La sinistra zarista

Quali possono essere le ragioni che spingono componenti certo non marginali della sinistra italiana, come i frammenti del big bang del Pci, ma anche diverse testimonianze del mondo più radicale e libertario, a trovarsi schierati dietro ai carri armati di Putin che stanno entrando in Donbass?
MICHELE MEZZA
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Quali possono essere le ragioni che spingono componenti certo non marginali della sinistra italiana, come i frammenti del big bang del Pci, ma anche diverse testimonianze del mondo più radicale e libertario, a trovarsi schierati dietro ai carri armati di Putin che stanno entrando in Donbass? In molti casi si tratta di una spirale psicoanalitica che vede, dopo il fatidico ’89 (di cui ancora s’indulge in spiegazioni complottarde e demoplutomassoniche invece di indagarne le origini, marxisticamente, nelle dinamiche sociali ed economiche), parte di una nomenclatura dei vecchi apparati di sinistra, ormai sbalzati da ogni ruolo, sfogare il proprio rancore in una sorta di tanto peggio tanto meglio, nei confronti dell’odiato impero americano.

In altri casi, paradossalmente, si tratta di deformazioni professionali di tecnocrazie geopolitiche, penso a Limes ad esempio, o ad analisti di centri specializzati che guardano alla mappa europea con l’occhio di esperti asettici, che collaudano videogame, dove conta chi vince non che cosa si vuole e chi si è.

In questa convergenza di opposti estremismi, al netto di quelle formazioni direttamente sostenute da risorse russe, senza alcun imbarazzo menano il ballo giornali e commentatori dichiaratamente di destra, come Libero o La Verità, che coerentemente con le contiguità indagate dalla magistratura difendono il proprio tutore più generoso e potente.

In questo marasma propagandistico è stato proprio Putin a togliere ogni alibi ideologico e speranza geopolitica a quella sinistra che ha provato a elettrizzarsi per lo smacco dell’Occidente dinanzi all’attacco all’Ucraina.

Le contorsioni e i sofismi con cui si è provato ad accreditare un’equidistanza fra Occidente e armata russa, se non proprio un sostegno alle ragioni putiniane, sono state spazzate via dall’attuale inquilino del Cremlino, con il richiamo esplicito all’impero zarista che, chiusa la parentesi dell’Ottobre rosso, riprende a essere il legittimo titolare della memoria istituzionale della Russia.

Una scelta drastica che indica come il gruppo di potere che si è insediato al vertice del paese più grande del mondo non si accontenti più di governare ogni rivolo delle risorse immense di quel pezzo di pianeta ma, una volta completato il saccheggio, e privatizzata ogni attività di valore, si propone come ambizioso soggetto di una nuova storia imperiale.

La mossa di violare ogni principio internazionale contestando, come ha fatto Putin, addirittura la ragion d’essere di uno stato come l’Ucraina, retrocedendo ai secoli degli zar la verificabilità di confini e identità nazionali, fa intendere che nessun altro stato possa ormai sentirsi sicuro.

L’Ucraina, per altro, è sempre stato l’anello di congiunzione fra Mosca e l’Europa, oltre a essere stato il promotore della civilizzazione che con la Russia del principe Vladimir nel XI secolo ha dato forma alla Russia moderna. Lo strappo dunque avviene per un’inversione della gerarchia storica, ma soprattutto si realizza per la cancellazione completa di quella centrale vicenda della storia europea che è stata la rivoluzione bolscevica.

È qui che appare singolare vedere forze e personaggi, che a quell’evento legano la propria esistenza e memoria, tapparsi le orecchie e gli occhi dinanzi alla conclamata continuità fra Russia moderna e zarismo.

Due sembrano gli abbagli che stanno accecando questa sinistra zarista.

Il primo riguarda la lettura di quello che potremmo definire, per rimanere a un vocabolario di antica memoria, l’imperialismo americano.

Quel mostro che ha forgiato intere generazioni di militanti di sinistra, figlio di un capitalismo basato sul dispositivo finanziario industriale che vedeva le filiere dei monopolisti americani fare incetta di materie prime e di linee commerciali sottomettendo intere regioni del mondo, oggi si è scomposto trasversalmente lungo il crinale di una smaterializzazione dei meccanismi produttivi che ha del tutto riclassificato le relazioni fra neocapitalismo cognitivo e gli stati che lo ospitano. L’oggetto che genera ricchezza nella nuova forma di capitalismo è esattamente lo stesso su cui si basano le infrastrutture istituzionali degli stati: il senso comune e la riprogrammazione dei comportamenti umani.

In questo contesto la Silicon Valley non è l’equivalente di Detroit o di Hollywood, ossia un sistema di servaggio economico del potere geopolitico di Washington ma una federazione di entità trasversali dotate di proprie politiche estere e finanziarie che si combinano con gli stati in maniera complice o antagonistica. E infatti la tradizionale continuità della governance americana che, attraverso l’alternanza soggettiva di presidenti, rimaneva del tutto omogenea, si è ormai frantumata irrimediabilmente, come i conflitti innestati dai neocon di Bush prima, dall’elezione di Obama poi, e infine dallo shock di Trump stanno ora abbondantemente dimostrando.

In questa articolazione proprio la Russia di Putin, con la dottrina Gerasimov, il capo di stato maggiore delle forze armate che ha teorizzato, con un saggio del 2013, come la guerra moderna si conduca “interferendo nelle psicologie dell’avversario”, ha trovato modo di inserirsi con fenomeni tipo Cambridge Analytica che rovesciano e amplificano le esperienze di condizionamento dell’opinione pubblica condotta dagli americani sul fronte orientale con le famose rivoluzioni arancioni.

Appare davvero difficile riprodurre ora il vecchio schema del Vietnam, dove si combinava l’opinione di sinistra con la resistenza nazionalistica nei paesi coloniali. Tanto più che l’attrito contro gli Usa viene al momento capitalizzato esclusivamente dai movimenti sovranisti e populisti che ricevono abbondante sostegno e copertura proprio da Putin.

Rimettere in campo una sinistra che aggredisca le reali basi del potere imperiale che a est come a ovest sono rappresentate dalla pressione tecnologica, gestita da gruppi privati o amministrazioni statali, nei confronti di una libera dialettica sociale che possa riprogrammare la potenza di calcolo. 

Su questo scenario Putin è un nemico insidioso non meno del vertice di Google o della Nato.

Il secondo aspetto riguarda la pancia della tradizione del movimento operaio, e in particolare il delicatissimo nodo dell’internazionalismo proletario, su cui non a caso si sfracellò l’esperienza delle internazionali comuniste.

Il nodo che oggi viene al pettine è rappresentato dal legame fra Lenin e Herzen, forse l’unico punto su cui il capo della rivoluzione russa osò pubblicamente dissentire da Marx.

Com’è noto, Marx disprezzava il nazionalismo slavofilo di Herzen, che definiva un “agrario“ e di cui contestava ogni legittimità rivoluzionaria e la pertinenza della sua visione di una Russia come portatrice della civiltà in Europa. Mentre Lenin, nel 1912, pubblicò un encomio formale di Herzen, di cui riconobbe il ruolo di precursore del movimento bolscevico, soprattutto per la visione anti-occidentale.

In particolare lo statalismo di Lenin, e ancora più quello di Stalin, si alimenta del nazionalismo che Herzen vedeva addirittura come forza di conquista dell’intera Europa. Un subconscio che ha sostenuto e legittimato l’idea del paese guida non tanto della rivoluzione quanto del sistema di stati che venivano controllati da Mosca.

Con il ’56 di Budapest e soprattutto con il ’68 di Praga di apre il vaso di Pandora del nazional bolscevismo e si disarticola quel pensiero, separando le necessità dell’impero russo dal ruolo politico ideologico del sovietismo.

Le prime riflessioni su un’uscita a sinistra dallo stalinismo che alimentano le componenti della sinistra comunista sia in Italia sia in Francia cominciano a ragionare proprio sul primato di un conflitto sociale nel sistema occidentale rispetto alle scosse geopolitiche del posizionamento del sistema sovietico.

Oggi Putin si libera di ogni missione messianica globale, avvolgendosi nel vessillo di Pietro il grande e parlando direttamente ai popoli slavi delle Russie e dei Balcani, come il suo insistere sul caso Kossovo fa intendere. Mentre a sinistra qualcuno dovrebbe aggiornare i calendari prima degli orologi per non farsi ancora sorprendere dalla storia che balza in avanti o indietro a suo piacimento.

La sinistra zarista ultima modifica: 2022-02-22T18:23:44+01:00 da MICHELE MEZZA
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