Venezia. Il voto nella città che cambia

MARIA LAURA FACCINI
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Viviamo una fase nella quale la politica urbana italiana sembra avere progressivamente perso altezza. Non necessariamente competenza amministrativa, ma altezza di sguardo, le recenti elezioni comunali di Venezia lo testimoniano. In terraferma ha prevalso una coalizione guidata da una figura percepita come estremamente presente, concreta, vicina ai quartieri, mentre nel centro storico ha prevalso una proposta politica più istituzionale e più legata a un elettorato culturalmente strutturato. Non è soltanto una differenza politica: è anche una differenza sociale, che segnala trasformazioni più profonde nella struttura della città. Da anni, infatti, le città italiane premiano sempre più la “politica della presenza” rispetto alla “politica della visione”. Vince chi è visibile, riconoscibile, continuamente sul territorio, chi inaugura, ascolta, presidia: domanda legittima da parte dei cittadini che, pur nascendo spesso da un sentimento reale di distanza con le istituzioni, porta con sé il rischio che il dibattito pubblico si restringa progressivamente all’orizzonte della gestione quotidiana.

Sembrano profetiche le parole di pochi giorni fa del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, quando per la sua città diceva

[di vedere spegnersi] spirito della borghesia. I tempi non aiutano, ma voci importanti si stanno affievolendo, non si affrontano temi alti, non c’è un orientamento culturale incisivo. I miei colleghi di altre grandi città mi riferiscono lo stesso scenario. Ci si accapiglia su tram e piste ciclabili e si perde di vista tutto il resto. Trenta o quarant’anni fa c’era un sistema più coeso tra sindaci e ruoli apicali della società: vescovi, direttori di giornali, rettori, presidenti delle associazioni, banchieri, imprenditori, tutti sentivano la responsabilità di fare sentire la propria voce per il bene della collettività. Oggi non è più così».”. Non è solo una constatazione locale: è il segnale di una trasformazione più ampia delle élite urbane italiane.

Quello che si sta indebolendo non è semplicemente un ceto sociale, ma una funzione storica: la capacità della borghesia urbana di fare da cerniera tra economia, istituzioni, cultura e responsabilità pubblica. Trenta o quarant’anni fa questo ruolo era esercitato dentro un ecosistema relativamente stabile, fatto di imprenditori, università, giornali, associazioni economiche, professioni organizzate e leadership civiche che, pur nella diversità, condividevano un’idea di città come progetto collettivo. Ne deriva una trasformazione profonda del dibattito urbano, che tende a concentrarsi su questioni immediate — traffico, sicurezza, decoro, infrastrutture — mentre si riduce lo spazio per una discussione sul modello di città nel lungo periodo.

Nel caso di Venezia la trasformazione più profonda è quella della terraferma. Mestre e Marghera non sono più quelle di trent’anni fa: sono territori molto più frammentati socialmente, segnati dalla fine della grande stagione industriale e dalla crescita di una popolazione composita, fatta di nuovi ceti medi, lavoro precario, immigrazione, seconde generazioni, piccola imprenditoria diffusa. Anche per questo il voto ha assunto una dimensione identitaria molto forte. La presenza di candidati espressione dei nuovi cittadini nella coalizione guidata dal senatore Andrea Martella è stata letta da una parte dell’elettorato come il segno di una trasformazione ormai irreversibile della città, da un’altra parte invece è stata ignorata se non respinta.. E non è un caso che la campagna elettorale abbia toccato temi come la moschea o il rischio di “islamizzazione”, trasformando una questione urbana e sociale in una questione simbolica e culturale. Questo passaggio è importante perché mostra come oggi molte elezioni locali non si giochino soltanto sulla qualità amministrativa, ma sull’idea stessa di comunità urbana: chi rappresenta la città, quali valori la definiscono, quali trasformazioni vengono percepite come opportunità e quali invece come perdita di identità.

Un ulteriore elemento riguarda il ruolo delle generazioni intermedie, in particolare quella dei cosiddetti “boomer”, che a Venezia e Mestre rappresentano l’ultima fase di una città ancora relativamente integrata. Formati dentro un sistema di partiti strutturati, corpi intermedi forti e una borghesia urbana riconoscibile, hanno vissuto una stagione in cui la mediazione tra società e istituzioni era più stabile e leggibile. Oggi i “boomer” non costituiscono un blocco omogeneo: una parte di essi interpreta la fase attuale come crisi della classe dirigente, una parte si è adattata a una politica più amministrativa, una parte si è ritirata dallo spazio pubblico. Più che una categoria compatta, rappresentano una generazione di transizione tra due modelli di città.

Nel complesso questo insieme di trasformazioni, unito al grande numero di nuovi cittadini e alla loro sorgente richiesta di partecipazione alla vita politica, restituisce un quadro coerente di profonda riconfigurazione sociale della terraferma veneziana. Viene confermata la lettura proposta in tempi non recenti da Gianfranco Bettin, che ha definito Mestre come un “laboratorio sociale”: uno spazio in cui si osservano in anticipo dinamiche che attraversano più in generale le città contemporanee. In questa prospettiva, Venezia e la sua terraferma non possono essere lette come due realtà separate, ma come un unico sistema urbano attraversato da tensioni diverse. Il centro storico e Mestre esprimono non solo differenti sensibilità politiche, ma due modi diversi di vivere la città e di immaginarne il futuro. Mestre non è solo il luogo in cui queste tensioni si manifestano con maggiore evidenza, ma anche uno spazio strutturalmente più contendibile. La progressiva fine della grande industria, l’indebolimento dei corpi intermedi e la trasformazione della composizione sociale hanno reso più fragile la rete di mediazioni che un tempo stabilizzava gli orientamenti politici e sociali della terraferma. Ne deriva una città meno “bloccata” da assetti sociali consolidati e più aperta alla competizione tra rappresentazioni diverse della città stessa. Non si tratta di instabilità nel senso negativo del termine ma di una maggiore fluidità dei riferimenti sociali e politici: il consenso si costruisce meno su appartenenze durature e più su percezioni, prossimità e capacità di intercettare bisogni immediati e simbolici.

È in questa distanza — tra una città storica che conserva una forte identità simbolica e una terraferma segnata da trasformazioni sociali più rapide e frammentate — che si gioca oggi la difficoltà più profonda del sistema veneziano: quella di ricostruire una visione condivisa dentro un contesto sempre più frammentato e contendibile. In questo senso, la definizione di “laboratorio sociale” non riguarda soltanto Mestre ma l’intera città di Venezia. Perché è proprio nei laboratori sociali che si anticipano le forme future della convivenza urbana, e dunque anche le possibilità — o le difficoltà — di costruire nuova coesione e nuova direzione collettiva.

Venezia. Il voto nella città che cambia ultima modifica: 2026-05-29T20:41:50+02:00 da MARIA LAURA FACCINI
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