Gli ultimi presidenti degli Stati Uniti spesso parlano con distacco, anche con diffidenza, della NATO. Vedono nel lato europeo di essa Stati che chiedono sicurezza a Washington ma che danno poco in cambio. Addirittura, in un’intervista di aprile al Telegraph, il presidente degli Stati Uniti, riprendendo un’espressione antiamericana del 1946 del leader comunista Mao, l’ha definita con intento spregiativo una “tigre di carta”.
Quasi una costante, se è vero che le critiche di Washington ai paesi alleati d’Europa durano da anni nel succedersi di varie amministrazioni alla Casa Bianca. Ora il presidente ha di fatto portato al centro dell’attenzione politico-internazionale l’ipotesi di un possibile ritiro da essa degli USA. Cosa che scuote dalle fondamenta la “casa atlantica”. Ma è possibile in punta di diritto
L’exit e il paradosso del Trattato del Nord Atlantico
È escluso, se visto da Washington, che tra i poteri monocratici attivabili dal presidente vi sia il NATO exit. Lo esclude un provvedimento approvato dal Congresso federale del dicembre 2023. Questo, poi incluso nell’annuale Legge di bilancio della difesa (Fiscal Year 2024 National Defense Authorization Act), stabilisce che la revoca degli States alla loro adesione alla NATO richiede, oltre alla volontà del presidente in carica, il voto favorevole di due terzi del Senato. Oppure necessita di un atto dell’intero Congresso.
Ciò posto, il Trattato del Nord Atlantico ovviamente ammette l’uscita di uno Stato membro. Lo statuisce l’art. n. 13:
Trascorsi vent’anni dall’entrata in vigore del Trattato, una parte può cessare di esserne membro un anno dopo che la sua notifica di denuncia sia stata depositata presso il governo degli Stati Uniti d’America, che informerà i governi delle altre parti del deposito di ogni notifica di denuncia.
Il paradosso consiste nel fatto che, qualora l’iniziativa dovesse partire dagli Stati Uniti, sarebbe proprio Washington, quale fondatore politico, azionista di riferimento e dunque garante della NATO, a dover notificare a sé stessa la decisione. Sarebbe la negazione, quasi esistenziale, della propria recente politica estera e di difesa. Infatti, probabilmente porterebbe a una dura battaglia interna. Di certo, il NATO exit, specie a livello formale, è un’ipotesi difficile da realizzare a breve. Ma è un improbabile possibile.

L’effetto sul lato europeo
Più facile politicamente sarebbe puntare all’eutanasia del Patto senza disconoscimenti formali. Per Washington significherebbe poter restare in Europa utilizzando i vari trattati bilaterali, decisivi in relazione ai depositi di armi atomiche. Comunque, la NATO europea entrerebbe in sofferenza anche solo ipotizzando questo scenario più soft. Perché dovrebbe riconsiderare quantomeno, chiusosi l’ombrello degli USA, la propria capacità militare. Operazione ancor più necessaria in caso di esplicito divorzio interatlantico. Il motivo è che gli Stati Uniti, per quanto indeboliti, sono tuttora il fulcro della forza dell’Alleanza.
Lo spiega la National Defense Industrial Strategy del 2023:
È significativo che il periodo successivo alla Guerra fredda abbia visto una più ampia contrazione della capacità produttiva complessiva dell’America in molti settori industriali. La manifattura commerciale e le relative catene di approvvigionamento si sono spostate oltreoceano, compresi materiali e componenti rilevanti per le necessità militari. In tre decenni la Repubblica Popolare Cinese è diventata la potenza industriale globale in molte aree chiave – dalla cantieristica navale ai minerali critici fino alla microelettronica – superando di gran lunga la capacità non solo degli Stati Uniti, ma anche la produzione combinata dei principali alleati europei e asiatici di Washington.
(“Significantly, this post-Cold War period saw the wider contraction of America’s overall production capacity across many industries. Commercial manufacturing and related supply chains migrated overseas, including materials and components relevant to military needs. Over three decades the People’s Republic of China became the global industrial powerhouse in many key areas – from shipbuilding to critical minerals to microelectronics – that vastly exceeds the capacity of not just the United States, but the combined output of our key European and Asian allies as well”).
L’allarme è ancor più pressante nel caso di NATO exit degli USA. Cosa che dovrebbe spingere i Paesi europei ad aumentare le spese per la difesa. Ma anche a prepararsi per meglio utilizzare l’infrastruttura NATO, compreso il know how ereditato dagli USA, per garantire alle diverse Forze armate europee continuità di ambiente operativo. Cosa ottimale anche rimanendo gli States nel Patto. Questa è l’ipotesi ottimistica.
All’opposto, l’exit di Washington potrebbe lacerare gli equilibri europei e riscrivere, accelerando un processo già in essere, la carta politico-militare del Vecchio Continente. Perché favorirebbe il formarsi nel Centro-Nord europeo di un blocco, guidato dalla Polonia e dagli USA, geopoliticamente orientato all’Artico invece che al Mediterraneo. Un polo, specie se vi fosse il NATO exit di Washington, pronto a togliere peso politico ai Paesi fondatori, salvo forse alla Germania, dell’UE. Insomma, il divorzio transatlantico avrebbe un “effetto Titanic” sugli equilibri europei. Resta da chiedersene il costo.
L’International Institute for Strategic Studies (IISS) e il Kiel Institute hanno stimato l’impatto economico di una NATO e di un’Europa senza Washington.

L’economia di una NATO senza gli USA: le stime dell’IISS
L’IISS (2025) suppone che Washington, finita la guerra in Ucraina, passi al goodbye Europe per puntare al Pacifico. I costi sarebbero rilevanti. Determinati, in una NATO europeizzata, dai ritardi tecnici, manageriali e finanziari in vari ambiti, dall’intelligence allo spaziale. Cui aggiungere la sostituzione di personale statunitense, vertici dell’Alleanza compresi. Questa è la stima dell’IISS:
L’IISS stima che, tenendo conto di questi costi di approvvigionamento una tantum e ipotizzando un ciclo di vita di 25 anni, il costo per gli alleati europei di sostituire l’attuale contributo statunitense alla difesa collettiva della NATO ammonterebbe approssimativamente a 1 trilione di dollari
(“The IISS estimates, taking into account these one-off procurement costs and assuming a 25-year lifecycle, the cost for European allies to replace the current US contribution to the collective defence of NATO would amount to approximately USD 1 trillion”, p. 17).
Le valutazioni del Kiel Institute
Anche il Kiel Institute ha stimato il costo di un ipotetico NATO exit di Washington. Lo studio più recente, denominato Sparta 2.0, è del maggio 2026. L’analisi ipotizza che l’UE necessiti di un arco temporale di 10 anni per avere nella difesa la piena autonomia dagli Stati Uniti. Il rapporto Sparta 2.0 individua dieci lacune di capacità militare che determinano la dipendenza europea dall’offerta di sicurezza statunitense.
Sono: sistemi di comando e controllo (catena di comando e processi di gestione); cloud computing militare (capacità di calcolo e cybersicurezza su reti satellitari); comunicazioni sicure; difesa aerea; attacco a lunga distanza (missili da crociera e armi ipersoniche); produzione di droni di massa; lancio spaziale, per trasportare in orbita satelliti, sistemi di comunicazione e droni orbitanti; guerra elettronica; ponte aereo strategico, indispensabile per la proiezione esterna di potere militare.
Il costo per superare il gap consiste in cinquecento miliardi di euro in un decennio. Corrisponde a circa un terzo dell’aumento annuo di spese per la difesa previsto dai membri europei della NATO. Pertanto gli autori dello studio, comparando il costo economico aggiuntivo rispetto alla spesa militare già prevista in UE, lo ritengono meno oneroso, rispetto a minacce potenziali, del costo politico che altrimenti si avrebbe rinunciando al potenziamento della difesa europea.
Il Kiel Institute ha proposto una tabella di marcia fattibile sia tecnologicamente sia in materia di finanza pubblica. A patto però di modificare quello che lo studio chiama il “paradigma degli appalti” e, conseguentemente, puntare alle economie di scala. Soprattutto, l’Istituto sottolinea come eventuali “colli di bottiglia” non dipendano da risorse finanziarie e neppure tecnologiche, quanto piuttosto da carenze di leadership da parte degli Stati interessati in termini di definizione di priorità politiche e industriali. Qui l’approccio del Kiel Institute è traslabile, al netto del dual use del militare, alla politica industriale civile:
Le evidenze empiriche dei programmi statunitensi mostrano che agenzie autonome e flessibili, dotate di personale altamente qualificato, selezione dei progetti dal basso verso l’alto e gestione attiva dei progetti, sono superiori ai sistemi gerarchici dall’alto verso il basso. Una combinazione di sostegno dal lato dell’offerta per ricerca e sviluppo con incentivi dal lato della domanda, attraverso impegni vincolanti di acquisto e ritiro, è particolarmente efficace
(“Empirical evidence from US programmes shows that autonomous, flexible agencies with highly qualified staff, bottom-up project selection and active project management are superior to hierarchical top-down systems. A combination of supply-side support for research and development with demand-side incentives through binding offtake and purchase commitments is particularly effective”, p. 16).
Fin qui il costo economico del NATO exit degli USA stimato da IISS e Kiel Institute. Tuttavia, il ritiro di Washington dall’Alleanza Atlantica potrebbe avere conseguenze politico-militari sottovalutate da entrambi gli studi.

Il possibile inimmaginabile: la sfida a ovest
Il motivo è che entrambi ragionano su uno scenario internazionale statico, capace di assorbire lo shock senza subire altre alterazioni. Di conseguenza, per entrambi gli scenari l’impatto della rottura del Patto inciderebbe sulla sicurezza europea limitatamente al Fronte Est. Viceversa, diversamente dalle stime dei due centri di ricerca, l’exit degli States dalla NATO cambierebbe tutto il contesto geopolitico, fino ad aprire tra le due sponde dell’Atlantico una fase di tensione politica. Che poi un Occidente diviso in due sarebbe letale per gli USA come per l’Europa è altra, ma probabile, ipotesi.
Se ciononostante accadesse, lo scenario di una Washington fuori dalla NATO avrebbe un significato geopolitico preciso. Giacché si produrrebbe una soluzione di continuità dei rapporti euro-atlantici strutturatisi dal secondo dopoguerra. È una possibilità realistica, per quanto dannosa, se oggi, come afferma la National Security Strategy di Trump, l’UE è percepita meno come alleato e più come rischio da gestire.
L’annuncio di una possibile crisi: il “caso Groenlandia”
L’affaire Groenlandia non a caso ha prodotto grande imbarazzo nelle cancellerie della NATO europea. È evidente, infatti, che le pretese di Washington su questa assumerebbero contorni ben più radicali con gli Stati Uniti fuori dalla NATO. L’affaire ha una base geopolitica: è la strategicità dell’Artico (Giuseppe Tonini, Cristina Sandroni, 2025).
Questo rende per gli USA la Groenlandia necessaria per la deterrenza nucleare e la difesa da minacce ipersoniche. Questo perché la militarizzazione dello spazio (Francesco Ferrante, 2026) fa della sua geografia un punto di raccordo tra early warning missilistico, ossia allerta precoce, e space situational awareness, ossia consapevolezza situazionale spaziale, possibili col supporto a reti satellitari in orbita polare. È dunque logica la volontà diplomatico-politica statunitense di essere presente come dominus dell’area. La NATO fin qui ha tradotto questa esigenza di Washington in un’alleanza con la Danimarca in funzione anti-URSS.
Però un’eventuale crisi dell’Alleanza Atlantica cambierebbe alla radice la partita. Lo dimostra, anche evidenziando quel che potrebbe cadere con l’exit USA dal Patto, il fatto che la crisi tra USA e Danimarca permane tuttora latente. E il potenziale esplosivo della frattura creatasi lo sottolinea, se si fosse in un contesto extra NATO, la richiesta di tutela di Copenaghen agli alleati europei.

La guerra nel feudo NATO tra il barone e i valvassori
Nell’immediato, comunque, tutto ciò è interpretabile, e sarebbe bene che restasse così, come un conflitto tra vertice e base di un’organizzazione qual è l’Alleanza. Due i suoi scopi: uno è individuare e ridefinire continuamente i poteri della leadership; l’altro, su questa base, è contrattare le linee d’azione. Sotto questo profilo, per la NATO europea la guerra in Ucraina è una risorsa, o moneta di scambio, per richiamare agli USA la centralità del Fronte Est. Viceversa, sarebbe una moneta svalutata come arma di pressione se gli USA puntassero come unica priorità sul Pacifico.
Limitandosi a questo, per analogia si può rappresentare il Patto, e vale per ogni alleanza politica, come una coalizione neofeudale di organizzazioni, gli Stati membri, ciascuna con i propri obiettivi in reciproca competizione. Di conseguenza la linea comune è frutto di contrattazione e complesse mediazioni in un ambiente di rapporti di forza asimmetrici (Graham Allison). In ragione di ciò, finora il “caso Groenlandia” è concepibile come una ridefinizione dei rapporti di forza interni alla NATO. Ma si caricherebbe di potenziale gravità se ripensato collocandolo in uno scenario di exit statunitense.
Allo stato dei fatti è quasi un non-evento di fantapolitica. Ma è leggibile pure come un “guanto di sfida” gettato da Washington alla NATO europea, tale da assottigliare il confine tra la continuità interatlantica e l’ipotesi di una sua sospensione. Il cui fine è evidenziare l’illusorietà di effetti limitati al solo Fronte Est di un eventuale NATO exit degli USA. Però esiste pure un altro aspetto rilevante sia economicamente sia geopoliticamente.
Ed è che la rete di sicurezza statunitense sui cieli d’Europa andrebbe compensata. Basta questo per comprendere che le spese preventivate dagli studi di IISS e Kiel, per il resto, specie Sparta 2.0, molto importanti, sono ristrette a una sola dimensione: la minaccia della Federazione Russa. Poco, per un’Europa esposta su più fronti, fin qui bilanciati dall’appartenenza di Washington alla NATO.
È vero, peraltro, che la proiezione di potenza degli USA, Alleanza Atlantica o meno, necessita del lato europeo dell’oceano. In fondo l’interpretazione geopolitica del D-Day gli attribuisce una dimensione più ampia della lotta al nazismo. La questione è se il rapporto euro-atlantico debba essere competitivo o collaborativo, sia in forma NATO sia in singoli rapporti bilaterali con i suoi membri europei.

Le costanti geostrategiche degli USA e il ruolo dell’Europa
È per questo che è difficile stupirsi che la “questione Europa” sia da tempo discussa negli Stati Uniti. A riprova, nel 2006 il Congressional Research Service ha pubblicato uno studio sulle opzioni degli States nei confronti dell’Europa. Tra le alternative proposte, dallo status quo a una nuova divisione del lavoro interatlantico, c’era già l’exit dalla NATO.
Nel documento è la prima opzione:
Questa opzione rappresenta essenzialmente la fine dell’alleanza politica e strategica transatlantica così come esiste oggi, sebbene l’ampio rapporto commerciale e di investimenti rimarrebbe intatto. Coloro che sostengono un tale distanziamento politico e strategico non auspicano necessariamente un ritorno all’isolazionismo americano o un percorso statunitense rigidamente unilateralista. Piuttosto, ritengono che gli interessi degli USA sarebbero meglio tutelati concentrando i loro sforzi sullo sviluppo di nuove partnership strategiche con potenze emergenti come Russia, Cina e India, che potrebbero essere più capaci e meglio adatte ad aiutare gli Stati Uniti ad affrontare le nuove sfide globali del terrorismo, della proliferazione delle armi e dei problemi del Grande Medio Oriente. A differenza della Guerra fredda, l’Europa non è il fronte centrale di tali conflitti, ma ancora oggi limita talvolta la libertà d’azione degli USA. I sostenitori di questa opzione affermano che ciò non impedirebbe agli Stati Uniti di lavorare strettamente con partner europei, come i britannici, che essi considerano condividere gli obiettivi statunitensi ed essere in grado di offrire seri contributi militari. La NATO potrebbe persino restare come organizzazione, ma verrebbe di fatto declassata a forum di discussione piuttosto che di decisione
(“This option essentially represents an end to the political and strategic transatlantic alliance as it exists today, although the vast trade and investment relationship would remain intact. Those who support such a political and strategic distancing do not necessarily advocate a return to American isolationism or a strictly unilateralist U.S. path. Rather, they claim that U.S. interests would be best served by concentrating U.S. efforts on developing new strategic partnerships with emerging powers such as Russia, China, and India that may be more capable and better suited to help the United States confront the new global challenges of terrorism, weapons proliferation, and the problems of the greater Middle East. Unlike during the Cold War, Europe is not the central front of such struggles, but currently still constrains the U.S. freedom of action at times. Proponents of this option assert that it would not preclude the United States from working closely with European partners, like the British, whom they view as sharing U.S. goals and who are able to make serious military contributions. NATO may even remain as an organization but would effectively be downgraded into a forum for discussion rather than decision-making”).
Il documento del Senato respinge questa opzione portando molti argomenti, dagli interessi strategici alla lotta al terrorismo. Tra questi uno merita attenzione in relazione a quanto riportato precedentemente sulle possibilità conflittuali tra i due lati dell’Atlantico:
“Questa opzione probabilmente incoraggerebbe anche l’UE a svilupparsi come contrappeso politico agli Stati Uniti” (“This option would also likely encourage the EU to develop as a political counterweight to the United States”, p. 12).
Oltre a ciò, lo studio critica l’eventuale NATO exit statunitense sia dal punto di vista valoriale sia sotto il profilo della divisione del lavoro militare e di sicurezza. In sostanza Capitol Hill punta a rinnovare i rapporti tra gli USA e l’Europa aggiornandoli al nuovo contesto internazionale. In questa prospettiva il Senato degli States si pone sulla linea di quello che nel Novecento è diventato l’approccio alla geopolitica degli Stati Uniti.
Che, seguendo la lezione di Henry Kissinger, ruota su un perno fisso: impedire la fusione di Europa, Cina e Russia in un blocco euroasiatico. Ed è questo che per una parte della classe dirigente statunitense rende tuttora strategica l’Europa. A conferma, Zbigniew Brzezinski, politologo e National Security Advisor sotto la presidenza Carter:
L’Eurasia è il supercontinente assiale del mondo. Una potenza che dominasse l’Eurasia eserciterebbe un’influenza decisiva su due delle tre regioni economicamente più produttive del mondo, l’Europa occidentale e l’Asia orientale. Un semplice sguardo alla carta suggerisce inoltre che un paese dominante in Eurasia controllerebbe quasi automaticamente il Medio Oriente e l’Africa. Poiché l’Eurasia funge oggi da scacchiere geopolitico decisivo, non basta più elaborare una politica per l’Europa e un’altra per l’Asia. Ciò che accade nella distribuzione del potere sulla massa terrestre eurasiatica sarà decisivo per il primato globale e per l’eredità storica” (“Eurasia is the world’s axial supercontinent. A power that dominated Eurasia would exercise decisive influence over two of the world’s three most economically productive regions, Western Europe and East Asia. A glance at the map also suggests that a country dominant in Eurasia would almost automatically control the Middle East and Africa. With Eurasia now serving as the decisive geopolitical chessboard, it no longer suffices to fashion one policy for Europe and another for Asia. What happens with the distribution of power on the Eurasian landmass will be of decisive importance for global primacy and historical legacy”).
In conclusione: bene hanno fatto l’IISS e il Kiel Institute a prendere in considerazione l’ipotesi estrema di una NATO senza Washington. L’obiettivo primario era valutarne l’impatto economico. Ma gli studi hanno così potuto analizzare la situazione delle Forze armate europee individuando ciò che, soprattutto sul piano dell’economia militare, andrebbe rivisto. Resta che l’analisi della “questione militare” in Europa deve essere ampliata.
Nel senso che, ci sia o meno la “stanchezza del ruolo imperiale”, la geopolitica degli USA, ossia la determinazione dei loro interessi, permane la stessa. Cambia, invece, la loro garanzia di offerta di sicurezza. In questa prospettiva le critiche alla NATO provenienti da Washington potrebbero indicare meno il rinchiudersi degli States nella grande isola e più il declassamento del ruolo dell’Europa. Questa è la sfida.
La risposta potrebbe essere una NATO meno europea e più attiva nelle crisi internazionali. Peccato, come si è visto in Afghanistan, che neppure questo sarebbe, per dirla con il Nobel Milton Friedman, un pasto gratis. Quel che è certo è che la “culla protettiva” offerta da Washington all’Europa durante la Guerra fredda è definitivamente compromessa. È stato un pessimo risveglio per opinioni pubbliche e classi dirigenti europee.

Immagini tratte dall’account Facebook della Nato

Bibliografia
- Graham T. Allison, Conceptual Models and the Cuban Missile Crisis, American Political Science Review, vol. 63, n. 3, settembre 1969.
- Zbigniew Brzezinski, A Geostrategy for Eurasia, Foreign Affairs, vol. 76, n. 5, 1997, pp. 50-51.
- Congressional Research Service, The United States and Europe: Possible Options for US Policy, 2006.
- Francesco Ferrante, Groenlandia, l’avamposto strategico statunitense della Guerra Fredda, Analisi Difesa, 02, 2026.
- International Institute for Strategic Studies (IISS), Defending Europe Without the United States: Costs and Consequences, 2025.
- Kiel Institute, European Defense Autonomy Is Technologically Feasible, Fiscally Viable, and Politically Achievable, 05, 2026.
- National Security Strategy, 2026.
- Qiao Liang, Wang Xiangsui, L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, Libreria Editrice Goriziana, 2001.

Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

