Corea del nord, quel che non si dice

Non solo missili. C’è una società in grande fermento, che si è messa alla spalle la crisi alimentare degli anni scorsi, e un sistema politico-economico molto più permeabile ai cambiamenti che nel passato
scritto da LUIGI PANDOLFI

Dietro la coltre – mediatica da un lato, propagandistica dall’altro – rappresentata dai missili balistici che svettano verso il cielo, al di sopra del 38° parallelo c’è una società in grande fermento, che si è messa alla spalle la crisi alimentare degli anni scorsi, e un sistema politico-economico molto più permeabile ai cambiamenti che nel passato. Un quadro che, piaccia o no, contribuisce al rafforzamento della leadership di Kim Jong-un, nonostante le pressioni americane e le sanzioni.

Ma andiamo con ordine. La dura carestia della seconda metà degli anni novanta, seguita al disfacimento del vecchio blocco sovietico, ha fatto da spartiacque nella storia del paese. Ha liberato, paradossalmente, energie e risorse in un sistema ormai, da molto tempo, atrofizzato (le crisi hanno sempre una valenza costituente, nel bene o nel male). Il “fai da te” di tanti cittadini (donne soprattutto) negli anni della crisi ha aperto la strada a una serie di riforme che oggi disegnano un quadro molto diverso rispetto al passato, relativamente al sistema produttivo e agricolo, al commercio, al mercato dei capitali.

Le modifiche alla legislazione sulle imprese statali (formalmente la proprietà privata non è ammessa) del 2014 hanno ridotto significativamente l’ingerenza del partito nel management e il suo potere decisionale nelle strategie commerciali e di produzione. Scelte che fanno il paio con le riforme in agricoltura, dove l’approvvigionamento è affidato per il settanta per cento al mercato.

Oggi, i manager pubblici, molto simili agli amministratori delegati delle imprese capitalistiche, possono addirittura decidere se e come impegnare la propria azienda nel commercio con l’estero e nella formazione di joint venture, ovvero aprirsi a investimenti privati, nazionali ed esteri. Una rivoluzione rispetto al Taean Work System, l’insieme di norme che a partire dal 1961 hanno regolato la vita economica e industriale del paese all’insegna di un rigido centralismo.

Beninteso, l’economia pianificata non scompare, ma la catena decisionale si presenta molto più decentrata rispetto a prima, quando l’ultima parola spettava sempre alla commissione centrale e al segretario del partito. Lo dicono chiaramente le nuove norme in vigore: le imprese realizzano i propri piani, elaborati in base alla “specifica circostanza”, contribuendo a soddisfare il “piano economico del popolo”. Un rovesciamento della piramide programmatica e decisionale, a ben vedere.

Certo, il quadro internazionale e l’acuirsi della crisi con gli Stati Uniti, costituiscono un freno al pieno sviluppo di queste intenzioni, soprattutto per quel che riguarda il commercio estero ed i capitali stranieri.

Sul piano interno, però, queste aperture stanno già avendo conseguenze molto importanti, per certi versi dirompenti. Si pensi agli investimenti privati nel capitale delle imprese, alla possibilità per un cittadino nordcoreano di far fruttare i propri risparmi comprando azioni di un’azienda. Nello specifico, parliamo pur sempre di situazioni atipiche, non direttamente riconducibili a cliché capitalistici. Nondimeno, il passo compiuto in questa direzione è da considerarsi notevole.

In Corea del Nord non ci sono banche private ed è bandita, almeno formalmente, l’idea stessa di capitale privato. Con la creatività che lo contraddistingue (non dimentichiamo che uno dei pilastri dello Juche, l’ideologia alla base del regime, è proprio la “creatività delle masse popolari che fanno la storia”), però, il partito ha trovato subito il modo di indorare la pillola, riconoscendo alle imprese la facoltà di utilizzare “la liquidità inutilizzata dei residenti” per finanziare le propria attività, per sostenere i processi interni di innovazione tecnologica.

Se fino a qualche anno fa, insomma, i risparmi dei lavoratori dovevano finire tutti nelle banche statali ed era il governo a dirottarli eventualmente verso le imprese pubbliche, ora sono gli stessi cittadini che possono decidere se investire i propri risparmi nel capitale di quest’ultime. Non a caso, nell’ultimo periodo, si sono moltiplicati i conti correnti privati e le carte di credito/debito.

Come molti osservatori hanno fatto notare, tuttavia, queste riforme, questi cambiamenti, potranno dare dei risultati nell’immediato – è di fatto li stanno dando – ma ben presto potrebbero scontrarsi con la dura realtà dell’isolamento internazionale del paese. Gli investimenti a lungo termine avranno bisogno necessariamente di capitali esteri e, questa necessità, non si sposa, diciamo così, col quadro geopolitico che si è venuto a creare con l’avvento di Trump alla Casa Bianca e la dura crisi diplomatica in atto.

Stesso problema per le materie prime. L’inasprimento delle sanzioni sta creando problemi rilevanti dal lato dell’approvvigionamento energetico. In ossequio alla dottrina dell’autosufficienza, che da sempre ispira i comportamenti delle élite nordcoreane, negli ultimi anni si è puntato molto sulla coltivazione intensiva di alghe, da utilizzare per la produzione di biocarburanti. Un’iniziativa lodevole, anche sul piano ambientale, ma, certamente, non risolutiva del problema.

Corea del nord, quel che non si dice ultima modifica: 2017-12-22T18:01:47+00:00 da LUIGI PANDOLFI

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