In ricordo di Grazia Marchianò

Orientalista e monaca buddhista, è morta a 83 anni. Compagna di Elémire Zolla, ne curò gli scritti con un’edizione critica.
REDAZIONE
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Nella sua casa di Montepulciano gremita di calligrafie su carta di riso e legni profumati d’Asia, Grazia Marchianò è stata ritrovata senza vita dai carabinieri, morta da giorni o forse settimane; morta sola, come sola era sempre stata, nel senso buono del greco monachòs: solitaria, isolata; ascetica, austera; ma di natura mite e generosa e di intelligenza aperta e molto amabile. (Silvia Ronchey, La Repubblica, 12 aprile 2024)

Grazia Marchianò, pensatrice e saggista, professore emerito di Estetica e Storia e Civiltà dell’Asia Orientale all’Università di Siena-Arezzo e Dottore honoris causa presso la Open University di Edinburgo per il suo contributo agli East-West Studies, ha svolto ricerche sul campo in India e in Giappone, mettendo a confronto le culture orientali e quelle occidentali. Lunghi soggiorni di ricerca in India e un periodo immersivo in un monastero buddista in Giappone costella un cammino condiviso per un quarto di secolo con il marito Elémire Zolla di cui Marchianò ha curato e analizzato i volumi dell’Opera omnia presso l’editore Marsilio. Nel 2022 ha donato la biblioteca e l’archivio privato zolliani all’Accademia Vivarium Novum, Villa Falconieri di Frascati. Nel 2023 le è stato assegnato il Premio Montale Fuori di Casa sezione Letteratura.

Autrice di molti saggi e testi accademici, sia in lingua italiana che inglese, tra i suoi libri figurano: La parola e la forma (Dedalo); L’armonia estetica (Dedalo); Il codice della formaInteriorità e finitudine: la coscienza in cammino (Rosenberg & Sellier); Sugli Orienti del pensiero (Rubbettino). Ha curato e tradotto libri presso gli editori Dedalo, Guerini, Rubbettino, Istituti Poligrafici Internazionali, Edizioni di Storia e Letteratura, Guida, Red, SE e Rizzoli. In campo estetico Machianò ha curato l’edizione italiana delle opere di Ananda Kentish Coomaraswamy, “La trasfigurazione della natura nell’arte” (Rusconi) e “Perché esporre le opere d’arte? in La filosofia dell’arte cristiana e orientale (Rusconi).

Ha diretto collane di estetica comparata e orientalistica presso svariati editori italiani e internazionali ed è stata autrice di una prolifica produzione editoriale su estetica, filosofia e religioni orientali. Come estetologa e orientalista era presidente onorario dell’Associazione Italiana Studi di Estetica (AISE).

Dopo la morte della scrittrice Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria Maria Angelica Marcella Cristina Guerrini (1923-1977), Elémire Zolla e Grazia Marchianò andarono a vivere insieme a Roma e nel 1980 di unirono in matrimonio civile. Nel decennio successivo presero casa a Montepulciano, nella Valdichiana senese.

La scomparsa è avvenuta nella sua abitazione di Montepulciano.

Per ricordarla, proponiamo un brano tratto da Interiorità e finitudine: La coscienza in cammino. Orizzonti eurasiatici (Ed. Rosenberg&Seller, Eranos Foundation, 2022)

Grazia Marchianò 
La leggenda del cervo himalayano

In che stral di mia intenzione percuote
[Dante, Paradiso XIII, 105]

Il passo del Paradiso dantesco in cui l’intenzione è una freccia scoccata al bersaglio, esprime l’intento in questo libro di scrutare la finitudine nel suo logo-radice: quell’“interiorità” messa sotto scacco da uno scientismo incline a screditarla come il residuo clamoroso di un animismo primitivo. A fronte di questa supponenza, si fa strada invece la consapevolezza che proprio guardando intensamente lì dentro, veniamo scoprendo – nella ricchezza per lo più dissipata dell’energia interiore, non solo la disposizione ad accogliere le nostre singole finitudini senza disperazione, ma ad addestrarci all’uso migliore di ogni istante riuscendo a dilatare interiormente l’esperienza del tempo concesso in un mondo permeato di forze in parte imperscrutabili. Loro, le “forze” ricorrono a stratagemmi ingegnosi per ingabbiare, irretire, illudere: agiscono sul potente di turno e chi a mala pena sopravvive, su chi è nato senza nulla e chi invece è insediato su uno scranno, una cattedra, un soglio, un trono e deve difendere la reputazione di cui quello scranno, quella cattedra, quel soglio e quel trono non possono che alimentarsi per contrastare l’invincibile tendenza allo sgretolamento che in fisica si chiama entropia: un dis-ordine la cui interna “coerenza” è paurosamente maggiore di quella dell’ordine apparente. Riaffermare l’importanza capitale dell’interiorità mettendo a fuoco il ruolo che le spetta nella travagliata esistenza comune è l’obiettivo al centro di una indagine irradiata in più direzioni, utile a chi sia disposto ad affacciarsi sull’interstizio tra un “fuori” sbadatamente scambiato per tutta la realtà e un “dentro” da cui ogni nostra esperienza proviene e ritorna. Se ciò suona al momento oscuro, soccorre un’antica leggenda himalayana dove gli effetti funesti della disattenzione al proprio “dentro” sono illustrati da una deliziosa metafora. Il muschio, una sostanza d’inebriante, sottile fragranza, si forma copiosa nella sacca addominale del cervo maschio, via via che l’animale raggiunge l’età adulta. Il profumo del muschio emanante lo eccita in misura dirompente. Alla cerca frenetica della fonte del profumo, vaga nella foresta annusando cortecce e fogliami, scontrando sui tronchi il suo palco di corna per giorni e settimane fino a sfinirsi. Come impazzito, ebbro di profumo che insegue fuori di sé, si slancia dal dirupo precipitando nel vuoto. Chi al tavolo da gioco dell’esistenza punta tutte le sue carte sul “fuori” e ignora o trascura di avere dentro di sé le prerogative per riscattare l’inevitabilità della finitudine, assomiglia al cervo himalayano: una creatura sottomessa al “programma” di nascere per morire, esattamente come noi. Senonché la differenza tutta umana sta nel disporre di una “vista interiore” (insight) che se si accresce in trasparenza e acutezza con intenzione incrollabile, arriva a destare all’intrinseca connessione di mente e natura dove infatti “esterno” e “interno”, tangibile e astratto sono congiunti. Se ci si è definiti Sapiens (dal latino sapio, sàpere: “assaporare”, quindi “sapere”), non è per l’intelligenza, l’astuzia, la laboriosità condivisa dagli altri esseri senzienti ma per un ardore – i Greci lo chiamarono thumós – il cui impercettibile scatto di partenza è dentro di noi. Osservare questo “dentro” con la lucidità di chi analizza una colonia di batteri al microscopio e la simpatia verso il sistema che ci regge – ebbene lucidità e simpatia sono gli alleati giusti sia per chi vive una vita vorticosa nel “fuori”, sia per chi trascorre il suo tempo affidando alla meditazione, al pensiero e alla scrittura quel che è riuscito ad afferrare dell’intreccio (in fisica quantistica si chiama entaglement) tra il “dentro” della materia e il “dentro” della mente. Riuscire ad esprimere questo intreccio in una pur modesta operazione di scrittura procura, ammetto, un certo scoramento. L’ideale sarebbe di persuadere senza annoiare, di allietare con la delicatezza di un arpeggio, di commuovere come il gesto gratuitamente gentile rivoltoci da uno sconosciuto di passaggio o come la grazia indifferente di un gatto che ci salta in grembo su una panchina, accoglie le carezze e se ne va. L’obiettivo che ha più contato per me nella vita e nella scrittura è stato di approssimarmi alla persuasione. Per l’esperienza che ne ho fatto, essa non ha il sapore aspro di un frutto acerbo e l’aura di chi ha voltato le spalle al mondo, al contrario aiuta a cogliere la potenza di sentirsi vivi, una potenza alla quale l’ardore di Carlo Michelstaedter, temo, non resse. 

Quando lui, giovanissimo, si buttò a capofitto negli studi di filologia e filosofia classica cimentandosi coi concetti maggiori del pensiero greco fra i quali peitho, la “persuasione”, forse non è scorretto attribuire all’umore melanconico (atrabile nel lessico alchemico) del geniale goriziano la spinta a sostenere che peitho «è il tentativo, sempre vanificato dalla manchevolezza irriducibile della vita, di giungere al possesso di se stessi». «Persuaso – scriveva nella sua tesi di laurea – è chi ha in sé la vita». Viene di pensare che il giorno in cui decise di sottrarvisi, Carlo non ebbe accanto qualcuno a ricordargli: «[…] la vita è cosa di tanto piccolo rilievo che l’uomo in quanto a sé, non dovrebbe essere molto sollecito né di ritenerla né di lasciarla». Così Leopardi nelle Operette morali faceva dire a Plotino venuto in soccorso dell’amico Porfirio deciso a morire:

Ora ti prego caramente, Porfirio mio […], lascia cotesto pensiero: non voler essere cagione di questo gran dolore degli amici tuoi buoni, che ti amano con tutta l‘anima […]. Vogli piuttosto aiutarci a sofferir la vita […]. E quando la morte verrà, allora non ci dorremo […], e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi [gli amici e i compagni] ci ricorderanno, e ci ameranno ancora.

[…]

video Alla scoperta del ramo d’oro. Grazia Marchianò [RaiPlay]

Immagine di copertina: Nicola Cisternino, Grazia Marchianò Caminante tra Oriente e Occidente (2024)

In ricordo di Grazia Marchianò ultima modifica: 2024-04-18T14:15:28+02:00 da REDAZIONE
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