C’era una volta Repubblica. Intervista con Franco Recanatesi

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Cinquant’anni di Repubblica, con tanta nostalgia e un certo dolore. Nostalgia per lo straordinario quotidiano che fu, fondato e diretto da Eugenio Scalfari; dolore per ciò che ha smesso da tempo di essere, diciamo nell’ultimo decennio, per quanto vada riconosciuto a Mario Orfeo il merito di aver provato a rimettere in carreggiata una testata che ha segnato l’immaginario di almeno quattro generazioni. 

Franco Recanatesi della “Repubblica scalfariana” ne è stato uno dei simboli e delle colonne portanti, al punto che ha descritto quell’esperienza in un memoir intitolato La mattina andavamo in piazza Indipendenza, pubblicato da Cairo nel 2016 con prefazione di Eugenio Scalfari. Gran parte di quel mondo, purtroppo, non esiste più, come non esistono più le file la domenica mattina davanti alle edicole per leggere l’editoriale del direttore o addirittura le corse all’edicola di piazza San Silvestro, aperta anche di notte, dove l’acquisto del quotidiano faceva il paio con quello del cornetto. Addio, insomma, a una comunità che ha avuto successo perché non si è limitata a raccontare il paese ma ha provato a cambiarlo, a immaginare un’Italia diversa e migliore, a costruire una sinistra laica, aperta e liberal-socialista: una sinistra in parte berlingueriana (memorabile l’intervista rilasciata dal segretario del PCI a Scalfari sulla “questione morale”), in parte demitiana (anche in funzione anti-Craxi) e in parte nel solco dell’azionismo di Parri e Gobetti, di Emilio Lussu e del gruppo del Mondo di Pannunzio, cui non a caso il fondatore dedicò un famosissimo memoir che già dal titolo, La sera andavamo in via Veneto, costituiva un programma editoriale e politico.

Repubblica: il giornale-partito sul quale almeno una volta ciascuno di noi ha sognato di poter scrivere, e qualcuno ce l’ha anche fatta. Il giornale di Bocca e di Pansa, di Scalfari e di Berselli, di Arbasino e di Natalia Aspesi, di Ezio Mauro e di Umberto Eco; il primo grande quotidiano con appartenenza nazionale e non cittadina, capace di forgiare una collettività e identificarsi con essa, al punto che spesso si diceva che la sinistra italiana si lasciasse dettare la linea dai suoi editoriali, e in parte, forse, era anche vero.

Cosa resta oggi di questa storia straordinaria? Ben poco, ribadiamo: quattro direttori in sei anni – chi meglio, chi peggio o anche molto peggio – e una cessione imminente a un magnate greco di idee trumpiane ci costringono a temere il declino. Consentiteci, dunque, di coltivare quanto meno la memoria, l’aneddotica e la nostalgia insieme al nostro amico Franco, demiurgo di un’idea che almeno nel nostro cuore e nei nostri sogni resterà per sempre. 

Non è un momento straordinario per l’editoria italiana. Ci sono dei passaggi di proprietà che coinvolgono anche alcuni fra i principali quotidiani del nostro Paese, su tutti “la Repubblica”. Ma domani Repubblica festeggia un anniversario importantissimo: compie 50 anni, e noi qui abbiamo una delle colonne di quel giornale fondato da Eugenio Scalfari: Franco Recanatesi, che nel 2016 ha scritto “La mattina andavamo in piazza Indipendenza”, ispirandosi al libro del suo maestro Scalfari “La mattina andavamo in via Veneto”.
Allora, Franco, cominciamo subito. Quando nasce Repubblica? In che contesto? E quando nasce Franco Recanatesi a Repubblica?
La Repubblica nasce, come hai detto, il 14 gennaio 1976, dopo un paio d’anni di preparazione. Scalfari ce l’aveva già in mente da tempo, parlava con chi voleva coinvolgere, e poi lui con Caracciolo danno vita al giornale con l’intento di essere il secondo quotidiano, senza sport e senza cronaca, ma di politica ed economia. L’obiettivo era 150.000 copie entro due anni, altrimenti avrebbe chiuso. La raccolta di fondi non fu facile: Scalfari, come un questuante, andò ovunque per ottenere i capitali necessari.

Poi però succede un fatto curioso, durante i Mondiali del ’78: come nasce la sezione sportiva di Repubblica?
Succede che Scalfari organizza una delle sue proverbiali cene a casa, e si accorge che tutti gli invitati, uno dopo l’altro, vanno nel salotto a guardare la partita dei Mondiali. Rimane solo con la moglie, si guardano e lui capisce che non può ignorare lo sport. Così decide che lo sport deve entrare su Repubblica. Ma non con un “giornalistino qualsiasi”: arriveranno Gianni Mura, Emanuela Audisio e poi Gianni Brera, sotto la guida di Mario Sconcerti.

Tu quando arrivi a Repubblica?
Io sono arrivato ad aprile del 1976, qualche mese dopo la nascita del giornale. Mi presero inizialmente per fare lo sport che, in realtà, non c’era: si faceva un pezzo a settimana, e nemmeno sport agonistico, ma sport come fenomeno sociale ed economico. Volevo cambiare aria dopo 12 anni al Corriere dello Sport.

Quando si può dire che la redazione sportiva decolla davvero?
Quando Scalfari ci mandò alle Olimpiadi di Mosca del 1980. Al ritorno mi chiese di consigliare il capo della sezione, e io segnalai Mario Sconcerti. Poi arrivarono Brera, Clerici, Fossati e altri: Repubblica costruì la miglior redazione sportiva d’Italia.

Parliamo ora di politica. Il primo numero del 14 gennaio 1976 aveva due titoli entrati nella storia: “È vuoto il palazzo del potere” e “Carte in tavola, compagno Berlinguer”. Qual era la situazione del Paese in quel quinquennio 1976-1981?
Era un Paese diviso tra democristiani e comunisti, ma con figure di grande statura come Moro e Berlinguer. Repubblica, con Scalfari, accompagnò quel disegno politico che fu definito “compromesso storico”. Scalfari ne era convinto e interpretò la linea più avanzata del dialogo tra DC e PCI. Il rapimento e la morte di Moro furono un trauma terribile, ma segnalarono anche l’affermazione di Repubblica come punto di riferimento nazionale.

Durante il sequestro Moro la Repubblica ricevette anche minacce dalle BR, vero?
Sì, fu un periodo angoscioso. Le Brigate Rosse imposero di pubblicare un loro messaggio minacciando di uccidere il magistrato D’Urso. Scalfari rifiutò. Disse: “Non pubblichiamo”. Fu una decisione drammatica ma coraggiosa.

Scalfari era anche schierato contro la trattativa con le BR?
Assolutamente sì. Fu una battaglia durissima anche all’interno del PSI, che costò a Scalfari la rottura con Bettino Craxi.

È vero che Scalfari aveva pensato di coinvolgere Indro Montanelli come direttore di Repubblica?
Sì, ci furono contatti, ma Montanelli era troppo diverso: un liberale conservatore, mentre Scalfari voleva un quotidiano progressista e moderno. Finì che Montanelli fondò “Il Giornale”. Ma poi Repubblica ospitò firme straordinarie come Giorgio Bocca, Enzo Biagi, Gianni Mura, Turani e Pirani: era una scuola di giornalismo e di vita.

Possiamo dire che Repubblica “inventa” un nuovo tipo di lettore?
Sì. Non era legata a una città – come il Corriere a Milano o La Stampa a Torino – ma parlava a tutta l’Italia. Era un giornale liberale, non di partito, e conquistò il pubblico giovane e moderno che voleva capire e partecipare.

C’è un aneddoto famoso sul rapporto tra Scalfari e Gianni Agnelli…
Sì, l’avvocato non gradiva le posizioni del giornale e cercò di ammorbidire Scalfari. Arrivò perfino a dirgli: “Le regalo un’automobile, come la vorrebbe?”. E lui rispose: “Con le ruote quadrate”. Finì con una stretta di mano e un sorriso, ma rese chiaro il carattere inflessibile di Scalfari.

A proposito della famiglia, le figlie di Scalfari erano molto impegnate politicamente.
Assolutamente. Erano “le mie figlie sinistrorse”, come le chiamava lui. Il giorno del primo numero di Repubblica andarono a distribuirlo in piazza Indipendenza. Ma fino a poco prima compravano ogni mattina l’Unità. E quando Scalfari invitò Cossiga a cena, rifiutarono di sedersi a tavola e scrissero sul muro: “Cossiga boia”, con la K.

Arriviamo agli anni ’80 e ’90. Quando Berlusconi entra in campo, che rapporto aveva con Scalfari?
All’inizio cordiale: si frequentavano, cantavano insieme al pianoforte. Ma il Berlusconi politico fu per Scalfari tutto ciò che detestava: illiberalismo, populismo, conflitto d’interessi. Eppure quel confronto fece crescere Repubblica: le copie aumentavano ogni giorno. Quando Berlusconi uscì di scena, iniziò anche il calo delle vendite.

Oggi Repubblica è proprietà di un gruppo diverso e ha cambiato diversi direttori in dieci anni. Cosa auguri al tuo vecchio giornale nel suo cinquantesimo anniversario?
Mi piange il cuore a vedere Repubblica ridotta a 80.000 copie. Penso ai tempi in cui superammo il Corriere vendendo 700.000 copie, fino a un milione col “Venerdì”. Era qualcosa d’incredibile. Ma oggi tutta l’editoria vive momenti duri. Credo che Mario Orfeo stia ridando dignità al giornale, ma non si può tornare ai numeri di Scalfari. Quel tempo è passato. Noi “scalfariani” abbiamo ancora una chat tra ex redattori: ci ritroviamo lì, come allora, a ricordare. Ma il mondo è cambiato troppo.

Domandina finale: la Repubblica compie cinquant’anni. Abbiamo ancora bisogno di te, Franco?
(sorride) Auguri Repubblica, buon compleanno. Speriamo che il futuro, se non quello di Scalfari, sia comunque luminoso.

QUI PER ASCOLTARE l’INTERVISTA

Immagine di copertina: Franco Recanatesi in campo con Eugenio Scalfari (foto © la Repubblica)

C’era una volta Repubblica. Intervista con Franco Recanatesi ultima modifica: 2026-01-15T10:35:00+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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