Gerusalemme. Dalla parte della ragione

La militarizzazione della Spianata delle Moschee e gli scontri che investono l’intera Cisgiordania e rischiano di propagarsi alla vicina Giordania fanno da inquietante sfondo a una riflessione che non data oggi ma che trae radici da un passato che non passa e condiziona fortemente un futuro a tinte oscure.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Qui l’identità non la capisci da chi uno è, ma da chi odia

Parole, quelle di David Grossman, che acquistano ancora più spessore e attualità alla luce delle cronache di guerra che giungono da Gerusalemme e dai Territori palestinesi: scontri, morti, la religione che infiamma ancor più una terra segnata da odio, dolore, rabbia.

La cronaca del presente – con la militarizzazione della Spianata delle Moschee, gli scontri che investono l’intera Cisgiordania e rischiano di propagarsi alla vicina Giordania – fa da inquietante sfondo a una riflessione che non data oggi ma che trae radici da un passato che non passa e condiziona fortemente un futuro a tinte oscure. Non c’è altro argomento, in politica estera, come Israele che tocchi così tante corde, emozionali e razionali, che susciti polemiche le più aspre, che fomenti divisioni, che militarizzi l’informazione.

Sembra non esserci spazio per il dubbio, o si sta da una parte (israeliana) o dall’altra (palestinese) della barricata. E poco vale ricordare, con le parole assennate e le considerazioni pacate di Amos Oz, che il conflitto israelo-palestinese rappresenta una tragedia “dostoevskijana” forse unica al mondo perché a scontrarsi, rimarca il grande scrittore israeliana, non è il Bene contro il Male, il Torto contro la Ragione; l’essenza di questa tragedia è nel fatto che a scontrarsi sono ragioni e diritti altrettanto legittimi: il diritto alla sicurezza e a essere finalmente un Paese normale, per Israele, e il diritto dei palestinesi a vivere finalmente da donne e uomini liberi in uno Stato indipendente, pienamente sovrano su tutto il proprio territorio nazionale, a fianco dello Stato d’Israele.

Sembrano affermazioni ragionevoli. Ma così, purtroppo, non è. Chi pensa che una pace giusta, stabile, duratura, altro non possa essere che un incontro a metà strada tra le rispettive ragioni e aspirazioni, nel migliore dei casi è tacciato di “cerchiobottismo”, di voler mascherare i crimini degli occupanti (israeliani) ovvero di dimenticare i tanti civili israeliani innocenti massacrati dai kamikaze palestinesi.

Nel mio mondo – scrive sempre Oz – la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte.

E in questa dimensione in cui l’eccezionalità è la norma, anche il concetto di normalità si presta a una riflessione “eccezionale”, come quella offerta da Abraham Yehoshua:

Essere normali vuol dire essere persone responsabili dei propri atti. La parola nor­malità per gli ebrei invece, è quasi un in­sulto perché sin dall’inizio della creazio­ne è stato detto che quello ebreo era il po­polo eletto, e quindi la normalità era con­siderata negativa. I normali dovevano ave­re un territorio e un governo, e questo per gli israeliani era paragonabile a una sorta di affronto compiuto ai loro danni da en­tità mostruose. Per gli ebrei può essere nor­male avere un tumore, ma non sottosta­re a una immobilità che inchioda e bloc­ca quelle evasioni territoriali che alla lun­ga sono il sale della vita: perdersi negli oriz­zonti.

Quante volte, ormai ho smesso di contarle, nel dar conto di critiche nei confronti di atti compiuti dai governanti israeliani, mi sono trovato (ma non sono il solo) a dover respingere l’accusa più grave, dura, infamante: essere antisemita. Da tempo si è fatta strada in una certa parte dell’opinione pubblica e della diaspora che l’antisemitismo moderno oggi si rifletta nell’antisionismo. Soprattutto in Europa. L’accusa è di quelle che fanno male e che impongono una riflessione e interrogarsi con asprezza e sincerità sul lavoro compiuto.

E chiedersi e chiedere qual è la frontiera insuperabile. Per quanto mi riguarda, la risposta è: Israele può e deve essere criticato, se ve ne siano fondati motivi, per QUEL CHE FA e mai, mai, PER QUELLO CHE È per la grande maggioranza dei suoi abitanti e per la diaspora, vale a dire il focolaio nazionale del popolo ebraico.

Criticare il proprio governo – è ancora Yehoshua a parlare – è un dovere e non dobbiamo aver paura di farlo nemmeno nella “golà”, nella diaspora, pensando scioccamente che così facendo indeboliamo Israele o diamo altre armi in mano agli antisemiti. Non è facile essere ebrei nella diaspora, lo so, lo capisco. Voi, con la vostra doppia identità soffrite a causa della vostra doppiezza. Noi israeliani non abbiamo questo problema.

E aggiunge:

Sostenere Israele è sacrosanto, aiutarlo economicamente è importante. Ma bisogna aiutarlo anche eticamente. E spesso gli ebrei della diaspora sono accecati o naif, specie rispetto alla politica di sostegno alle cosiddette colonie e ai mitnachalim.

Senza memoria non c’è futuro, ripeteva come monito al colpevole oblio, Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace, da poco scomparso, sopravvissuto ai lager nazisti. E non c’è Paese al mondo come Israele che coltivi, a ragione, la memoria storica con così grande passione e attenzione. La memoria della pagina più spaventosa che l’umanità abbia conosciuto: l’Olocausto. Lo Stato d’Israele, è bene non dimenticarlo mai, nasce da questa immane ferita della quale l’Europa, e non solo la Germania nazista e l’Italia fascista, porta responsabilità. Non è un caso che fino a non molto tempo fa, ogni visita ufficiale di Stato si aprisse con una cerimonia allo Yad Vashem, il Mausoleo della Shoah a Gerusalemme. Ma quando affermo, da amico d’Israele, che Israele può e deve essere criticato se eccede nel diritto, legittimo, alla difesa o se porta avanti la colonizzazione forzata dei Territori palestinesi occupati, rendendo così impraticabile, una soluzione “a due Stati”, questo non è antisionismo, tanto meno, antisemitismo.

Riporto qui un passo, a mio avviso illuminante, di un lungo colloquio avuto non tanto tempo fa, con il più grande e premiato storico israeliano: il professor Zeev Sternhell:

Il sionismo si fonda sui diritti naturali dei popoli all’autodeterminazione e all’autogoverno. Questi diritti naturali dei popoli valgono per tutti, inclusi i palestinesi. Resto fermamente convinto che il sionismo ha il diritto di esistere solo se riconosce i diritti dei palestinesi. Chi vuole negare ai palestinesi l’esercizio di tali diritti non può rivendicarli per se stesso soltanto. Purtroppo, la realtà dei fatti, ultimo in ordine di tempo il moltiplicarsi dei piani di colonizzazione da parte del governo in carica, confermano quanto da me sostenuto in diversi saggi e articoli, vale a dire che gli insediamenti realizzati dopo la guerra del ’67 oltre la Linea verde rappresentano la più grande catastrofe nella storia del sionismo, e questo perché hanno creato una situazione coloniale, proprio quello che il sionismo voleva evitare.

Da questo punto di vista, per come è stata interpretata e per ciò che ha innescato, la Guerra dei Sei giorni è in rottura e non in continuazione con la Guerra del ’48. Quest’ultima fondò lo Stato d’Israele, quella del ’67 si trasformò, soprattutto per la destra ma non solo per essa, da risposta di difesa ad un segno “divino” di una missione superiore da compiere: quella di edificare la Grande Israele.

L’esercizio della critica, quando non è strumentale, aiuta a non persistere nell’errore. Ciò vale per i “veri amici” d’Israele come per quelli che si sentono tali verso i palestinesi: essere sotto occupazione non può voler dire disconoscere gli errori, strategici, commessi dalle varie leadership palestinesi nel corso del tempo: non essere riusciti a trasformarsi da capi di un movimento di liberazione a leader di uno Stato in formazione, ad esempio, o l’aver giustificato, o comunque non agito con la necessaria determinazione, quando la resistenza (anche armata) contemplata dalla Convenzione di Ginevra sfociava in terrorismo stragista o, last but non least, aver fatto della corruzione un sistema di “governo”, una pratica diffusa che ha finito per dilapidare le ingenti risorse finanziarie pervenute dall’Europa e dagli organismi internazionali subito dopo gli Accordi di Oslo-Washington (settembre 1993).

Dima Sarsour ديمة‏ @YasminWaQahwa “Incredible image taken tonight in Bab al-Huta, in the Old City of #Jerusalem”

Quanto all’Europa, essa non deve chiudere gli occhi o abbassare la guardia di fronte a un insorgente populismo di stampo razzista e xenofobo, che si nutre dell’odio verso l’altro da sé, che concepisce la diversità, etnica, culturale, religiosa, come minaccia e non come ricchezza, e che riaggiorna in questa chiave i pregiudizi antisemiti. Al tempo stesso, però, l’Europa non può e non deve subire passivamente l’accusa, rivoltale dai governanti d’Israele, di essere sfacciatamente filopalestinese (implicitamente intendendo anche antisionista e dunque antisemita) perché critica la colonizzazione o insiste nel considerare la costituzione di uno Stato palestinese come un elemento essenziale per raggiungere la pace in Terrasanta.

Una riflessione in proposito è imposta dalla cronaca e dalla “gaffe” di cui si è reso protagonista recentemente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Penso che l’Europa debba decidere se vivere e prosperare o appassire e scomparire. L’Ue è l’unica associazione di Paesi nel mondo che ponga condizioni politiche ai suoi rapporti con Israele, che produce tecnologia in ogni settore. È folle, è completamente folle.

Le parole poco diplomatiche e politicamente azzardate sono state pronunciate Netanyahu nel corso di un meeting a Budapest, a porte chiuse, con i leader del gruppo Visegrad (Polonia, Rep. Ceca e Ungheria). “Folle” si riferisce all’insistenza europea sulla risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Il collegamento con i giornalisti è stato tagliato appena i collaboratori di Netanyahu si sono accorti che i reporter sentivano tutto quello che stava dicendo. Ma prima che ciò accadesse sarebbero filtrate diverse altre dichiarazioni controverse.

A proposito dei cambiamenti alla Casa Bianca, Netanyahu avrebbe attaccato l’ex presidente Barack Obama.

Abbiamo avuto un grosso problema con gli Stati Uniti. È diverso ora. C’è una presenza americana rinnovata nella regione (la Siria e il Medio Oriente in generale, ndr). Questo è positivo

avrebbe sostenuto Netanyahu, dimostrando di apprezzare il nuovo tono imposto alla Casa Bianca dal presidente Trump. “Siamo d’accordo sullo Stato islamico, non siamo d’accordo sull’Iran”. Le critiche sferzanti all’Europa non sono una novità. Ciò che è invece una (sgradevole) novità è che Netanyahu avrebbe espresso anche un chiaro sostegno per la linea anti-immigrazione del gruppo Visegraad, che in questi anni ha alzato recinzioni alle frontiere per bloccare le ondate di profughi provenienti dal Medio Oriente. Il premier israeliano avrebbe detto di credere nella libera circolazione delle merci e delle idee, “ma non delle persone” ed esortato i leader dell’Europa orientale a proteggere i propri confini.

Nessuno, nell’entourage di Netanyahu, ha smentito o rettificato queste affermazioni. Fa un certo effetto il sostegno del primo ministro d’Israele al suo omologo ungherese, quel Viktor Orbán che ha fatto della purezza identitaria magiara e del respingimento di persone che fuggono da miseria, guerre e disastri ambientali il proprio credo politico. Ecco, rilevare questo è una critica a Israele (rappresentato da un premier liberamente eletto) per quel che fa o che dice, e non per ciò che è. L’antisemitismo non c’entra niente ed evocarlo non fa il bene d’Israele.

Gerusalemme. Dalla parte della ragione ultima modifica: 2017-07-24T16:50:52+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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