Elogio del Petisso

Il campione argentino di chiare origini italiane, Bruno Pesaola, detto il piccoletto, per la statura piccola e il corpo tarchiato, fu a lungo l'anima, prima in campo e poi in panchina  del Napoli. Lo ricordiamo a dieci anni dalla sua scomparsa.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Il “Petisso” se ne sta lassù, a fumare come un dannato, mentre chiacchiera amabilmente con Maradona e Juliano, sfida Rocco ed Herrera come ai bei tempi e si coccola l’amato Sivori, alfiere del Napoli dei Sessanta, incompatibile con l’uguaglianza forzata imposta da Heriberto Herrera in casa Juve e bisognoso di ritrovare gli stimoli e, soprattutto, un luogo in cui esprimere la sua magia. Estro pallonaro, stile, talento, follia artistica e genio ineguagliabile: questo era l’argentino di San Nicolás de los Arroyos, non a caso esaltato da un altro argentino di chiare origini italiane, Bruno Pesaola, detto il “petisso”, il piccoletto, per la statura piccola e il corpo tarchiato, che del Napoli è stato a lungo l’anima, prima in campo e poi in panchina [nell’immagine di copertina con la maglia del Napoli].

Pesaola, classe 1925, scomparso dieci anni fa all’età di ottantanove anni, figlio di un calzolaio marchigiano che era andato a cercar fortuna in Argentina all’inizio degli anni Venti e l’aveva lasciato orfano giovanissimo, compagno di squadra di un certo Alfredo Di Stéfano nelle giovanili del River Plate, prima che questi diventasse la “Saeta rubia”, tornato in italia grazie alla Roma e divenuto grande sotto il Vesuvio, Pesaola, dicevamo, era un formidabile attaccante che, insieme ad Hasse Jeppson, animò i sogni della Napoli laurina, fra miseria e nobiltà, capace di battersi con dignità contro gli squadroni del Nord e di ritagliarsi un ruolo nel difficilissimo panorama calcistico italiano degli anni Cinquanta. Mai uno scudetto, poche soddisfazioni materiali ma, in compenso, tanta gioia, tanta passione, un’innata bellezza e un connubio pressoché totale con un pubblico che era, al contempo, popolo, anima, cuore pulsante e sostegno decisivo per una compagine non eccelsa ma comunque in grado, sotto la guida di Eraldo Monzeglio prima e di Amedeo Amadei poi, di dare filo da torcere a chiunque. 

Novara e Genoa furono le altre compagini in cui il Petisso mostrò la propria arte, ma lui senza Napoli proprio non sapeva stare, al punto che si definiva “un napoletano nato all’estero”, residente al Vomero e chiamato a prendersi cura di una formazione eternamente precaria, e per questo ancora più affascinante, da Roberto Fiore, un dirigente illuminato e realmente innamorato di quel mondo a parte, enclave sudamericana nell’Italia del boom e della speranza. 

Un momento di relax in una seduta di allenamento dell’A.C. Fiorentina, 1968; da sinistra a destra: Amarildo Tavares da Silveira, Claudio Merlo, Giancarlo De Sisti, l’allenatore Bruno Pesaola e Francesco Rizzo

Quattro avventure alla guida degli Azzurri, vent’anni di storia, di vita e di campioni: Sivori e Altafini i più amati ma anche Dino Zoff, Montefusco, il già citato Juliano e molti altri ancora. Per i trofei sarebbe dovuto arrivare, anche lui dall’Argentina, ci mancherebbe altro, un certo Diego, tuttora venerato come un Dio non solo nella città di Totò e di Eduardo, ma non si possono minimamente ignorare i risultati e i metodi di questo filosofo della panchina, non a caso amico di un altro personaggio sui generis come Manlio Scopigno, che nel ’70 avrebbe regalato al Cagliari uno storico tricolore. E chi l’aveva conquistato l’anno prima? Ma il Petisso naturalmente, alla guida della Fiorentina di Amarildo, Rogora, Superchi, Maraschi, Chiarugi e De Sisti: non uno squadrone ma una formazione seria, compatta e guidata con brio da un timoniere all’altezza di ogni sfida. Erano i Sessanta, come detto, il decennio in cui tutto ci sembrava possibile, pochi mesi prima che l’uomo mettesse per la prima volta piede sulla luna e pochi mesi prima, ahinoi, della strage di piazza Fontana, che avrebbe invece aperto un’altra stagione, assai meno esaltante, del nostro vivere civile. 

L’altra città in cui Pesaola ha compiuto miracoli è Bologna, dove nel ’74 vinse l’ultima Coppa Italia prima del trionfo dei ragazzi di Italiano lo scorso 14 maggio. 

Pesaola per la terza volta alla guida dei partenopei, nel 1976-1977, fra i neoacquisti Catellani, Vinazzani, Speggiorin, Chiarugi e Armidoro.

Infine il ritorno a Napoli, dove visse, consumò un pacchetto di sigarette dopo l’altro, si godette gli scudetti maradoniani e rimase fino alla fine, cultore di un’idea di calcio e di vita che non esiste più. 

Il 28 luglio avrebbe fatto cento. E oggi se ne sta lassù, felice come un bambino, in compagnia di molti di coloro con cui ha condiviso avventure irripetibili, a snocciolare aneddoti da par suo, avvolto in una nuvola di fumo.

Elogio del Petisso ultima modifica: 2025-07-30T16:30:09+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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