Dal Go Home all’atlantismo senza condizioni

La crisi di visione del Partito democratico.
GIANNI MORIANI
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C’è qualcosa di profondamente paradossale nell’evoluzione di una parte della sinistra italiana.
Per decenni il Partito Comunista Italiano e gran parte della cultura politica progressista hanno guardato con spirito critico all’egemonia americana, alla NATO e agli equilibri internazionali costruiti attorno alla leadership degli Stati Uniti. Non si trattava soltanto di una collocazione ideologica: vi era anche la convinzione che nessun ordine internazionale potesse essere considerato eterno e che i rapporti di forza tra le potenze dovessero sempre essere analizzati criticamente, senza deferenze pregiudiziali verso nessun blocco.

Oggi sembra essere accaduto l’opposto. Una parte significativa del gruppo dirigente del Partito Democratico appare talmente identificata con l’orizzonte atlantico da considerarlo non uno strumento della politica estera italiana, ma il suo fine ultimo. E la misura più eloquente di questa trasformazione è venuta da Lorenzo Guerini.

In un’intervista a Repubblica, rilasciata all’indomani degli attacchi di Donald Trump a Giorgia Meloni, Guerini — presidente del Copasir e figura di spicco dell’ala riformista del PD — ha espresso preoccupazione per i rischi che gli attriti tra la presidente del Consiglio e la Casa Bianca avrebbero potuto comportare per l’alleanza strategica tra Italia e Stati Uniti. 

È un’uscita rivelatrice, non tanto per ciò che dice, quanto per ciò che rivela di una certa cultura politica.

Guerini è, tra i dirigenti del centrosinistra, uno degli esponenti più coerentemente orientati verso il rafforzamento delle spese militari, il sostegno all’industria della difesa e la piena integrazione delle scelte italiane nell’alveo delle priorità NATO. Una posizione che in questo frangente assume un sapore particolare: nel momento in cui gli Stati Uniti adottano politiche commerciali aggressive verso l’Europa, mettono in discussione principi che per decenni hanno sorretto il sistema multilaterale e perseguono i propri interessi anche a discapito degli alleati, l’ala riformista del PD si propone come il principale custode della relazione transatlantica. Come se l’alleanza fosse un valore in sé, da preservare indipendentemente dal comportamento di chi la guida.

© Corriere della Sera

La questione non è essere antiamericani. Gli Stati Uniti restano una grande potenza economica, tecnologica e militare, con la quale l’Italia e l’Europa sono destinate a mantenere rapporti stretti. 
Il punto è un altro: una forza politica che ambisce a governare un Paese dovrebbe interrogarsi anzitutto sugli interessi di quel Paese e del proprio continente, non assumere come dato immutabile la centralità di una determinata alleanza, qualunque cosa accada dall’altra parte dell’Atlantico.

La vera miopia geopolitica consiste nel non vedere che il mondo sta cambiando.

 L’epoca unipolare successiva al crollo dell’Unione Sovietica si sta progressivamente chiudendo. La Cina è ormai una superpotenza globale che compete con gli Stati Uniti su tutti i piani — tecnologico, economico, militare. L’India cresce come protagonista autonomo della scena internazionale. Potenze regionali come Turchia, Arabia Saudita e Brasile perseguono strategie sempre più indipendenti. Persino l’Europa discute, almeno a parole, di autonomia strategica — anche se stenta a tradurla in decisioni concrete.

Questo non significa che il futuro appartenga alla Cina o che l’Occidente sia destinato al declino inevitabile. Significa prendere atto che il mondo multipolare è già una realtà. Una realtà che richiede capacità di analisi, flessibilità diplomatica e una visione degli interessi europei elaborata in proprio, non importata da Washington.

Eppure l’ala riformista del PD sembra spesso interpretare ogni mutamento internazionale attraverso una lente ormai superata: quella della contrapposizione tra un Occidente a guida americana e il resto del mondo. Da qui deriva una postura che appare sempre più rigida, sempre meno capace di comprendere le nuove dinamiche globali e sempre più incline a leggere ogni crisi internazionale — e ogni attrito tra Roma e Washington — come una prova di fedeltà all’alleanza. Con l’effetto paradossale di difendere l’alleanza più degli alleati stessi.

È una posizione che rappresenta, allo stesso tempo, una negazione della storia della sinistra italiana e un collocarsi fuori dalla storia contemporanea. Negazione della propria storia, perché la tradizione della sinistra aveva sviluppato una forte sensibilità critica verso ogni forma di egemonia e verso ogni logica di blocco: il terzomondismo, il pacifismo, la critica all’imperialismo erano linguaggi che quella cultura conosceva bene. Fuori dalla storia, perché il nuovo secolo non è caratterizzato dalla supremazia incontrastata di una sola potenza, ma dalla competizione e dalla cooperazione tra più centri di potere.

In questo scenario l’Europa dovrebbe porsi una domanda fondamentale: quale ruolo vuole svolgere nel mondo che sta nascendo? Essere un soggetto politico autonomo, capace di dialogare con tutti e difendere i propri interessi — anche rispetto agli Stati Uniti quando necessario — oppure restare un attore subordinato alle strategie altrui, comprese quelle di un’amministrazione che non ha esitato a trattare gli alleati europei come avversari commerciali?

È qui che emerge il limite della cultura politica oggi dominante in una parte del PD. Mentre il mondo cambia, mentre nuovi equilibri si consolidano e mentre le stesse relazioni transatlantiche mostrano tensioni crescenti, quella parte del centrosinistra continua a ragionare come se il quadro internazionale degli anni Novanta fosse ancora intatto. E chi osa mettere in discussione la fedeltà atlantica — anche solo nell’atto di litigare con Trump — viene percepito come un pericolo, non come il sintomo di un problema reale.

La politica estera non può essere una professione di fede. Richiede capacità di leggere i processi storici, di anticipare i cambiamenti e di costruire strategie adeguate alle nuove realtà. Quando una classe dirigente smette di interrogarsi sul mondo che cambia e si limita a difendere assetti ereditati dal passato, il rischio non è soltanto quello di sbagliare analisi. È quello di rinunciare ad avere una visone.

Dal Go Home all’atlantismo senza condizioni ultima modifica: 2026-06-23T16:20:05+02:00 da GIANNI MORIANI
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