L’arte di spacciare per arte quel che non è arte

Gianfranco Munerotto ha scritto un pamphlet sui tanti cliché e false credenze che alimentano una percezione alterata dell’arte, secondo modalità spesso dettate da conformismo e spirito acritico.
scritto da ytali

Distruggere i falsi: è l’unico modo per togliere dal mercato roba inquinata ma anche inquinante, come riferisce su questa rivista Giorgio Frasca Polara, citando il critico francese Marc Restellin, lo specialista di Amedeo Modigliani che ha fatto esplodere lo scandalo delle ventuno opere false del pittore italiano esposte come autentiche a una mostra a Genova.

Quello di Genova, l’ultimo di una serie, fa però emergere un interrogativo più di fondo sulla genesi di episodi del genere, un interrogativo che porta necessariamente il ragionamento sul tema più ampio e generale dell’arte oggi, o di quella che è chiamata arte.

Il confronto con il passato può esserci d’aiuto, quando

la competenza e capacità valutativa del cliente erano molto elevate,

e chi comperava un oggetto o un servizio

sapeva esattamente cosa doveva e poteva aspettarsi.

Ma oggi? È veramente possibile valutare le opere delle arti contemporanee da un punto di vista strettamente concreto, cioè tecnico e stilistico ovvero, in buona sostanza, oggettivamente “qualitativo”? E cos’è oggi il prodotto artistico, e chi è l’artista? e, di conseguenza, chi ha diritto di giudicarlo?

Quando persone ignare (normalmente addetti alle pulizie nell’espletamento del loro dovere) gettano nella spazzatura “opere d’arte” che semplicemente ritengono dei rifiuti; tali situazioni, esplosive nella loro naturalezza, fanno sempre gridare allo scandalo autori e responsabili delle collezioni coinvolte; però nessuno di questi “esperti” si pone (almeno ufficialmente) il minimo dubbio sul fatto che quegli stessi operatori – con supponenza definiti ignoranti – avrebbero agito ben diversamente di fronte a vere opere d’Arte, che si sarebbero fatte subito riconoscere, senza bisogno di spiegazioni; a riprova, quando molti anni fa un fabbro quasi analfabeta venne a sistemare delle serrature nel mio studio di restauratore, fu attratto al primo colpo d’occhio dal miglior dipinto antico lì presente, nonostante fosse seminascosto tra molti altri!

Le citazioni che riportiamo sono riflessioni di Gianfranco Munerotto**, veneziano, pittore e illustratore, autore di un pamphlet apertamente polemico da poco alle stampe, Arti contemporanee: un equivoco intellettuale”*, un testo molto interessante e sicuramente non convenzionale. Una disamina di agevole lettura, ma dalla logica robusta, sui tanti cliché e false credenze che alimentano una percezione alterata dell’arte, secondo modalità spesso dettate da conformismo e spirito acritico.

Nel suo libro “usa” molto il passato, anche alludendo a epoche lontane, per spiegare il presente. Ricorda le botteghe, la competenza dei committenti, il rapporto spesso diretto tra committente e artista. Come avviene il cambiamento verso la situazione odierna?
Avviene quando l’artista, per essere considerato tale dal pubblico, deve mostrarsi sempre più ardito e anticonformista, mentre sull’altro fronte le persone “normali” si sentono via via più distanti da questi nuovi personaggi, che diventano figure auliche e quasi distaccate dal mondo reale. Avviene, cioè, quando l’artista-artigiano non esiste ormai quasi più e le “botteghe” e le arcaiche fraglie sono scomparse; e, anche per questo, il pubblico risulta sempre meno competente nella valutazione di lavori che sì, si scelgono per piacere, ma non essendo stati appositamente ordinati non possono essere raffrontati a precise indicazioni o richieste iniziali.

Nel suo libro scrive che il distacco sempre più marcato dall’antico mestiere che si doveva imparare, e la ricerca spasmodica dell’originalità, oggi ha portato a mettere l’accento esclusivamente sulla parte intellettuale dell’autore, ossia sulla creatività, nella sua attuale accezione di “capacità di immaginare”, limitata rispetto a quella letterale di “capacità di creare” anche concretamente; dimenticando quindi il lato tecnico. Ma la creatività non è parte essenziale dell’opera d’arte?
La creatività è fantasia, e la fantasia è di tutti, ma non tutti siamo artisti. E se l’idea è ripetibile, il talento è unico: le pennellate guizzanti e psicologicamente penetranti di un ritratto di Van Dyck, se distrutto, sarebbero irrimediabilmente perdute, però un “taglio” di Fontana, pur geniale nel concetto, si può rifare identico in qualsiasi momento e, paradossalmente, avrebbe lo stesso valore artistico.

L’orinatoio di Marcel Duchamp è un comune orinatoio di ceramica modello Bedfordshire, ruotato di novanta gradi con su scritto “R. Mutt 1917”. Fu presentato il 10 aprile 1915 a una mostra organizzata a New York

Ci sono pagine del suo pamphlet di dichiarata avversione verso certe forme d’arte contemporanea, come quelle risultanti dall’assemblaggio di materiali poveri o di scarto.
Un chiaro esempio di creatività scambiata per Arte è la pratica, divenuta molto comune, di “creare” assemblando o riutilizzando vari oggetti anche di recupero: collage e sculture siffatte oggi non si contano, poiché derivano dallo scatto della nostra naturale fantasia (“guarda che bel ramo contorto ho trovato sulla spiaggia… lo pulisco e lo uso come soprammobile in salotto!”); il problema è che oggi si è subdolamente indotti a pensare di qualificare tali fantasie come prodotto artistico, e quante mostre abbiamo visto di composizioni, ad esempio, con materiali usati? oppure sculture formate da rottami metallici o parti meccaniche saldati assieme?
Anche mio padre aveva lucidato e montato su di una base – a mo’ di trofeo – il complesso pignone/differenziale sostituito nella nostra auto, e lo teneva su uno scaffale; ma il suo spirito poco “creativo” gli ha sempre impedito di considerarlo un’opera d’Arte…
Si dirà che tali pratiche riguardano il mondo artistico dilettantesco, e ciò è vero in gran parte (però, in tal caso, non dovrebbe esser loro comunque consentito di autodefinirsi artisti…) ma purtroppo anche la sfera dei professionisti indulge in tali bricolage: nell’ambito della Biennale di Venezia di alcuni anni fa, un artista straniero espose, a Palazzo Grimani, grandi cataste di vecchi oggetti disparati – mobili, accessori, e anche una barca in plastica – bene impilati tra di loro, ma né modificati né puliti: in pratica una discarica ordinata; orbene, dove sta la differenza con i dilettanti? e, soprattutto, dove sta l’Ars in tutto ciò?

“America” il wc d’oro, a 18 carati, al Guggenheim di NYC, che può essere, oltre che ammirato, usato dai visitatori, un’opportunità “unica e intima di ritrovarsi faccia a faccia con l’arte”. L’oggetto è stato proposto in prestito alla Casa Bianca

Sembra che oggi sia facile considerare di fondamentale importanza che il pubblico possa avere parte “attiva” verso l’opera, ossia toccarla e movimentarla, o comunque interagire per realizzarne un’espressività mutevole.
Che un autore voglia per le sue opere un aspetto dinamico e cangiante è lecito e dai risultati anche sorprendenti (vedi Calder) ma se invece lo scopo è di indurre lo spettatore ad agire per “completarla”, o per dargli la sensazione che l’opera così divenga più “sua”, dimostra solo l’insicurezza profonda dell’autore di non riuscire a creare un qualcosa di organico e completo, senza bisogno di altri interventi.

Se poi l’intento è “sociale”, per consolare il fruitore dal sentirsi troppo passivo, il fraintendimento pare addirittura maggiore: la persona che, davanti a un’opera, provi sentimenti estetici forti e positivi non si sentirà mai passiva ma “ammirata”, e non le verrà spontaneo toccare/modificare qualcosa che considera bello e perfetto (tutt’al più nella scultura, per averne piacevoli sensazioni tattili) anzi di malavoglia se ne allontanerà per non smettere di goderne. Viceversa chi provi disinteresse sarà certo “passivo” di fronte ad essa, ma preferirà usare la propria “attività” non per modificarla, ma per… passare oltre.

Il 21 maggio 1961 Piero Manzoni confezionò 90 barattoli da 30 grammi ciascuno con i suoi escrementi. L’opera è conosciuta come Merda d’Artista. Ognuno dei barattoli fu firmato, catalogato e intitolato dall’autore stesso

Il diritto a manifestare la propria creatività è sacrosanto…
Già, ma non si vede perché debba insinuarsi in un’attività professionale/intellettuale che si dovrebbe supporre ben definita: perché nessuno pensa di poter esternare il suo gusto per l’oratoria, come dopolavoro, nelle aule dei tribunali, o mettere a frutto la propria abilità manuale, il sabato pomeriggio, eseguendo operazioni chirurgiche, ma tanti si sentono autorizzati a “essere artisti”? Forse perché non muore nessuno? L’Estetica così viene spesso massacrata, però purtroppo non urla.

Tra i rischi più insidiosi c’è quello dell’autoreferenzialità e dell’indifferenza verso il pubblico. Quando un autore risulta difficile, è assai frequente sentir dire che “è il pubblico a non aver capito”…
Addirittura anni fa la responsabile di una mostra raccontava offesa che i visitatori superavano inconsapevoli una “importante installazione”, mentre un collega critico le ribatteva: “cosa vuoi, ormai questa gente non capisce niente… ” ma tali affermazioni sono solo beceri insulti verso il pubblico, che non ha alcun obbligo di capire, viceversa capire è un suo preciso diritto.

Nei secoli passati l’Arte non aveva alcun bisogno di essere spiegata. In tutte le epoche la componente simbolica dell’opera d’arte è stata molto forte, proprio per l’essenza comunicativa che ha sempre incarnato, ma non vi era necessità di chiarificazione: infatti l’opera o era frutto di una precisa ordinazione del committente per godimento personale (e ne indicava lui i significati di suo interesse) o veniva rivolta a un preciso target – il cui livello culturale era ben definito – e perciò la comunicazione a lui rivolta doveva essere assolutamente mirata e chiara, per evitare fraintendimenti.

Certo, le simbologie erano calibrate per la categoria culturale cui si rivolgeva l’opera ma, appunto, le varie categorie di destinatari “leggevano” o ascoltavano senza difficoltà, e recepivano il messaggio.

I problemi di interpretazione riguardano noi moderni, nella lettura delle opere antiche, perché spesso ci mancano i modelli culturali necessari a cogliere ricercate e latenti simbologie che invece erano consuete per i loro contemporanei; diviene quindi importante lo storico dell’arte (o il musicologo) che, avendo studiato profondamente le culture passate, ci aiuta a rendere palesi tali significati che sono fondamentali per apprezzare compiutamente l’opera, altrimenti relegata a essere solo ammirabile nella sua pura forma estetica.

Appare però impensabile e incongruente che qualcuno debba spiegarmi il significato di qualcosa che viene rivolto a me da un mio contemporaneo; in sostanza, se sono il destinatario e non capisco, sembrerebbe logico pensare che l’autore abbia comunque sbagliato: o il messaggio o il destinatario.

*”Arti contemporanee: un equivoco intellettuale” è acquistabile su Amazon 

**Gianfranco Munerotto è nato nel 1957 e vive a Venezia.
Restauratore di dipinti, pittore e e illustratore, insegna illustrazione pubblicitaria presso la Scuola Internazionale di Grafica di Venezia.

L’arte di spacciare per arte quel che non è arte ultima modifica: 2018-02-08T19:31:49+00:00 da ytali

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