La strage di Melilla

Decine di morti e centinaia di feriti nell'assalto alle recinzioni che proteggono la città enclave spagnola in Nordafrica; la strage mette alla prova le politiche migratorie di Sánchez e segna una profonda cesura coi sentimenti del suo elettorato e dei suoi alleati politici
ETTORE SINISCALCHI
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[BARCELLONA]

Alle sei del mattino di venerdì scorso circa 1.500 persone sono giunte alla valla di Melilla, la recinzione che separa l’enclave spagnola in Nordafrica dal territorio del Marocco. Il tentativo di superarla e l’intervento della polizia marocchina per evitarlo si è risolto in una strage. Ventitré i morti dichiarati dalle autorità marocchine ma le cifre sono più alte anche se ancora provvisorie, secondo Ong marocchine i morti sarebbero almeno trentotto – due agenti marocchini, eventualità negata dalle autorità di Rabat – e 322 i feriti, di cui 189 gendarmi. La difficoltà nell’accertare le cifre dipende dall’atteggiamento opaco di Rabat che ha anche iniziato a seppellire i corpi in fosse comuni senza neanche procedere alle identificazioni, mentre cominciano a trapelare le notizie dei ricoveri in ospedale di gendarmi marocchini.

Il numeroso gruppo, circa duemila persone, in maggioranza provenienti da Sudan e Chad, si era concentrato da un mese nei monti nei dintorni di Nador, a una trentina di chilometri dalla valla di Melilla prima di muoversi, procedendo a piedi e giungendo alla frontiera della città autonoma, l’altra enclave spagnola in territorio nordafricano insieme a Ceuta. Solo a questo punto è scattato il tentativo di disperderli con gas lacrimogeni al quale, secondo le ricostruzioni, sono sfuggite circa cinquecento persone che hanno tentato lo scavalcamento delle recinzioni – alte dieci metri e provviste di tagliente filo spinato a rasoio – anche affrontando fisicamente le guardie di frontiera marocchina che hanno caricato provocando la strage. Le morti sono avvenute per calpestamento e per caduta, in una fossa con un’altezza di una decina di metri appositamente scavata per rendere più difficile l’assalto alla recinzione che, con la pressione delle cariche, è diventata una trappola mortale.

Le immagini, numerose questa volta, a differenza di altri episodi simili avvenuti nel tempo, mostrano i corpi al suolo di persone doloranti o senza coscienza, con gli agenti della Gendarmerie che assistevano inerti alla loro agonia, in alcuni casi addirittura colpendoli con calci e sfollagente malgrado l’evidente impossibilità di offendere. Mostrano gli agenti della Gendarmeria agire colpendo e trascinando via persone all’interno del territorio spagnolo, figure in borghese, dalle fila degli agenti della Guardia Civil spagnola, tirare pietre a persone che si stavano arrampicando sulle recinizioni.

In totale, secondo la Delegazione del governo di Melilla, 133 persone sono riuscite a entrare nel territorio spagnolo, 106 persone sarebbero rimaste ferite, di cui 49 agenti, con ferite lievi, e 57 migranti.

Abbiamo preferito non caricare immagini più violente di queste (quella di copertina è di UN Committee on Migrant Workers – CMW e riporta un momento in cui gli agenti della Polizia spagnola e della Gendarmeria marocchina affrontano un gruppo di migranti); ulteriori testimonianze videofotografiche o orali si possono trovare su Twitter coi tag #MelillaMassacre o #Melilla

La notizia è arrivata mentre Pedro Sánchez era a Bruxelles per il Consiglio europeo. Il capo del governo spagnolo ha elogiato la “straordinaria collaborazione” marocchina per frenare l’assalto “violento e organizzato” e ha ringraziato la Guardia civil spagnola per la difesa dell’integrità territoriale in un assalto organizzato da “diverse mafie che trafficano con esseri umani”. Sánchez ha poi detto che questo dimostra la necessità di mantenere le migliori relazioni col Marocco e che bisogna essere coscienti che anche questo paese soffre un problema di tensione migratoria.

La Gendarmeria marocchina si è impegnata a fondo per tentare di evitare un attacco violento, ben organizzato e attuato e risolto bene da parte dei corpi di sicurezza.

Le immagini di morte in rete, riprese dai siti delle testate giornalistiche, mostrano però non un’operazione di sicurezza “ben risolta” ma una strage sull’uscio del territorio spagnolo. E sono piombate sul paese e sul già agitato quadro politico spagnolo, segnando una cesura netta tra le parole del capo del governo e i sentimenti di chi vedeva i colpi inferti su persone inermi, evidentemente già gravemente ferite; allargando ancora i solchi nella compagine di governo e tra il governo di minoranza e le forze parlamentari che dall’esterno lo appoggiano in Parlamento.

Per quanto le tragedie dei migranti non siano molto quotate attualmente nel borsino del dolore, la crudezza dei fatti si impone e le sfumature retoriche abituali (abituali a destra, normalmente, non nel Psoe) sono inutili. La freddezza di Sánchez giunge come ulteriore shock, dopo la svolta nei confronti dell’ex Sahara spagnolo. In marzo il Marocco rende pubblica una lettera con cui la Spagna, senza renderne conto in Parlamento e all’interno del governo, abbandona un quarantennio di politica estera e il piano Onu per la celebrazione di un referendum sull’indipendenza tra la popolazione saharawi in favore dell’autonomia amministrativa sotto sovranità marocchina proposta da Rabat. Una svolta che fa quasi rompere con Algeri, avversaria del Marocco e protettrice della causa saharawi, e su cui i fatti gettano un’ulteriore ombra.

Unidas Podemos e le liste di confluenza che partecipano dell’alleanza elettorale viola (catalane, valenziane e galiziane), il Partido nacionalista vasco, EH Bildu (la sinistra radicale nazionalista basca), e Esquerra republicana de Catalunya chiederanno l’apertura di un’investigazione indipendente sui fatti, anche in sede Ue se, come probabile, non si troveranno in parlamento i voti per vararla. Così diverse Ong.

Era almeno un mese che oltre 1500 persone erano in attesa, si sono mosse a piedi, solo a Melilla contrastate dalla Gendarmeria. Il gruppo era monitorato dalle autorità marocchine e anche da quelle spagnole, perché Rabat non è intervenuta prima? La stampa ipotizza che possa essere una forma di pressione per il vertice Nato, in cui si discuterà anche della “frontiera” del Nordafrica, si decideranno dotazioni e politiche che interessano Rabat; altri, sottovoce, insinuano che possano essere tentativi di mettere in difficoltà il re Mohamed IV, dopo il successo della “svolta spagnola” e alla vigilia del vertice Nato. Quello che appare evidente è che la discussa marcia indietro rispetto a un caposaldo quarantennale della politica estera della Spagna democratica non ha evitato l’utilizzo della migrazione come arma nelle relazioni internazionali. Non ha evitato l’ennesima strage.

“Distratto” dall’evento di Bruxelles, dove riscuote quel plauso che sente di non avere, ingiustamente, in patria, forse sorpreso per dover rispondere circa questo accidente mentre si stavano decidendo cose storiche per l’Europa, non ha calcolato l’effetto delle sue parole, la distanza creata dalle immagini ancora negli occhi di chi ascoltava e termini che in nulla differivano da quanto avrebbe potuto dire Mariano Rajoy, ex leader del Pp e ex capo del governo, incapace di empatia umana per la tragedia.

Pedro Sánchez durante la conferenza stampa di venerdì in occasione del Consiglio europeo a Bruxelles; foto Moncloa

Gli allarmi sono scattati nella cerchia del presidente. La posizione andava recuperata. C’era in programma un’intervista a La Vanguardia, in cui dare le chiavi dell’azione di governo dopo la sconfitta andalusa e davanti alla guerra in Ucraina, alle sue conseguenze politiche, economiche e sociali, alla vigilia del vertice della Nato di Madrid. Arriva la domanda di Eric Juliana e Jordi Juan, il vicedirettore aggiunto della redazione di Madrid e il direttore del quotidiano catalano:

Presidente, nella valla sono appena morte trenta persone… le immagini sono terribili.

Ci addolora la perdita di vite umane, in questo caso di disperati che cercavano una vita migliore. Sono vittime e strumenti di mafie e criminali che organizzano azioni violente contro la nostra frontiera – risponde Sánchez. – Degli assalti violenti organizzati dalle mafie sono vittime gli stessi migranti, i cittadini di Melilla e di Ceuta e anche le forze e corpi di sicurezza di Spagna e Marocco. Non mi stancherò mai di esprimere il mio appoggio alla Guardia Civil e alla Polizia. Ringrazio anche il lavoro della Gendarmeria marocchina. Anche il Marocco combatte e subisce questa violenza. I maggiori responsabili della tragedia avvenuta e della terribile perdita di vite umane sono le mafie internazionali che organizzano gli attacchi violenti.

Pedro Sánchez tenta di apparire meno freddo, ma non si sposta di un millimetro. E, da giocatore, alza la posta, e prova a riconnettersi sentimentalmente con l’elettorato, spiegando le misure sociali del governo, la tassa sugli extra profitti delle imprese elettriche e poi dicendo:

Guardi, le difficoltà di molti non possono essere le allegrie di pochi. Bisogna prendere misure per una giusta redistribuzione dei pesi. Questo governo di coalizione progressista viene bersagliato molto perché siamo un governo scomodo, dato che non dimentichiamo per chi governiamo, per la classe media e per i più vulnerabili. Ci colpisce una destra economica coi suoi terminali politici e mediatici, ma non ci spezzeranno.

Pedro Sánchez apre molti fronti. È audace, attacca, riesce sempre a prendere il centro della scena. È un giocatore che non teme troppo di tirare la corda, anche nella difficile gestione dei rapporti nell’esecutivo e degli equilibri parlamentari. Così si è difeso due volte dai tentativi di farlo fuori del suo partito, così ha rischiato altre volte, non sempre raccogliendo i frutti sperati (il ritorno al voto del novembre 2019, dal quale le sinistre uscirono indebolite e costrette al governo di minoranza, il tentativo di spallata a giunte del Pp fomentando la rottura di Ciudadanos, fallito e risoltosi nel trionfo delle destre a Madrid). Ma con tanti fronti, fra tante tensioni, il rischio che qualcosa si rompa è sempre maggiore. Sánchez rischia di sottostimare la tensione a cui sta sottoponendo l’elettorato di sinistra. Non è detto che questi richiami siano in grado ancora di mobilitarlo. Così non è stato in Andalusia.

I respingimenti alla frontiera, la violenza delle operazioni di polizia, attuate dalle autorità marocchine e da quelle spagnole sono state spesso al centro dell’attenzione mondiale. La Spagna ha sfiorato la condanna esplicita dell’Ue, che l’Italia ha invece avuto, per i respingimenti illegali attuati senza verificare la sussistenza dello status di rifugiato, dal 2020 riabilitati dalla stessa Ue che prima esplicitamente li vietava. Le Ong che operano ai due lati della frontiera denunciano da anni le vessazioni e le condizioni inumane, il racket e le mafie, i delitti e le violenze delle autorità, gli ostacoli posti dal Marocco per l’identificazione dei morti e la comunicazione alle famiglie, la corruzione di cui sono vittime i migranti. E chiedono ora l’apertura di un’inchiesta indipendente internazionale.

La portavoce della Commissione europea Nabila Massrali ha informato oggi che “le violenze e le vittime sono oggetto di seria preoccupazione” da parte dell’Ue. “La sicurezza dei migranti e l’astenersi dall’eccessivo uso della forza e il rispetto dei diritti umani restano prioritari”. Aggiungendo che “Siamo in contatto con le autorità marocchine per capire chiaramente le circostanze della situazione”. Ma la vicenda verrà presto portata in aula da deputati spagnoli. Il Comitato per la protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei loro famigliari, della Commissione per i Diritti umani dell’Onu, ha appena richiesto un’inchiesta ufficiale sui fatti.

La strage di Melilla ultima modifica: 2022-06-28T18:43:03+02:00 da ETTORE SINISCALCHI

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