Zurigo, è perfetta?

La città in cui è ambientato “Stürm: bis wir tot sind oder frei”. Un film basato su una vicenda politica e umana dei primi anni 80. Della città di allora e di oggi abbiamo parlato con il regista Oliver Rihs e con la protagonista Marie Leuenberger.
SANDRA PAOLI
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Zurigo. La città in cui è ambientato Stürm: bis wir tot sind oder frei.(Stürm: finché siamo morti o liberi, Svizzera/Germania, 2020, 117’). Un film di ottima fattura, splendida recitazione, una bella trama, coinvolgente, profonda, basata su una vicenda politica e umana poco conosciuta al di fuori della Svizzera e marginale nell’album dei ricordi della contestazione giovanile europea. Una storia stridente e sorprendente rispetto alla Zurigo che domina l’immaginario collettivo. Una città inquieta e in grande fermento, completamente diversa da come è rappresentata di consueto, i soliti cliché, la città degli gnomi, la capitale della finanza senza scrupoli, la città precisa come un orologio.

Certo, sono gli anni Ottanta, il decennio della contestazione dura, che in Svizzera scoppia in ritardo rispetto al resto del mondo e che, qui, com’è avvenuto negli anni Settanta a Parigi, a Berlino, a Roma, fa deragliare la vita ordinaria e ordinata di sempre, che a Zurigo è più ordinata che altrove. Ecco, la forza di quell’epoca irripetibile – è forse questo il messaggio del film – fu tale da mettere a soqquadro perfino il luogo per eccellenza dell’ordine “perfetto”, per dirla con Andy Warhol.

Il film non è entrato nel circuito italiano, se non con una fugace proiezione nell’estate veneziana del 2021, in campo San Polo, per iniziativa del Consolato svizzero di Venezia e del Comune di Venezia. Erano presenti, al dibattito che è seguito, il regista, Oliver Rihs, e l’attrice Marie Leuenberger, che interpreta magistralmente l’avvocatessa idealista Barbara Hug, decisa a riformare il sistema penale, anche contando inutilmente sull’aiuto del “re delle evasioni” Walter Stürm.

Oliver Rihs e Marie Leuenberger hanno accettato volentieri di parlarne con ytali.com*.

Marie Leuenberger, nata a Berlino ma cresciuta in Svizzera, si forma a Monaco di Baviera, recita nei teatri di Monaco, Basilea, Stoccarda e Amburgo. Più volte è premiata come migliore interprete femminile, come al Festival des Films du Monde di Montreal nel 2009 e con Premio del Cinema Svizzero nel 2010. Con la pellicola Stürm: Bis wir tot sind oder frei (2020), è definita la Leading Lady del cinema svizzero.

Oliver Rihs, regista, produttore e sceneggiatore, nasce nel 1971 a Männesdorf, vicino a Zurigo, dove vive fino al 1998. Il più premiato dei suoi film è Schwarze Schafe. Il lungometraggio Stürm: bis wir tot sind oder frei è ambientato nella Zurigo degli anni Ottanta, protagonisti l’avvocato Barbara Hug, impegnata nella lotta contro il sistema penale svizzero, e Walter Stürm , il criminale conosciuto a livello internazionale come il re della fuga, che diventerà suo alleato inaspettato, e anche un po’ di più.

Come descrivereste la Zurigo di oggi?
Marie Leuenberger: Conosco la città per motivi professionali, sono cresciuta a Basilea. Vado a Zurigo quando sono in giro per lavoro e ogni volta noto quanto appaia ricca e pulita. Le persone sono molto, molto rilassate. Mi piace molto Zurigo. Trovo che sia bella, con i laghi e i monti. È come se un architetto paesaggista avesse detto: “Costruiamo qui una bella città con laghi, montagne, periferia e anche un fiume”. È fantastico. All’inizio la trovavo poco accogliente, ma ora mi piace e vi trascorro volentieri del tempo.

Dici che le persone sono rilassate, che tipo di vita conducono? O come te lo spieghi?
Marie Leuenberger: Credo che abbiano molto a che vedere con la mentalità svizzera. A dire il vero, tutto il Paese è lento, rilassato e tranquillo ed è bene così. Per Berlino, dove vivo, questi aggettivi non vanno bene. Gli svizzeri invece vivono così, credo dipenda anche dall’educazione.

Oliver Rihs: Ho un rapporto ambivalente con la città. Sono cresciuto qui e qui ho trascorso tutta la mia infanzia e l’adolescenza, prima di trasferirmi a Barcellona e poi a Berlino. L’osservo sempre di più e noto come tutto sia perfetto, diventi perfetto, come lo è ora la città. Si ha la sensazione che ogni centimetro quadrato sia misurato e progettato nel minimo dettaglio. Ci sono strutture che tendono alla perfezione. Da un lato tutto questo è affascinante, dall’altro m’inquieta pure. Andy Warhol disse una volta sulla Svizzera: “Switzerland is perfect, it’s finished”, la Svizzera è perfetta, è finita. Ma ho la sensazione che manchi dinamismo, movimento. Mi sembra che tutto sia molto controllato, ogni ristorante ha una forma perfetta, le lampade, il design da interno, è tutto così studiato nei minimi dettagli… Da un lato trovo che sia affascinante, ma anche, come già detto, inquietante.

Marie, cosa diresti sulla perfezione di Zurigo?
Marie Leuenberger: Ho studiato teatro a Monaco, alla Otto-Falckenberg-Schule, che allora si trovava, credo, in una vecchia caserma militare che doveva essere demolita. Prima, per un paio d’anni ospitò la scuola di teatro. Il posto non era bello, era un vecchio edificio adibito a uffici, con il pavimento in laminato. Nelle stanze per le prove c’era di tutto, tavoli, sedie, libri, pentole. Se si avevano dieci ore di prove ci si poteva servire di tutto quello che si voleva. Qualcuno una volta salì su un tavolo che si ruppe perché era vecchio, già usato e portato lì dai Münchner Kammerspiele. Si ribaltò con la sedia e cadde giù sul pavimento. La gamba del tavolo fu usata come microfono. Quando qualcosa non serviva lo si ributtava contro la parete, anch’essa pronta a cadere. Si sarebbero potute distruggere le sedie, non ci sarebbero stati problemi se si fosse rotto tutto. Tutto questo era uno stimolo incredibile a scatenare la propria creatività. Poi ho frequentato la scuola di teatro a Zurigo, uno splendido gioiello con pareti di cemento, un fantastico parquet. Ci sono tre sedie costose l’una sopra l’altra, poi un tavolo e basta. È pensavo tra me e me: “È tutto bello, ma qui non avrò mai l’ispirazione. Come si può essere creativi qui?”. Questo è importante.

Oliver Rihs: Proprio così, esatto, anche questa è la Svizzera. It’s finished, è finita. It’s finished, it’s perfect, it’s finished. La strada è chiusa, anche se penso che ci siano molte cose immortali in Svizzera. Nell’arte figurativa c’è un grandissimo potenziale, ci sono molti artisti famosi pieni di idee e progetti. Penso che, al contrario, i film non siano ancora un’importante fonte d’ispirazione.

La qualità del vostro film Stürm: Bis wir Tod sind oder frei è molto buona. Il film è raffinato, si ha l’impressione che ci sia dietro una tradizione. Si può dire che Zurigo è una città del cinema, anche pensando al festival del cinema che vi ha luogo?
Oliver Rihs: Non credo che Zurigo sia una città del cinema. Si produce, c’è una buona industria cinematografica e il festival col tempo si è guadagnato una buona fama, ma trovo che non sia un festival del cinema nel senso stretto del termine. È molto commerciale, si pensa a invitare le star, le banche cofinanziano. Il concorso è di un livello abbastanza buono, ma non è un festival del cinema come lo è, ad esempio, quello di Locarno. Non credo che il nostro film sia parte della tradizione svizzera, non è tipicamente svizzero. Abbiamo avuto un buon riscontro in Svizzera, ma non è percepito come film svizzero e questo in Svizzera è considerato positivo. Non credo che gli svizzeri tengano ai film svizzeri come tali. Al contrario, trovano fantastico quando qualcosa non sembra essere svizzero. Per il nostro film ritengo di essere stato influenzato dal cinema internazionale, non mi sento parte della tradizione nazionale.

Marie Leuenberger: Mi rendo conto che per me in fondo non c’è un cinema svizzero, non lo conosco, non saprei come definirlo e credo che questo sia un punto critico. So solo cosa rappresenta il cinema svizzero. Ritengo che il nostro film sia del tutto indipendente, non lo ascriverei alla Svizzera. Mi piacerebbe un sacco se il cinema svizzero avesse più carattere. In modo da poter dire: “Oh, un film svizzero! Fantastico, andiamo al cinema!”

Zurigo è una città particolare? Cosa la rende diversa, per esempio, dalle altre città svizzere?
Marie Leuenberger: È vero, Zurigo è molto particolare.

Oliver Rihs: Sì, penso di sì. È sicuramente l’unica città che forse si può definire cosmopolita. Anche Basilea lo è un po’, ma Zurigo ha una maggiore poliedricità. C’è la finanza, c’è molto anche per quanto che riguarda l’arte, la cultura … C’è anche parecchia criminalità, spaccio di droga, dunque un lato oscuro. Zurigo non è come Lucerna o Berna, dove si può veramente notare una linea di demarcazione. Zurigo riunisce in sé tutti i diversi aspetti. Vi si può osservare qualcosa di più grande, di cosmopolita. Molti stranieri provengono da tutto il mondo, dallo Sri Lanka, ci sono molti newyorkesi, brasiliani… C’è una community in un certo senso e credo che racchiuda in sé un po’ di carattere cosmopolita.

Marie, sei d’accordo?
Marie Leuenberger: Conosco per lo più Basilea, una delle altre due, tre grandi città della Svizzera. Zurigo è proprio come l’ha descritta Oliver, una città cosmopolita, anche se devo dire – l’ho constatato dopo il mio trasferimento – che nei due decenni scorsi anche a Basilea sta arrivando il mondo attraverso l’industria farmaceutica. Vi sono due torri della Roche (ora si costruisce la terza) che si stagliano nel cielo. Inoltre, stanno costruendo un nuovo gigantesco quartiere cittadino, dove vengono a lavorare molte persone da tutto il mondo. Non è come quando ero giovane io, e a scuola, nella mia classe, per esempio, c’erano molti jugoslavi e italiani i cui genitori erano venuti in Svizzera negli anni Settanta e Ottanta come forza lavoro. Ora arrivano studiosi da tutto il mondo, lo si nota, anche se – in confronto a Zurigo – è una città molto modesta e riservata. Nonostante la ricchezza, che c’è anche lì, Basilea è molto riservata. Un mio amico dice, per esempio, degli abitanti di Basilea, in generale degli svizzeri, ma in modo particolare degli abitanti di Basilea, che sono vestiti in modo sciatto. Questo è vero, gli abitanti di Basilea non sono mai chic. A Zurigo ci sono invece stile e moda, si nota che a Zurigo sono considerati importanti. Basilea è molto pragmatica, anche nel modo di vestire. Chi viene da fuori porta con sé un po’ di slancio e un po’ di stile. Secondo me questo è positivo.

Nel vostro film Stürm Zurigo è sullo sfondo. Compare la città dei movimenti giovanili e della protesta, ma non c’è la finanza. Zurigo sembra una città come Parigi o Berlino.
Oliver Rihs: Sì, i tumulti erano molto forti a Zurigo negli anni Ottanta. Credo che abbiano avuto un’eco internazionale sulla stampa, perché si trattava di una forte pressione verso l’esterno. Zurigo era allora ancora una città di cemento, c’erano pochi spazi per i giovani. C’erano pochissime opportunità, per loro, di formarsi in libertà. E la protesta si fece sempre più forte, vi furono sempre più cortei, che sfociarono in rivolte. Zurigo visse il Sessantotto negli anni Ottanta. Prima naturalmente c’erano gli hippies, una presenza che però non era così forte come altrove, ma negli anni Ottanta il clima era veramente di una città in fermento, la città non era più la stessa. C’era il primo movimento del più grande centro giovanile mai concesso, l’AJZ (Autonomes Jugendzentrum Zürich), che divenne poi un inferno di eroina. C’erano molti drogati, era il periodo dei drogati italiani a Zurigo. La situazione divenne difficile, aumentò la criminalità. La lotta proseguì fino agli anni Novanta. In quel periodo si svilupparono spazi liberi, luoghi per concerti, più locali hip-hop, e così negli anni Novanta Zurigo improvvisamente divenne, per il movimento techno, un luogo di riferimento per tutta l’Europa. Abbiamo fondato la streetparade, che col tempo è diventata la più grande manifestazione techno del mondo. In questo periodo sono cambiate molte cose, si sono affermate una sempre maggiore libertà e una sempre maggiore attenzione verso i giovani, la cultura e lo sport.

Hai detto che i conflitti furono più forti negli anni Ottanta che negli anni Sessanta e Settanta. Come si spiega? Perché la contestazione si è diffusa tardi rispetto alle altre città europee?
Oliver Rihs: Non lo so dire con certezza. Si può forse affermare che gli svizzeri arrivano sempre in ritardo (ride). Allora giravano anche barzellette a riguardo. Non penso che le proteste a Zurigo possano essere paragonate a quelle di Parigi degli anni Sessanta, che furono più violente e incisive. Ma bisogna anche dire che molti intellettuali svizzeri di sinistra erano andati a Parigi. Lì hanno studiato, hanno organizzato dimostrazioni. Può essere che la parata dei diritti della Svizzera non abbia avuto luogo dentro la Svizzera, ma altrove. Ma credo anche che la situazione negli anni Ottanta fosse opprimente, per via della repressione da parte dello stato, a causa del controllo della polizia.

Marie Leuenberger: Penso che un possibile motivo è che la Svizzera è stata risparmiata da entrambe le guerre mondiali. Non è stata costretta a fare un lavoro di ricostruzione. È stata risparmiata, o colpita solo relativamente. Negli anni Sessanta in Europa i giovani si sentivano sotto pressione, scesero in piazza perché non riuscivano a comprendere i genitori, il loro metodo educativo. I loro genitori probabilmente erano condizionati dalle conseguenze del vissuto della guerra, che li aveva traumatizzati. Questo provocò l’esplosione delle contestazioni del Sessantotto, che in Svizzera ebbe luogo negli anni Ottanta.

Marie, nel film reciti la parte di Barbara Hug, un’avvocatessa, una donna emancipata, come gli altri personaggi femminili. Sappiamo però, ad esempio, che in Svizzera il diritto di voto alle donne è stato introdotto solo nel 1979, quindi tardi rispetto agli altri paesi europei. Le donne oggi a Zurigo e in Svizzera sono davvero emancipate?
Marie Leuenberger: La Svizzera è stato uno degli ultimi paesi al mondo a dare il diritto di voto alle donne. Forse il motivo è lo stesso di quello del ritardo dei movimenti di protesta giovanili. Oggi le donne che conosco lavorano, il che comporta problemi legati alla cura dei figli. La Svizzera è molto indietro, si fa affidamento all’aiuto e al sostegno della grande famiglia. Gli asili sono incredibilmente costosi, cari quanto l’affitto di un appartamento, se non addirittura più cari. Penso che dipenda anche dal sostegno statale. Per fare un confronto, in Germania si può mandare il proprio figlio all’asilo gratis a partire dal primo anno di vita, perché lo stato aiuta le famiglie. In Svizzera i bambini possono andare all’asilo gratuitamente dai cinque anni d’età in poi, ma fino a quel momento c’è bisogno della famiglia e le strutture sono poche. La Svizzera a questo riguardo è molto poco al passo con i tempi. Gli angeli del focolare – per usare un’espressione estrema – non possono fare carriera, non prendono lo stipendio. Le donne in Svizzera sono pagate meno ed è chiaro chi va a lavorare: l’uomo, perché per lo stesso lavoro porta a casa più soldi. Questo riguarda anche la pensione, tra i pensionati ci sono più donne, anche perché si sono occupate dei figli. È un cane che si morde la coda.

Gli stranieri sono ancora più sfavoriti degli svizzeri, dal momento che la loro famiglia è altrove?
Oliver Rihs: Non credo che le famiglie in Svizzera giochino un ruolo importante, non come in Italia, dove sono di gran lunga più presenti. Credo che questa pressione a far sì che sia l’uomo ad andare al lavoro e che le donne rimangano a casa è da considerare anche una sorta di controllo che piace allo stato. Gli italiani sono qui da generazioni, si sono ambientati, parlano lo svizzero tedesco, si comportano come gli svizzeri, ne condividono i valori e sono borghesucci, issano la bandiera svizzera fuori dal balcone. Certo, per i profughi è molto difficile, la Svizzera non è un paese anglo-europeo. Abbiamo un’alta percentuale di stranieri rispetto agli altri paesi europei, ma ci sono più soldi e più lavoro. Abbiamo meno disoccupati della Francia, dell’Italia o della Germania. Non credo che per gli stranieri sia facile vivere in Europa, c’è un razzismo latente, subliminale, ma non credo che la Svizzera rappresenti un caso particolare.

Pensi che gli stranieri siano abbastanza ben integrati in Svizzera?
Oliver Rihs: Gli italiani sono totalmente integrati e sono anche amati. Secondo una statistica, i meno amati sono gli ex jugoslavi e gli albanesi, che sono associati alla criminalità. Per loro la vita è più difficile. Gli svizzeri hanno problemi con i tedeschi. Negli ultimi anni sono arrivati molti tedeschi. L’antipatia per i tedeschi è molto forte in Svizzera. Noto sempre di più che sono giudicati negativamente.

Anche a Zurigo, che è una città internazionale? A Zurigo c’è una certa xenofobia, i tedeschi sono criticati?
Oliver Rihs: A Zurigo la xenofobia è minore che in campagna, dove si guardano le persone di colore con paura. Credo però che molti tedeschi arrivati in Svizzera occupino delle buone posizioni, molti sono medici. Molti tedeschi ambiziosi assumono e accettano posizioni guida e gli svizzeri si sono tranquillizzati. Ma non è facile per i tedeschi sentirsi a proprio agio in Svizzera.

Succede questo anche se la lingua è la stessa?
Oliver Rihs: Se un tedesco cerca di parlare lo svizzero tedesco, le persone s’infastidiscono. Che un tedesco cerchi di parlare svizzero tedesco non piace.

Marie Leuenberger: Non ci riesce nessuno, solo una volta mi è capitato di sentir parlare bene lo svizzero tedesco da un tedesco. Credo che non sia proprio facile. La lingua svizzera è fatta essenzialmente di dialetti, il tedesco standard non è parlato da nessuna parte. Se uno straniero arriva in Svizzera e ha studiato il tedesco standard fa fatica, perché non è parlato nel quotidiano. Mia mamma è tedesca, negli anni Ottanta le battute sui tedeschi erano sgradevoli. Si sentiva sempre parlare dello svevo, degli svevi. Anche se la Svevia è solo una regione meridionale della Germania, per gli svizzeri è sufficiente nominarla per riferirsi anche le altre regioni. E mi ha sconvolto – proprio così – un episodio: il mio compagno, che è tedesco, è andato al ristorante, con tre bambini, e per strada un lavoratore edile passa e gli dice di tornarsene da dove viene. Eravamo a Riehen, una città al confine con la Germania, un chilometro più in là si è in Germania. Gli è successo il primo giorno di vacanza, con tre bambini. Il secondo giorno erano in piscina e ci fu un problema. Giustamente il mio compagno è intervenuto ed è successa la stessa cosa. È assurdo. Si pensa che come tedeschi ci si è già confrontati con il razzismo, però in Svizzera si viene discriminati. È scioccante se si pensa che avviene semplicemente così, anche senza arrivare a uno scontro si viene subito apostrofati con la frase “Tornatene da dove vieni”. Questa è – se la si percepisce – la paura della Svizzera nei confronti della grande Germania, che pure ha una cultura così simile a quella svizzera, parliamo e scriviamo la stessa lingua. Anche nei telegiornali, sui giornali, nei libri di storia, dove la Germania è parte attiva nella politica mondiale. La Svizzera lo è di meno, o in modo diverso, o forse in maniera più nascosta. Sul perché di questa antipatia nei confronti dei tedeschi gli svizzeri devono farsi delle domande e tentare di rispondere.

Oliver Rihs: Assolutamente sì.

Marie Leuenberger: Ci sono anche problemi nel modo di comunicare. Sono cresciuta in Svizzera e vivo in Germania da ventun anni, di recente ho contattato un’impresa cinematografica perché avevo bisogno di un copione. Al telefono ho detto: “Buongiorno, sono Marie Leuenberger, l’attrice nel nuovo progetto. Sarebbe fantastico se mi poteste spedire una copia stampata del copione, ecc.” Ho messo giù e il mio compagno mi ha detto: “Marie, quando chiami, chiedi semplicemente: ‘Per favore, mi mandi la versione stampata’”. Pensavo che non fosse gentile, che non si deve fare così. Se prima di fare una richiesta si parla del più e del meno, si è più gentili, tutto diventa anche più fattibile e piacevole. I tedeschi tagliano corto: “Mi mandi il copione, per favore”. Per il mio orecchio svizzero così è scortese.

Oliver Rihs: Oh sì, è una convinzione comune. Quando per esempio si è seduti a un tavolo e si fa la conoscenza di altre persone, in Svizzera si ascolta l’opinione altrui, la si recepisce e ci si lascia un po’ coinvolgere. In Germania ci si esprime in modo più diretto, si controbatte: “Non è vero, è sbagliato, è così e così…» Quando un tedesco si esprime così, lo svizzero ha l’impressione che ce l’abbia con lui. Inoltre, in Svizzera si conversa con più leggerezza, si parla ad esempio del proprio film preferito, si asseconda l’opinione dell’interlocutore. Per il tedesco non condividere l’opinione dell’interlocutore non significa che si ha qualcosa contro di lui. In Svizzera, se ci si confronta in maniera così diretta con l’opinione di qualcuno, è segno che l’altro non piace. In Germania ho dovuto imparare che questo scambio diretto di opinioni non significa ostilità. Gli svizzeri invece sono molto indiretti.

Marie Leuenberger: Proprio ieri ero in un negozio davanti allo scaffale della cioccolata e sento la proprietaria: “Ehi, stronzo, riempi di nuovo gli scaffali, non farai mica apposta a tenerli vuoti“ E l’altro: «Dai, ieri non l’ho mica potuto fare!», e lei: “Eh sì… certo che ieri non l’ho fatto, ieri era il mio giorno libero» … e ridono! All’inizio pensavo: “Oh mio Dio, la titolare prende a pesci in faccia il dipendente, la faccenda si fa seria…”, invece, un minuto dopo si sono messi a ridere. Questa è Berlino, i berlinesi sono famosi per essere così scortesi. Ma è il loro modo di comportarsi. Era solo uno scherzo, una cosa così non accadrebbe mai in Svizzera.

*Alla realizzazione dell’intervista ha collaborato Isabella Ferron,
che ne ha anche curato la traduzione in italiano dal testo in tedesco.

Zurigo, è perfetta? ultima modifica: 2022-01-14T18:02:40+01:00 da SANDRA PAOLI
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