Chi scrive, per chi, dopo l’AI?

Non è solo il mestiere del giornalista a essere in discussione. È la domanda più antica e più urgente: a cosa serve un'informazione che nessuno sa più da dove viene?
GIANNI MORIANI
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Ogni giorno c’è una scena che si ripete, in milioni di variazioni silenziose. Qualcuno apre uno schermo, pone una domanda, riceve una risposta. La risposta è fluente, ben organizzata, citata al punto giusto. Chi l’ha scritta? Nessuno e tutti. È stata assemblata da un sistema che ha letto miliardi di testi umani e ne ha estratto una media intelligente, una sintesi senza autore. L’informazione è arrivata. Ma qualcosa manca.

Quel qualcosa si chiamava, per secoli, firma. Non nel senso burocratico del nome in calce, ma nel senso profondo di responsabilità: qualcuno aveva guardato, verificato, scelto di raccontare. Qualcuno poteva sbagliare, essere smentito, corretto. Qualcuno rispondeva. Nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale generativa, questa catena di responsabilità si spezza. I modelli linguistici non rispondono di niente, non a nessuno, in nessun tribunale dei fatti.

L’AI non reindirizza il traffico verso le fonti: risponde al loro posto. E risponde con la voce di chi le ha costruite, non di chi ha scritto i testi su cui si è addestrata.

Arthur Sulzberger, editore del New York Times, ha usato la parola “furto” a Marsiglia, davanti al congresso mondiale dei media. È una parola forte, quasi anacronistica in un’epoca in cui il copia-incolla è stato elevato a cultura. Ma è esatta. Le aziende che costruiscono i grandi modelli linguistici si sono alimentate, massicciamente e senza compenso, del lavoro di decenni di giornalismo. Inchieste, reportage, analisi, verifiche: tutto è diventato dato di addestramento. Il prodotto finisce sul mercato. Gli autori originali non vedono nulla.

A.G. Sulzberger

Non è solo una questione economica, anche se quella conta. È una questione di incentivi. Se il lavoro giornalistico non ha valore di mercato — se può essere estratto, riassunto, parafrasato e restituito senza che l’autore venga mai nominato né pagato — allora chi finanzierà il prossimo reportage di inchiesta? Chi manderà un corrispondente in una zona di guerra? Chi pagherà i mesi di lavoro necessari a ricostruire un’evasione fiscale attraverso quaranta società fantasma in cinque paesi?

Il problema non è che l’AI scriva male. Il problema è che scrive così bene da rendere invisibile ciò che non sa fare.

Sulzberger ha citato Hannah Arendt, e lo ha fatto a ragione. La filosofa tedesca, scrivendo dei regimi totalitari del Novecento, osservò che la propaganda sistematica non mira a fare credere le bugie: mira a distruggere la capacità stessa di distinguere il vero dal falso. Il risultato non è la menzogna creduta, ma il nichilismo epistemico: non si crede più a niente, e in quel vuoto attecchisce qualunque cosa.

Oggi quella dinamica non richiede un regime. Basta un ecosistema informativo in cui i contenuti si moltiplicano senza origine verificabile, in cui ogni notizia genera dieci smentite, in cui la fiducia è un lusso che pochi si possono ancora permettere. Le piattaforme digitali hanno avviato questo processo negli anni Duemila, favorendo la viralità sulla verifica. L’intelligenza artificiale generativa lo porta a un ordine di grandezza superiore.

Un sistema di AI avanzato non ha bisogno di mentire deliberatamente per essere pericoloso. Gli basta allucinare con sicurezza — restituire affermazioni false con la stessa fluenza e lo stesso tono autorevole di quelle vere. E in assenza di un sistema di verifica professionale, di una catena editoriale, di qualcuno che risponda, l’utente non ha strumenti per distinguere.

La risposta di Sulzberger è, come lui stesso ammette, paradossale: la soluzione alla crisi causata dalla tecnologia è il giornalismo. Non il giornalismo come lo si è fatto negli ultimi vent’anni — inseguendo i click, semplificando per la velocità, cedendo terreno alle piattaforme — ma un giornalismo che torni a essere ciò che era nella sua forma migliore: lento quando serve, verificato per principio, disposto a deludere pur di essere preciso.

È una scommessa difficile. I lettori si sono abituati alla gratuità. Le redazioni hanno tagliato. I corrispondenti esteri sono quasi scomparsi. E le aziende di AI, con una capitalizzazione combinata che Sulzberger stima in undicimila miliardi di dollari, non hanno alcun incentivo strutturale a cambiare il modello attuale senza che intervengano regole o cause legali.

Eppure la scommessa non è insensata. Proprio perché l’AI è ovunque e dice tutto, ciò che diventa raro e prezioso è la certezza: sapere che quello che si legge è stato verificato, firmato, difeso da qualcuno che ci mette la faccia. In un mondo saturo di contenuto generato, l’autorialità torna a essere un valore differenziale. Non per nostalgia, ma per necessità.

Cambieranno i giornalisti? Certamente. Molte funzioni routinarie — la sintesi di documenti, la traduzione, la prima bozza di un comunicato — sono già automatizzabili. I giornali carta stanno sparendo o si stanno trasformando in prodotti di nicchia per un pubblico disposto a pagare per la profondità. I giornali online sono in una corsa difficile contro piattaforme che aggregano senza produrre.

Ma la domanda più interessante non è se i giornalisti sopravviveranno. È cosa sopravviverà con loro: la capacità collettiva, in una società, di costruire una realtà condivisa fatta di fatti verificati. Non di opinioni, non di narrazioni, non di contenuti — di fatti. Quella capacità non è un prodotto tecnologico. È un’istituzione sociale. E le istituzioni, quando si lasciano erodere, non si ricostruiscono facilmente.

L’allarme di Sulzberger non è corporativo. È civile. E merita di essere preso sul serio — anche, e forse soprattutto, da chi legge le notizie su uno schermo senza chiedersi da dove vengono.

Immagine di copertina: Il New York Times Building è un grattacielo che si trova nella parte occidentale del Midtown di Manhattan, a New York sulla Eight Avenue: Sede della New York Times Company, società editrice di quotidiani come The New York Times, The Boston Globe e l’International Herald Tribune, ha sostituito la storica sede di Times Square di Nassau Street, a pochi isolati di distanza. Il progetto della torre è stato elaborato dall’architetto italiano Renzo Piano.

Chi scrive, per chi, dopo l’AI? ultima modifica: 2026-06-05T19:24:48+02:00 da GIANNI MORIANI
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