera ovunque con chiunque. Gli scambi durano solo pochi istanti o vanno avanti più a lungo con una conversazione più elaborata. È impegnato in una discussione, alla quale subito m’unisco, con i due ragazzi accanto a noi. Sono due neri di Harlem. Ingenuamente provo una spontanea simpatia e ammirazione per loro. I neri di Harlem, con loro ascolto il jazz per strada! Parliamo a lungo. In seguito li rivedo diverse volte nel Village, così come diversi altri personaggi che ho incontrato quella notte e nei giorni seguenti. Personaggi che rimangono nella mia memoria ma i cui contorni cominciano a sfumare con il tempo. Uno dei due è alto e forte, gioviale, esuberante. Avrà quarantacinque, cinquant’anni. L’altro è più piccolo e più riservato. Ricordo due cose di cui abbiamo discusso.

All’epoca si parlava molto della delinquenza che imperversava in città e del pericolo che vi regnava. Il quartiere di Harlem era considerato zona interdetta ai bianchi. Si diceva perfino che i tassisti si rifiutassero di andarci. Falso, ci spiegano, esagerato, e si offrono di portarci lì. Parliamo anche di musica. Condividiamo lo stesso entusiasmo per quello che sentiamo. Trasportato dall’entusiasmo, un po’ euforico, ostento la mia conoscenza del jazz, con il desiderio di dimostrare che la mia presenza non è casuale. Dichiarando la mia ammirazione per tutti questi jazzisti neri poco conosciuti dal grande pubblico, penso di compiacerli e sedurli. Sonny Rollins, Pharoah Sanders, Dollar Brand, Keith Jarrett, Charlie Haden…

Lì c’è tutta la mia collezione di dischi. Ma non produce l’effetto desiderato. Il più riservato dei due si acciglia bruscamente e si lancia in un discorso che prende una piega aggressiva. Mi chiede perché sto dicendo loro tutto questo. Lo trova sospetto. Com’è che un francese appena arrivato conosce tutti questi nomi di musicisti neri che gli americani conoscono appena? Dove sto andando a parare? Parla senza rivolgermi la parola direttamente, con un tono sostenuto, ritmato, a scatti, al limite dell’imprecazione. Io sto zitto. È molto incazzato e ci vuole l’intervento dell’altro per calmarlo. Ragiona con lui, gli dice che mi piace il jazz e che non c’è niente di strano in questo…

È dopo questo incidente, nella seconda parte della notte, che le cose prendono una piega ancora più sorprendente. Credo che nessuno ne abbia mai parlato. Andiamo al “Mercer Arts Center”. Si trova in un edificio di Mercer Street che s’affaccia anche su Broadway. Aveva ospitato un hotel di lusso nel 19° secolo, poi, come molti dei vecchi edifici di Manhattan di quegli anni, era caduto in rovina finché non fu riqualificato e trasformato in un complesso culturale con diverse sale da concerto e teatro. Era poi diventato un luogo iconico della scena culturale alternativa.

All’epoca nessuno poteva sospettare che questo tipo di riqualificazione urbana avrebbe preparato la strada a una massiccia gentrificazione, non solo di Manhattan, ma di tutte le città del mondo, un fenomeno che non avrebbe accompagnato lo sviluppo di una controcultura ma di una nuova forma di decrepitezza che avrebbe portato a un nuovo conformismo: la stereotipizzazione dello spirito di rivolta e la caricatura dei nostri desideri di utopia. Il Mercer è sfuggito a questo. Tragicamente. L’edificio è crollato nel 1973, uccidendo quattro persone. Una catastrofe non anodina. È il simbolo di un altro crollo, quello delle nostre illusioni, che non avrebbe tardato ad arrivare e dell’impasse in cui molti di noi si sono poi trovati allora confinati.

Jeannot non ha mai sentito parlare del Mercer. Neppur io. Uno dei due ragazzi con cui abbiamo appena parlato ci dice che Charlie Mingus suonerà lì quella sera e, dato che è a soli tre o quattro isolati da dove siamo, è molto facile arrivarci. Il caso è decisamente dalla mia parte, la fortuna mi sorride. Camminiamo lungo Bleecker fino a Mercer Street, dove giriamo a sinistra. All’incrocio delle due strade, leggermente a destra, nell’ombra, c’è un tizio in agguato di cui non si distingue il volto. Può darsi ci siano diverse altre persone dietro di lui, ombre indistinte. In quel momento non ci faccio caso. Alza il braccio e agita la mano furtivamente.

The New York Dolls in uno dei loro concerti del martedì nella Oscar Wilde Room del Mercer Arts Center. 

Il film degli eventi che seguono al Mercer è ancora proiettato abbastanza vividamente sullo schermo della mia memoria. Il concerto si tiene in una sala non molto grande al piano terra a destra dell’ingresso. Dev’essere pieno per circa tre quarti. Ci sediamo e aspettiamo un po’. Un clamore misto a qualche applauso si diffonde tra il pubblico. Mingus è arrivato. È già abbastanza in ritardo. Mi passa accanto mentre attraversa la sala nella navata centrale, ma non mi ha riconosciuto. Sta borbottando con i musicisti che lo accompagnano. Si sistemano sul palco e accennano alcune note dai loro strumenti per accordarli.

La cosa va avanti per un bel po’, poi Mingus farfugliando qualcosa posa il contrabbasso, scende dal palco e attraversa di nuovo la stanza. Mi passa di nuovo accanto, ma non mi riconosce neppure ora. I suoi musicisti lo seguono dopo qualche istante. Rimaniamo lì sconcertati, senza sapere cosa stia succedendo, finché una giovane donna sale sul palco e spiega, imbarazzata, che Mingus è un genio e che come tutti i geni ha i suoi umori, e che stasera, per qualche oscura ragione, è di cattivo umore, e gli manca l’ispirazione per suonare, così se n’è andato… Si scusa e ci informa che naturalmente saremo debitamente rimborsati. Quando tocca a noi andare davanti al tavolino che fa da biglietteria all’ingresso della sala, la giovane ci dice, mentre ci restituisce i soldi, che al terzo piano suona un gruppo rock, e che possiamo andare lì, invece del concerto di Mingus, anche se naturalmente non è proprio la stessa cosa… Il rock, bisogna amarlo…

Culture molto diverse s’incrociano al Mercer; sono giustapposte in sale diverse. Senza fondersi, ma senza nemmeno chiudersi, la gente qui è tollerante, eclettica, aperta a esperienze diverse. Saliamo al terzo piano. Il pianerottolo è molto ampio, illuminato da una semisfera sospesa fatta di un anello di rame da cui pendono catene di perle di vetro scintillanti nella luce che si intrecciano al polo inferiore. Un bar è stato allestito nella nicchia di fronte alle scale, insieme a due vecchi divani e poltrone consumate appoggiate alle pareti. Su di una c’è un poster di King Kong che mostra i pugni in cima all’Empire State Building, sull’altro un grande specchio in una cornice dorata.

Quando s’apre la porta della sala dove si svolge il concerto, si scopre d’improvviso un mondo parallelo, un mondo insospettabile che i passanti della strada sottostante non ne hanno idea dell’esistenza. La sala è piuttosto ordinaria. Uno spazio di forma rettangolare relativamente grande, senza posti a sedere. Il pavimento è un parquet di listelli, piccoli, stretti, di legno chiaro, quasi bianco. Le pareti nude, prive di decorazioni, sono coperte da una pittura verdastra, vecchia e squallida, che conferisce al luogo un aspetto sinistro reso ancora più tale dalla penombra che regna ovunque, tranne in un’estremità illuminata da riflettori, dove si trova l’orchestra. Lo spettacolo è nella sala tanto quanto sul palco, anche se in senso stretto non ce n’è uno. L’orchestra suona per terra, il pubblico, non molto numeroso, forse duecento persone, è radunato in piedi davanti ai musicisti nell’esplosione di decibel che esce dagli altoparlanti. Il resto della stanza è vuoto. Eccoli, i precursori del punk e del glam, ragazzi e ragazze stravaganti e festosi, vestiti in modo eccentrico, pesantemente truccati, che esibiscono una sessualità equivoca e un cattivo gusto ricercato come alta forma estetica. Ballano, scuotendo il corpo, ironia e derisione sono il loro modo di comunicare. Ci avviciniamo all’orchestra e rimaniamo ad ascoltare per un po’. E’ lì che inizia la mia crisi di personalità? Le New York Dolls erano quasi sconosciute all’epoca. Più tardi avrebbero conseguito una certa notorietà nei circoli punk, ma non sono mai arrivate alla ribalta. Eppure erano davvero qualcosa! La loro musica era un incitamento alla dissidenza, alla sovversione, secerneva una rabbia dissolvente, ti prendeva per le budella e ti possedeva anima e corpo. Non era niente di simile alle smancerie dei Rolling Stones. In confronto, Mick Jagger è solo un piccolo mistificatore che ha trasformato la musica di rivolta in un blando e insipido minestrone a uso commerciale.

Andiamo al bar. Siamo alquanto fuori posto in mezzo a questa fauna, Jeannot e io. Sono tempi in cui i jeans e i capelli lunghi sono la norma, Jeannot però veste in modo classico. Indossa pantaloni beige e un blazer blu con bottoni d’argento su una Lacoste. Ben rasato, capelli corti e ben pettinati, porta occhiali rettangolari con montatura in filo metallico, un look pulito e serio. Da parte mia, ho adottato i jeans ma ho un problema con i miei capelli. Sono crespi, difficile lasciarli crescere. Anzi, non proprio crespi, il che mi avrebbe permesso di avere un taglio afro à la Jimi Hendrix, ma sono ricci, cosa che li rende, quando superano un certo volume, difficili da maneggiare e refrattari a una piega che potrebbe dare loro una forma accettabile , compatibilmente con i canoni di bellezza vigenti.

Uno stadio intermedio, mi va comunque pure bene, quando, senza essere troppo lunghi, si arricciano ragionevolmente e mi dà un che d’intellettuale che a quel tempo le donne apprezzano. Ma è una fase di breve durata, perché mentre i miei capelli continuano a crescere, presto sfuggono e prendono un aspetto anarchico, con disperazione di mia madre. Andavo regolarmente dal barbiere, cosa che avveniva poco prima della mia partenza. Di conseguenza, siamo un po’ fuori posto in quell’ambiente, noi stessi oggetto di attenzione, di sguardi sorpresi. Non è questo che avrebbe potuto infastidire Jeannot. Senza fare domande, ha rapidamente iniziato una conversazione con due ragazze. Sono carine, queste due americane, una bionda, che indossa un vestito di paillettes luccicanti, e l’altra, mora, una giacca lunga e ampia che funge anche da minigonna e scarpe nere lucide con grandi tacchi quadrati. Entrambe sono oltraggiosamente truccate, gli occhi carichi di nero, enormi e le labbra ricoperte da uno spesso strato di rosso che vira sul viola.

Mi unisco alla conversazione, farfugliando come posso. Sono visibilmente divertite, a flirtare con questi due francesi usciti chissà da dove, con il loro accento e un modo che non è possibile. Beviamo diversi cocktail, gli spinelli passano di mano in mano come un’ostia consacrata. Il concerto continua nella stanza accanto. Possiamo ancora sentire la musica, ovattata, lontana, ma quando s’apre la porta, improvvisamente tracima di nuovo nel bar, rombando come una folata di vento. Bisogna restare in silenzio per qualche istante, finché la porta non si chiude di nuovo. La mora m’allunga un bicchiere che bevo con gusto, come un calice. Un ampio sorriso le illumina il viso. Gli occhi brillano. Ora siamo seduti su uno dei divani e continuiamo a chiacchierare, i nostri visi molto vicini l’uno all’altro. Le nostre labbra si sfiorano.

Scruto ogni dettaglio del suo viso. Mi chiedo se non sia una dea venuta sulla terra per rivelarmi il segreto dell’Amore. Mi lancia uno sguardo delizioso. Mi vedo allo specchio sulla parete opposta, penso che qualcuno ci stia guardando. I miei pensieri si confondono. Provo improvvisamente un senso di disorientamento, di estraneità, di perdizione. Non so dove mi trovo o come ci sia arrivato. La mora continua a sorridermi ma il suo viso s’allontana verso un tunnel, fluttuando come in un sogno. Mi volto, Jeannot e la bionda se la stanno spassando, distesi sull’altro divano. Sento il bisogno di uscire per prendere una boccata d’aria fresca, per ritornare in me. Mi alzo e faccio le scale.

Sembrano non terminare mai. I gradini si aggiungono l’uno all’altro mentre scendo. Dopo quello che sembra un tempo infinito, raggiungo l’atrio al piano terreno. Passando per la sala in cui Mingus avrebbe presto suonato, ritrovo parte dei fili degli eventi che si erano svolti da quando avevo lasciato Parigi. Rivedo, come le immagini in bianco e nero di un film muto, il volto di mio padre che mi parla nella hall di Orly, la silhouette grigia di Manhattan dall’altra parte dell’East River, la folla che si riversa nel parco, i musicisti di jazz. Sono rassicurato di trovare un senso del tempo in questo modo. Che ora potrebbe essere altrove? Mezzanotte? L’una in punto? In strada l’aria è ancora calda e umida, ma mi dà una sensazione di fresco rasserenante. Sul marciapiede dall’altro lato della strada vedo di nuovo il tizio dal viso generico che avevo visto all’angolo di Bleecker Street. E’ immobile sotto una scala di metallo che scende dalla facciata di un edificio. Mi fa ancora un cenno. Forse sta sorridendo. Alzo gli occhi al cielo.

Si staglia come un nastro blu scuro tra i tetti dei vecchi edifici, illuminato in modo non uniforme dalla luce dei lampioni. I colori sono saturi e scintillano dolcemente. Come a incitarmi a seguirli, tre grandi cormorani si mettono in volo verso sud. Li inseguo lungo Mercer Street, ma presto scompaiono dalla mia vista. In compenso, un’enorme massa nera mi sta venendo incontro in mezzo alla strada. È King Kong. Porta Fay Wray sulla schiena. Lei l’abbraccia e lo baciava teneramente sulla guancia, ma quando mi passano accanto vedo che lui sta piangendo. Sono ancora sul marciapiede a fissarli quando anche il mio viso si copre di lacrime. Distolgo lo sguardo e vedo una lunga macchina grigia e blu con una grande stella sulla portiera che li insegue. L’auto frena bruscamente e si ferma davanti a me. Dentro ci sono due poliziotti. Mi chiedono qualcosa, io non riesco a capire cosa stiano dicendo. Mi puntarono le torce sul volto. La luce m’acceca violentemente e devo coprirmi gli occhi con le mani. Si scambiano qualche parola e scoppiano a ridere guardandomi. Ancora non capisco cosa vogliano da me. Qualcosa di cui sono ovviamente la causa li diverte perché continuano a ridere. Dopo un tempo che mi sembra lunghissimo, con mio grande sollievo, alla fine se ne vanno, bruscamente, la sirena urlante e il lampeggiante rosso sul tetto che gira come una falena.

Anch’io parto nella notte, per vagare da solo in città. Camminare mi rassicura e mi aiuta a rinsavire. M’aggiro per Soho e Tribeca. I grattacieli del World Trade Center ancora in costruzione dominano già l’intera città. Scompaiono per un attimo, nascosti dall’edificio di fronte al quale mi trovo a passare, ma ricompaiono appena la vista si schiarisce dietro l’angolo o tra due edifici. Piantati come due giganteschi monoliti, torreggiano su tutti gli altri edifici ridotti, al confronto, a minuscoli nani. Il caso che guida i miei passi nelle strade deserte mi porta, dopo lunghe deviazioni, sulla sponda del fiume Hudson.

Dall’altra parte della West Avenue c’erano alcuni vecchi moli abbandonati. Ho spinto una vecchia porta arrugginita che non era chiusa a chiave e mi sono infilato tra due magazzini vuoti le cui porte e finestre erano scomparse da tempo. Mi sono arrampicato su un vecchio molo dove le barche dovevano attraccare in tempo, portando tutto il necessario al paese, e ho camminato sulle assi di legno. L’acqua mormorava sotto i miei passi. Sono andato fino in fondo e mi sono seduto per terra di fronte al fiume, i piedi che dondolavano nel vuoto sopra l’Hudson, gli occhi spalancati, lo sguardo fisso sulle luci del New Jersey. Dietro di me si levavano gli echi della città. Poi mi sono venute in mente le ultime righe di On the road, quelle che al tramonto, appoggiati al muro della casa di Louesme, da allora, io e mia figlia, rileggiamo spesso:

So in America when the sun goes down and I sit on the old broken-down Pier watching the long, long skies over New Jersey and sense all that raw land that rolls in one unbelievable huge bulge over to the west coast, and all of that road going, all the people dreaming in the immensity of it …

E così in America quando il sole tramonta e me ne sto seduto sul vecchio molo diroccato del fiume a guardare i lunghi cieli sopra il New Jersey e sento tutta quella terra nuda che si srotola in un’unica incredibile enorme massa fino alla costa occidentale, e a tutta quella strada che corre, e a tutta quella gente che sogna nella sua immensità…

Quest’immensa distesa di terra cantata da Kerouac, con i suoi milioni di sognatori, si stendeva davanti a me fino al confine del Pacifico, ma non avevo ancora sonno, il mio viaggio era appena iniziato, tra pochi giorni, anch’io sarei andato a ovest…

So in America ultima modifica: 2021-11-02T11:11:00+01:00 da JEAN-JACQUES KUPIEC
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